Non dimenticherò mai quel momento
Quando ero ancora un ragazzo, mi chiamavano Michele Sorrentino. Avevo già deciso, fin dalle medie a Napoli, che sarei diventato insegnante. Non era solo un sogno: sentivo dentro un’idea profonda, maturata grazie a un evento che mi ha segnato per sempre. Da allora ho capito che, qualunque cosa accada, bisogna restare persone per bene; avevo davanti a me il vero esempio. Il momento di vera educazione mi si è impresso nella memoria e nel cuore, e lo porto con me da tutta la vita.
Frequentavo la prima media, vivevo con mamma vicino a Piazza Garibaldi. Proprio quellanno mio padre se nè andato, senza saluti né spiegazioni; ricordo ancora le sue parole urlate contro mia madre mentre io ascoltavo dietro la porta:
Ho unaltra famiglia, fate come volete.
Quelle parole mi sono rimaste dentro. Allora sono scappato nella mia cameretta, ho pianto in silenzio, perché mamma non mi vedesse. E mi sono promesso:
Da grande non farò mai una cosa del genere. Del papà non voglio più sapere nulla.
Ed è così, infatti: non lho mai più visto né sentito, quasi mai ho pensato a lui, anche se mi dispiaceva. Gli altri ragazzi avevano il papà, io no.
Mamma lavorava presso una sartoria in via Toledo, cuciva spesso anche a casa. Bisognava arrangiarsi, ma almeno mangiavamo sempre qualcosa. Per la scuola, mamma faceva di tutto per vestirmi bene, con qualche capo nuovo, per non farmi sentire diverso dagli altri. La vita era simile per quasi tutti, magari qualcuno aveva di più, ma nessuno era davvero ricco.
In classe cera Nicola, un ragazzo normale come noi. Un giorno suo padre ebbe fortuna, ricevette uneredità, una casa in provincia di Avellino, che vendette subito, investendo in unofficina di riparazione auto. Gli andò bene e arrivarono soldi. Nicola veniva viziato dai genitori, sfoggiava sempre novità; noi lo guardavamo, invidiosi e in silenzio.
Una mattina arrivò orgoglioso:
Guardate che orologio mi ha regalato papà!
Stese il braccio e tutti videro il bello orologio vero.
Io stesso lo guardai con un po di invidia, mentre Nicola sembrava esplodere di contentezza, nessun altro aveva un orologio così. Gli altri sospiravano, io cercavo di non mostrarlo, ma mi rodeva dentro. In quel momento ripensai a mio padre:
Il papà di Nicola è diverso, vive con la sua famiglia, il mio se nè andato…
Ma subito cercai di non pensarci più.
Mamma mi ripeteva sempre:
Studia bene, figlio mio; così avrai una vita decorosa… Tutta la mia speranza è su di te.
Ci provavo: non ero il primo della classe, ma un buon studente, abbastanza serio.
Quel giorno, lultima ora era di educazione fisica. In spogliatoio scherzavamo e ci spingevamo un po. Nicola, per paura che lorologio si rovinasse, se lo tolse e cercò in fretta di metterlo nello zaino, ma sbagliò mira e li fece cadere sotto la panca. Solo io vidi dove finiva.
Mi balenò lidea: prenderlo e nasconderlo in tasca. Senza pensarci, mi chinai e lo infilai nelle tasche dei pantaloncini. Allistante pensai:
Dovrei restituirlo subito a Nicola: “Ehi, ho trovato il tuo orologio.” Ma non ci riuscivo.
Il professore di ginnastica, Giovanni Zarcone, disse a voce alta:
Dai ragazzi, in fila! Svelti.
Iniziammo la lezione: corsa, salti, esercizi. Io pensavo solo:
Che non mi cada lorologio dalla tasca! Sarebbe una vergogna. Come rimettere lorologio sotto la panca? E se lo infilassi nello zaino di Nicola? E se qualcuno mi vede? Come spiegare che ho trovato lorologio, ma non ho detto nulla? Verrebbero subito a pensare male di me.
Mi sentivo a disagio, lorologio bruciava nella tasca, pesava. Alla fine della lezione, quando suonò la campanella, tutti si precipitarono in spogliatoio; io fui lultimo. Nicola era al centro, gridava:
Mi hanno rubato lorologio, era costoso, controllate le tasche!
Sapevo che avrebbero trovato lorologio da me, mi sentivo morire di vergogna, temevo che i compagni mi evitassero.
Professore Zarcone, mi hanno derubato!
Calma ragazzi, che succede qui? gridò il professore, e si fece silenzio.
Mi hanno rubato lorologio, era un regalo di papà.
Nicola, perché portare un orologio prezioso a scuola? Per vantarti? Non è elegante. Forse non cè stato un furto, magari si è perso ora vediamo.
Tutti in fila, occhi chiusi!
Perché, professore? chiedevano i ragazzi.
Così nessuno disturba, nessuno può vedere nulla. Se uno apre gli occhi, penso che sia stato lui.
Ci mettemmo in riga, occhi stretti. Giovanni Zarcone iniziò a controllare le tasche, arrivò da me, con un colpetto scoprì lorologio. Io tremavo.
