– Euro, ma ti ascolti? Vuoi davvero che io debba andare in giro incinta a quarant’anni per rimediare…

Ugo, ma ti senti? Dici sul serio che io, a quarantanni, dovrei andarmene in giro con la pancia solo per rimediare ai tuoi errori di gioventù?

E scusami, Luciana, ma perché dovrei pagare io per quelli che sono stati i tuoi interessi: se ti sei divertita di più nel tuo box auto invece che con nostro figlio? ribatté Ugo, con autentico stupore negli occhi.

Dai, Ugo! Sempre la solita musica! Luciana sospirò. Ho capito che ero sprovveduto! Non davo valore alle cose. Non capivo che cosa stessi perdendo. E ora è tutto perso, Michele nemmeno mi considera suo padre!

Dovè che sbaglia? rispose Luciana con un sorriso amaro. Per diciassette anni non è stato un padre, ma un coinquilino. Ma seriamente, pensavi che bastasse accendere e spegnere un figlio come la TV, ogni volta che ti andava di giocare al papà?

Ugo fece una faccia scura e abbassò lo sguardo. Si vide accendersi in lui quellirritazione ben nota quella stessa espressione che Luciana vedeva ogni volta che si parlava delle sue “responsabilità paterne”.

Luciana, basta però! Sono cose del passato e lo sai. Ma fammi almeno una seconda possibilità, davvero!

Certo, così fai la sceneggiata, ci giochi un po e poi lasci tutto a me, così unaltra creatura cresce senza padre? Luciana incrociò le braccia. Grazie, ho già dato! No, Ugo. Non ne vale proprio la pena di discuterne.

Sul viso di Ugo si dipinse una smorfia tra loffeso e larrabbiato. Non trovando di meglio da dire, sbuffò rumorosamente e si rifugiò nel suo smartphone.

Discussione chiusa. Temporaneamente. Ma il problema rimaneva lì, come il sapore amaro che Luciana si portava dietro. E non era per le pretese assurde del marito, no. Era per suo figlio, Michele.

Luciana aveva ventitré anni quando nacque Michele. Se lo ricorda come se fosse ieri: fuori dallospedale, sfinita e felice, stringeva tra le braccia quel fagotto piccino avvolto in una copertina bianca.

Ugo gironzolava come se fosse una guardia del corpo, abbagliato di felicità, sistemava la copertina, le baciava la fronte, ogni tanto prendeva il piccolo in braccio con una reverenza da premio Oscar.

Ma guarda, tutto suo padre! Pure la fossettina sul mento! diceva Ugo con gli occhi lucidi. Ormai sono papà anchio, Lucia!

Lo sto realizzando solo ora. Però darò tutto per lui. Giocherò, cambierò i pannolini, gli insegnerò il calcio… Vedrai che sarò il papà migliore che esista!

Luciana lo fissava con lo stesso riflesso di entusiasmo. Gli credeva ciecamente; immaginava una famiglia perfetta, piena damore, attenzioni, e complicità.

Ma come spesso accade a chi sogna troppo, la realtà ti riporta con i piedi per terra

…Notte fonda. Lei, due cucchiaioni di occhiaie, avanti e indietro per casa, cullando Michele che piange per le coliche. Terza volta nella stessa notte. Ugo, dal suo lato del letto, si gira e si rigira, tirando il piumone fin sopra la testa.

Ma senti, puoi farlo stare zitto uno di sti giorni? Alle sette devo uscire per lavorare!

A Luciana, in certi momenti, non restava che rifugiarsi in sala con le lacrime agli occhi e Michele che urlava ancora di più. Non aveva altra scelta: chiudeva la porta e per ore cullava il bimbo, solo per lasciar dormire suo marito.

Arrivava il weekend. Luciana, distrutta da una settimana insonne, osava chiedere sottovoce:

Ugo, magari lo porti tu fuori un paio dore? Sto crollando dal sonno, non ne posso più

Luci, dai, la prossima? Ora proprio no, sono impegnato. Devo andare in officina, arriva quel motorino da sistemare.

Ma io non reggo più…

Luciana, sei tosta tu! Ce la fai. Poi torno e ti aiuto, vedrai.

La porta si chiudeva a ricordarle che della sua forza e dei suoi doveri di madre non ne sarebbe uscita mai. E quel poi non arrivava mai.

Il tempo passava e Michele cresceva. Luciana provava a costruire un ponte minimo fra padre e figlio. Prova a passargli il bimbo paffuto e sorridente mentre Ugo, spaparanzato in poltrona, guarda la Sampdoria in TV.

Prendilo un pochino, gioca con lui, ormai non per riposarsi, ma per salvare la famiglia, lo supplica Luciana.

Ugo lo solleva quasi controvoglia, sembra che gli abbiano rifilato una bomba a orologeria. Tiene Michele con le braccia tese, senza stringerlo. Col cuore già allazione della partita. Dopo un minuto abbondante, lo lascia a terra e si ributta sulla Serie A.

