Diario di Matteo, 4 marzo
Dopo due notti quasi insonni, tornavo di corsa a Firenze dalla trasferta a Milano. I colloqui di lavoro erano stati estenuanti e la testa mi ronzava di preoccupazioni per casa. Mia suocera era in ospedale per un malore e i medici si tenevano prudenti nei loro pareri. Ogni sera, mia moglie Giulia mi telefonava dicendo sempre le stesse parole:
Non preoccuparti, sono qui. Ho tutto sotto controllo.
Io le ho sempre creduto. In ventanni di matrimonio, Giulia non mi aveva mai deluso: affidabile, razionale, forse un po chiusa, ma rassicurante proprio per questo.
Il treno regionale arrivò in stazione presto, laria impregnava di profumo di caffè e metallo freddo. Mentre ripassavo il percorso in mente taxi, ospedale, reparto credevo che la stanchezza mi confondesse i sensi.
Poi, sullaltro binario, vidi proprio lei.
Era di spalle, con il suo cappotto grigio e la borsa da viaggio che usava nei viaggi di lavoro. Il cuore mi saltò in gola: non avrebbe dovuto essere lì, Giulia. Doveva stare con sua madre, o almeno così credevo. Feci un passo avanti, pronto a chiamarla.
E allora mi accorsi che non era sola.
Accanto cera un uomo giovane, troppo vicino. Le teneva il braccio, le sussurrava qualcosa, e Giulia sorrideva. Ma non il sorriso formale che si riserva ai conoscenti: era dolce, caldo, quasi intimo. Quel sorriso che un tempo era rivolto solo a me.
Il resto del mondo si spense in un istante. Il trambusto della stazione svanì. Restava solo quella scena: il teatro mal recitato di cui accidentalmente ero spettatore.
Non mi feci avanti. Non urlai né mi lasciai andare. Rimasi immobile a osservare come Giulia abbracciava luomo per salutarlo, prendeva la piccola valigia e lui le sfiorava la guancia con un bacio lieve.
Poi Giulia si voltò. I nostri sguardi si incontrarono.
Il suo volto impallidì allimprovviso. Il sorriso si spense, rivelando solo sorpresa e paura. Si fece avanti, aprì la bocca ma niente voce.
Mi avevi detto che eri con tua madre, dissi pacato. Mi stupì la freddezza della mia stessa voce.
Matteo ora ti spiego tutto, balbettò, cercando parole.
Va bene, annuii, Ma non qui.
Ci sedemmo nella sala dattesa quasi deserta. Luomo restò sul binario: non lo degnai di uno sguardo. Tutte le domande che mi martellavano la testa si fusero in una: da quanto?
Giulia parlò a lungo, confusamente. Mi raccontò della solitudine, della stanchezza, di come tutto fosse successo per caso. Che la madre era davvero in ospedale, ma oggi era accudita dalla badante. E che non voleva aggiungere altro peso sulle mie spalle in questo periodo.
Lascoltai senza rabbia né lacrime, solo un silenzio vuoto, dove tutto, dentro di me, trovava finalmente il suo posto.
Lo sai, le dissi quando tacque, il peggio non è che tu abbia qualcun altro. Il peggio è che hai scelto di mentirmi proprio nel momento in cui mi fidavo di te più di chiunque altro.
Provò a stringermi la mano, ma la scansai con dolcezza.
Unora dopo ero in ospedale da mia suocera. Dormiva. Seduto lì, realizzai di non provare né rabbia né dolore, ma un inaspettato senso di sollievo. Come se la vita, senza tanti giri di parole, mi avesse liberato dalle illusioni, in silenzio, lì, su quel binario.
Dopo un mese traslocai. Senza urla e senza spiegazioni. Giulia mi scriveva, chiamava, chiedeva un incontro. Le rispondevo raramente, con frasi brevi.
A volte il destino non urla, non avvisa. Ti mette semplicemente nel posto giusto per vedere la verità. E da lì, la scelta è tutta tua.
È quello che ho fatto.