Prese lorologio, poi disse:
Cambio di posto! e mi fece cambiare posizione. Senza guardare, fra occhi chiusi, rimise lorologio sotto la panca in modo che nessuno potesse capire di chi fosse stato.
Poi disse:
Eccolo qui, Nicola, doveva essere più attento.
Aprimmo tutti gli occhi. Lorologio era sotto la panca, un po più lontano, Nicola lo raccolse, lo rimise al polso. I compagni lo fissavano: ormai nessuno lo invidiava, aveva accusato tutti e alla fine si era solo distratto.
Non portare più a scuola quellorologio, può succedere di tutto consigliò il professore e ci lasciò uscire.
In spogliatoio arrivarono i ragazzi del liceo, io fui lultimo a uscire; guardai Giovanni Zarcone, aspettandomi un rimprovero. Tornai a casa quasi trascinandomi. Il giorno dopo temevo di andare a scuola, credevo avrebbero chiamato la preside.
Ma passò tutto tranquillo: lezioni, intervalli, il professore non si fece vedere.
Tornai a casa con animo sollevato.
Forse è tutto a posto, forse nessuno saprà nulla, forse Zarcone ha scelto di tacere. Se avesse voluto, avrebbe potuto dire tutto subito.
Mi rimproverai a lungo; dopo quellepisodio mi promisi di non prendere mai più niente che non fosse mio. Così ho finito la scuola, mi sono iscritto alla Facoltà di Scienze della Formazione.
Gli anni sono passati. Ora sono docente. Un giorno, nel mio liceo a Napoli, successe qualcosa di simile. Una delle mie alunne, Mariella, si lamentò con me:
Professore Sorrentino, mi hanno rubato dei soldi
Il mio pensiero tornò subito a me stesso, bambino.
Guardai gli studenti. Notai lo sguardo preoccupato di Caterina, una ragazza tenuta in poco conto dai genitori, spesso trascurata, sempre vestita semplice, ben diversa dalle altre. Sapevo che la sua famiglia aveva problemi. Incrociai i suoi occhi lucidi. Provava vergogna.
Presi una decisione. Dissi:
Mariella, quanto ti hanno portato via?
Lei nominò una somma piccola, diciamo venti euro. Mi sembra proprio che Caterina mi abbia dato quei soldi, li ha trovati a terra e me li ha consegnati. Attenta la prossima volta. Bene che Caterina sia stata così onesta.
Sorrisi, presi venti euro dal mio portafoglio, li diedi a Mariella, consigliandole di stare più attenta. Tutta la classe si congratulò con Caterina, facendole complimenti, lei arrossiva, guardava me. Avrebbe voluto piangere, ma capiva che non poteva deludermi.
Dopo le lezioni Caterina mi aspettò, io lo intuivo, entrai in aula. Lei lasciò sul banco i soldi rubati, io la invitai a sedersi:
Caterina, voglio raccontarti una storia.
Lei ascoltava a bocca aperta: di Nicola, che si vantava del suo orologio; di Michele che, sebbene non ne avesse bisogno, lo infilò in tasca; del maestro Zarcone, saggio ed equilibrato.
Capisci, Giovanni Zarcone avrebbe potuto rovinarmi la vita. Aveva ragione, avrebbe avuto il diritto di segnalarmi. Ma mi ha dato una possibilità di correggermi. Oggi io do a te la stessa opportunità.
Caterina scoppiò a piangere:
Grazie, Professore Sorrentino non succederà mai più non farò mai più una cosa del genere!
Io ci credetti davvero.
Sapevo che Caterina aveva compreso, si era sinceramente pentita. E così fu
Ho incontrato il mio vecchio professore, ormai anziano
Tempo fa sono tornato a Napoli per le vacanze, per vedere mamma ormai anziana, aiutarla un po. Uscendo da un supermercato in via Chiaia, ho incontrato il mio vecchio professore Giovanni Zarcone. Camminava con un bastone, invecchiato ma ancora energico. Ci siamo salutati, seduti su una panchina, parlando di scuola e vita.
Seguo un gruppo di ginnastica per anziani adesso disse sorridendo.
Professore Zarcone, vorrei ringraziarla per quella brutta storia dellorologio gli ricordai.
Michele, io davvero non sapevo chi avesse preso lorologio. Grazie per avermelo confessato.
Come non sapeva? Lei lha trovato nelle mie tasche.
Figurati, controllavo i vostri zaini e tasche a occhi chiusi, non volevo guardare nessuno come un ladro. Quando lo trovai, cambiai i posti velocemente e rimisi lorologio sotto la panca. Poi, guardandovi, non sapevo più in quale tasca fosse finito. Così è stato. Capivo che poteva spezzare un ragazzo. Ora che sei insegnante mi fa piacere averti ispirato. È la mia ricompensa per averti protetto allora.
Quel gesto mi ha indicato la strada giusta. La ringrazierò per sempre.
Restammo ancora sulla panchina, chiacchierando; io chiedendo consigli, lui offrendoli. Quando ci salutammo, Giovanni Zarcone mi disse:
Sai, Michele, cè un detto napoletano: “Copri il peccato dellaltro, Dio coprirà il tuo.” Così è nella vita.




