Ora si può vivere
Chiara stava sullorlo della tomba, guardando mentre la bara scendeva lentamente nella terra.
Faceva freddo. Il vento novembrino scuoteva la fascia nera sul grande mazzo di crisantemi, sinsinuava sotto il cappotto, e lei stringeva le spalle, rabbrividendo.
Accanto a lei, zia Graziella singhiozzava piano una parente lontana che Chiara aveva visto forse due volte in tutta la vita.
La madre era composta, dignitosa, solo le dita, strette sulla mano di Chiara, erano fredde come marmo.
Il padre
Chiara fissava la bara, cercando di capire cosa sentisse.
Nulla.
Un vuoto assoluto, come nella casa gelida dove il riscaldamento è spento da mesi e i muri echeggiano.
Era una brava persona, disse qualcuno dietro di lei. Riposi in pace.
Chiara rischiò di ridere ad alta voce.
Brava persona?!
Come lo sanno?!
Lo avevano visto alle feste, sobrio, sorridente, con la fisarmonica tra le mani. Mani doro, anima della compagnia, uomo allegro.
Solo quello.
Non sapevano comera a casa.
Chiara chiuse gli occhi; subito, la memoria le fece vedere una scena: aveva circa sette anni, si svegliava nel cuore della notte al rumore della porta. Il padre rientrava barcollando, lalito puzzava di vino e acido. La madre lo trascinava verso la camera, lui si divincolava, urlava: «Non mi rispetti!» Chiara si stringeva nel letto, tirando la coperta fin sopra gli occhi, per non vedere, per non sentire.
La mattina dopo, il padre sedeva in cucina con un volto colpevole, beveva acqua salata e diceva: «Scusa, tesoro, ho sbagliato. Non succederà più.»
Succedeva sempre.
Sempre.
Chiara aprì gli occhi. La bara era già ricoperta, i fiori poggiati sul tumulo. I presenti cominciavano a lasciare il cimitero. La madre la sfiorò sul gomito:
Andiamo, cara. Dobbiamo pensare al rinfresco
Al tavolo del rinfresco Chiara si sentiva estranea. Mangiare, annuiva, rispondeva alle condoglianze. Nella testa, però, batteva una domanda che quasi le faceva urlare:
«Perché non provo niente? Perché non mi fa male?»
La sera, quando tutti se ne furono andati, rimase con la madre in cucina. Bevuto tè, in silenzio. Poi la madre disse:
Ti dirò mi è venuta in mente una cosa strana.
Chiara la guardò.
Ho pensato che ora non abbiamo più paura. Non cascherà più per strada, non avrà freddo, non sparirà. Possiamo semplicemente vivere.
Chiara fissò la madre, e negli occhi di lei rivide lo stesso terrore che sentiva in sé. Il terrore di provare, non dolore, ma un sollievo.
Sono cattiva? sussurrò la madre.
Chiara si avvicinò, la abbracciò sulle spalle.
No, mamma. Non siamo cattive. Siamo solo esauste.
Rimasero così fino allalba. Ricordavano. Non come beveva, ma altro: quando il padre costruì la casetta delle bambole per Chiara, quando la insegnò ad andare in bicicletta, quella volta che portò dallOrto Mercato un cocomero enorme e lo mangiarono insieme sul pavimento, perché era troppo grande per il tavolo.
Era stato tutto. E anche ciò era vero.
Poi la madre andò a dormire, e Chiara rimase sola. Prese il telefono, mandò un messaggio al marito: «Sto bene. Domani torno.»
E allimprovviso si accorse che, dopo tanti giorni, respirava piano. Senza ansia. Senza aspettare il suono del telefono, senza quel fondo costante e logorante.
Il padre era morto. E la vita, finalmente, era tranquilla.
Chiara sapeva che quel pensiero sarebbe tornato. Che di notte si sarebbe svegliata, affogata dal senso di colpa. Che zia Graziella e gli altri parenti avrebbero bisbigliato a lungo: «Che insensibile, non ha versato una lacrima.»
Ma ora, in quell’appartamento silenzioso, dove non si sentiva più odore di vino né risuonavano litigi nel buio, Chiara si concesse un istante di sincerità.
Scusa, papà, mormorò nel vuoto. Ti ho voluto bene, davvero. Ma ero stanca di odiarti.
La mattina partì.
Sul treno, a lungo guardò fuori la finestra, sui paesaggi grigi di novembre che scorrevano, poi prese il quaderno e scrisse la risposta che le era venuta in mente:
«I figli degli alcoolisti non piangono ai funerali. Hanno già pianto per anni, vivendo accanto a questa malattia. Non sono insensibili. Sono sopravvissuti.»
Chiara chiuse il quaderno e sorrise per la prima volta da tanto tempo.
Il treno la portava altrove. In una vita dove non bisognava voltarsi indietroFuori dal finestrino, il sole si insinuava tra le nuvole grigie, strappando a poco a poco spazio allombra. Chiara guardò i campi sfumare in fretta, la città avvicinarsi, il suo futuro diverso posarsi leggero come la brina mattutina.
Quando il treno sbuffò nella stazione, Chiara raccolse la valigia, saltò giù e si lasciò avvolgere dal brusio della vita che ricominciava. Si accorse che era pronta: per giorni senza paura, per abbracci che non tremano, per le risate senza tensione e per un amore che non costringe, ma libera.
Mentre camminava verso luscita, un vento nuovo le scompigliò i capelli; Chiara tirò su il cappuccio e sorrise. La memoria, sì, le avrebbe attraversato il cammino ancora, ma ora era padrona: poteva scegliere cosa portare con sé.
Ecco, pensò si può vivere davvero, ora. E bastava solo questo: prendere fiato, guardare avanti, permettersi la leggerezza.
Senza più paura del passato. Senza più paura di vivere.