Ed eccolo, Michele ha ormai cinque anni. Sul tappeto del salotto, edifica un castello di mattoncini. Ugo passa, va sul divano, nemmeno uno sguardo. Michele? Neanche ci prova ad attirare lattenzione: ci è fin troppo abituato a un papà fantasma.

Eppure, Ugo non era mica uno scarto duomo. Portava a casa lo stipendio, qualche volta aiutava anche tra i fornelli o con lo straccio in mano.

Ma linfanzia del figlio se lè giocata in garage. Da che sorprendersi che Michele, ormai grande, non senta alcun padre in lui?

Michi, comè andata a scuola oggi? si azzardò una sera Ugo.

Eh… Tutto bene, dai il ragazzo rispose imbarazzato.

Spero i voti vadano bene? Dimmi se hai bisogno, ti posso dare qualche dritta. Lo sai, la scuola è importante.

Non vorrai mica fare lo spazzino, no?

No, papà, tranquillo. Sto a posto, sussurrò Michele, impaziente di darsi alla fuga nella sua stanza.

Vabè, oh! Se vuoi andiamo a pescare domenica, pensaci! urlò Ugo, restando solo.

Michele, ovvio, non rispose. Luciana, invece, sapeva bene che quella sera il figlio aveva la festa a scuola. E che aveva invitato la tipa della terza C che invece aveva detto no. Altro che uscite di pesca.

Insomma, il treno era bello che partito. Michele non era più il bimbo bisognoso. E linfanzia che Ugo voleva recuperare non cera più.

Forse per questo, quando lha capito anche lui, gli è venuta la brillante idea: rimediamo, facciamo un secondo figlio. Ma Luciana, che non sera dimenticata una notte dinsonnia, era ferma come una statua di sale.

E i parenti? Mai muti nellarte della diplomazia!

Luciana, lo so tutto, Ugo me lha raccontato. Ascolta tua madre: pensa a farne un altro. Ugo è cambiato, ma che dici! Adesso è maturo! Non privarlo della seconda possibilità. Crescere un altro bimbo è gioia pura!

Anche la suocera doveva dire la sua.

Luciana, se non ti decidi, lo perdi. Ha questo sogno di essere papà. Dai, fa comodo anche a te! Il primo figlio è grande, se ne va di casa, laltro vi unisce. E ti farà compagnia da vecchia.

Per Luciana era davvero avvilente sentire tutto ciò, specie da unaltra donna. Come se il suo corpo e la sua vita fossero la posta di una trattativa tra folli.

Tutti la vedevano solo come madre e moglie, nessuno si ricordava della donna stanca, che già sapeva come andava a finire quella telenovela.

Allora, colta dalla disperazione e pure da una vena ironica, Luciana architettò un piano da nobel della pedagogia. In fondo alla cantina pescò una scatola con le cianfrusaglie di Michele e, meraviglia! Un vecchio tamagotchi ancora funzionante.

Quel bestiolino elettronico va sfamato, cullato, curato e ripulito. Quando Ugo tornò a casa, Luciana gli consegnò lovetto di plastica con il micro-schermo.

Che roba è? chiese Ugo, perplesso.

Il tuo test dammissione. Almeno sperimenta un decimo di padre. Questa bestiola va nutrita e curata ad orari fissi.

Praticamente come con un bebè, solo che puoi premere i pulsanti. Se fai qualcosa di sbagliato, strilla come un matto. Se dopo un anno il tuo tamagotchi è ancora vivo, allora forse ci penso anchio al secondo giro.

Ugo la fissò perplesso e poi si mise a ridere, pensando fosse una battuta. Ma vedendo che Luciana era serissima, si rabbuiò.

Stai mettendo a paragone un figlio vero con questaffarino?

Inizia almeno da questo. Se non ce la fai neanche col tamagotchi, di cosa vogliamo parlare?

Lui sbuffò, convinto che fosse una stupidaggine. Infilò la bestiola in tasca e via.

I primi tre giorni si alzò anche di notte per nutrire il mostriciattolo virtuale. Al quinto giorno già voleva lanciare luovo dal balcone, ma resisteva. Dopo una settimana iniziò a mugugnare: Colpa di questa roba se a lavoro sono uno zombie!

Allottavo giorno tornò a casa, buttò lovetto sul tavolo. Sullo schermo: la croce fatale. Il tamagotchi era stecchito.

Mi sono scordato di nutrirlo. Al lavoro cera un macello, biascicò, occhi bassi.

Da lì, litigi e musi duri non mancarono, ma almeno Ugo smise di insistere.

Dopo tre anni, la vita si incaricò di sistemare tutto. Michele, ormai universitario, presentò alla porta la fidanzata e poco dopo diedero la notizia: tra poco sarebbero diventati genitori.

Ugo cambiò pelle. Un entusiasmo che nemmeno il Napoli dopo una vittoria in Champions. Ora si voleva rifare, questa volta come nonno.

Regalò loro una carrozzina pagata in contanti, riempì la casa di tutine taglia spropositata, mattoncini di ogni tipo. Giurava lo disse cento volte che sarebbe diventato il nonno migliore di tutta Milano. Che lui avrebbe aiutato, portato fuori il piccolo, coccolato, tutto.

