Non ricordo molto bene i miei genitori. Quando mia madre è venuta a mancare, mio padre non ha voluto restare da solo con una bambina piccola tra le braccia. Così mi ha portato a casa di mia nonna, mi ha lasciato davanti al portone e se nè andato senza dire una parola. In quel momento, nonna Lucia era in giardino e ha sentito solo il rumore della macchina che si allontanava.
Chissà chi sarà arrivato?, si è chiesta, venendo subito a vedere.
Quando è uscita, mi ha trovata lì, tutta impaurita e smarrita.
Ma guarda che uomo! Almeno poteva dirmi qualcosa! Borbottando fra sé e sé, mi ha preso per mano e mi ha portata dentro casa. Più tardi, quando il nonno Giuseppe è tornato dalla campagna, la nonna gli ha raccontato tutto.
Come? È venuto Giovanni?
Sì, proprio lui. Ha lasciato la bambina davanti al cancello e via con la macchina. E dei giovani che ne pensi?
Hanno brontolato a lungo, poi sono andati entrambi a dormire.
Col tempo, i miei nonni hanno messo tutto il loro amore e pazienza in me, crescendo una nipote come solo chi ha vissuto tanto può fare. Mi hanno insegnato a rispettare il prossimo, a prendermi cura della casa e ad essere sempre gentile, come si addice a una vera donna italiana.
Sono cresciuta, diventando la loro aiutante, proprio come era stata mia madre con loro, prima che anche lei ci lasciasse troppo presto. Per i miei nonni, il ricordo della loro figlia era diventato uno dei pochi raggi di sole nella vecchiaia.
Terminata la scuola, un giorno il nonno ha tirato fuori largomento:
La nostra nipote è sveglia e capace. Dovremmo pensare a mandarla a studiare in città.
Hai ragione, Giuseppe. Oggi senza unistruzione non si va da nessuna parte.
Non senza sacrifici, aprirono il vecchio salvadanaio e spenderono gli ultimi risparmi quasi duemila euro per mandarmi a Firenze a studiare Economia. Mi sono laureata con il massimo dei voti e, finiti gli studi, sono tornata subito nel mio paesino toscano.
Non ho mai amato davvero la vita frenetica della città. I miei nonni erano felicissimi del mio ritorno: non sarebbero rimasti soli nella loro vecchiaia. Mi sono messa a lavorare per il bene del paese, scegliendo di tornare allagricoltura e puntare su nuove idee. Ho chiesto un prestito, ho comprato terreni, assunto qualche compaesano e qualche tempo dopo sono riuscita persino a costruire una piccola fattoria e a comprare delle vacche.
Ma servivano più braccia. Così ho messo un annuncio sul giornale locale, promettendo stipendio decoroso e un posto dove vivere. Si è presentato un uomo trasandato e con la barba lunga, il volto segnato dalla stanchezza della vita. Davanti a me, si è fatto riconoscere: era Giovanni, mio padre.
Non mi ha chiesto niente, sapendo che dopo ventanni non aveva più diritto a nulla. Ha chiesto solo una cosa: restare vicino a me. Era rimasto solo e sperava di poter aiutare, in qualche modo, sua figlia. Lho perdonato, ma solo dopo alcuni mesi di silenzio e riflessione.
Da allora, vive con me e mi dà una mano in tutto. Teme terribilmente la solitudine. Forse la vita sa restituire ciò che ti porta via, almeno un po. Oggi ho imparato che il perdono è la chiave per ricominciare, anche quando il cuore resiste.