Luciana gli osservava con un certo pragmatico scetticismo.

Quando nacque il nipotino, la storia si ripeté. Le prime settimane Ugo era lì, che dondolava il piccolo, mille selfie. Poi, passata la botta di adrenalina, anche questa volta il fuoco dartificio si spense.

Insistette tanto che i ragazzi andarono a vivere in affitto, e il suo aiuto si ridusse a puntuali, rare visite nel weekend, quando il bimbo era già lavato, nutrito e felice come una pasqua.

Bastava un pianto, che Ugo si ricordava di una telefonata urgente, di dover scappare in banca, o di aiutare la mamma con lorto.

Luciana, dal canto suo, si sentiva la coscienza a posto.

Michele era cresciuto uomo attento e responsabile, mai lasciava sola la sua compagna. Ugo? È rimasto quello di sempre: innamorato dellidea di essere padre, ma scostante con quello che la paternità davvero comporta.

E voi? Che ne pensate? Ha fatto bene Luciana a rifiutare il bis? Scrivetemelo nei commenti e lasciate un like o una pizza virtuale!

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– Euro, ma ti ascolti? Vuoi davvero che io debba andare in giro incinta a quarant’anni per rimediare…
Ogni martedì Liana si affrettava verso la metropolitana, stringendo in mano una busta di plastica vuota. Era il simbolo del suo insuccesso odierno: due intere ore vagando senza meta nei centri commerciali, senza trovare un’idea decente per il regalo della figlia dell’amica, la sua figlioccia. Masha, a dieci anni, aveva smesso di amare i pony e si era appassionata all’astronomia, ma trovare un buon telescopio entro limiti di budget accettabili era un’impresa davvero… spaziale. Era già buio, nell’aria sotterranea si sentiva la stanchezza della sera. Liana, lasciando sfilare la folla, si fece largo verso la scala mobile. Fu lì che il suo orecchio, fino a quel momento sordo al brusio, captò una voce limpida e impastata di emozione. «…Non credevo che avrei potuto rivederlo, giuro, — diceva una giovane, la voce appena tremante. — E ora, ogni martedì, viene lui a prenderla all’asilo. Di persona. Arriva con la sua macchina e vanno sempre in quello stesso parco con le giostre…» Liana si immobilizzò sul gradino in discesa della scala mobile. Si voltò per un istante, intravvedendo la ragazza: cappotto rosso acceso, volto emozionato, occhi brillanti. E un’amica accanto che ascoltava, attenta. «Ogni martedì». Anche lei aveva avuto un giorno così, anni fa. Non il lunedì, troppo faticoso per ripartire, non il venerdì con il sapore di week-end. Proprio il martedì. Il giorno attorno a cui ruotava il suo mondo. Ogni martedì, puntuale alle cinque, usciva dalla scuola dove insegnava italiano e letteratura e quasi correva dall’altra parte della città. All’istituto musicale Verdi, in una vecchia villa dal parquet cigolante. Andava a prendere Marco. Sette anni, più serio della sua età, con il violino quasi alto quanto lui. Non suo figlio — suo nipote. Figlio di suo fratello Antonio, mancato in un grave incidente tre anni prima. Nei primi mesi dopo il lutto, quei martedì erano diventati un rito di sopravvivenza. Per Marco, chiuso nel silenzio. Per sua madre Olga, che non si alzava più da letto. E per Liana stessa, che tentava di raccogliere i pezzi di quella famiglia, diventando per un po’ l’ancora, il punto saldo, la maggiore in quella tragedia. Ricordava ogni dettaglio. Come Marco usciva dall’aula senza alzare gli occhi. Come lei prendeva il pesante astuccio e lui glielo porgeva senza dire nulla. Camminavano fino alla metro e lei gli raccontava qualcosa di buffo — un errore simpatico di uno studente, di una cornacchia che aveva rubato una merenda. Un giorno, nella pioggia di novembre, lui domandò: «Zia Lina, anche papà non amava la pioggia?» E lei, trafitta dal dolore e dalla tenerezza, rispose: «La odiava. Correva subito sotto i portici». Marco allora le prese la mano, forte, a modo di adulto. Non perché avesse bisogno di essere guidato, ma come a voler trattenere qualcosa che stava svanendo. Non la mano — il ricordo. In quella stretta c’era tutta la potenza bambina della nostalgia, mescolata a una consapevolezza acuta: sì, papà era reale. Correva davvero sotto i portici. Non esisteva solo nei ricordi, nei sospiri sommessi della nonna, era là, in quell’aria umida di novembre, su quella strada. Per tre anni la sua vita fu divisa in «prima» e «dopo». E il vero giorno, quello della vita autentica, anche se difficile, era il martedì. Gli altri erano solo preparazione o attesa. Per quel giorno Liana si preparava: comprava il succo di mela che piaceva a Marco, scaricava video divertenti per il viaggio in metro, pensava agli argomenti di conversazione. Poi… Poi Olga pian piano si riprese. Trovò lavoro. E dopo qualche tempo anche un nuovo amore. Decise di ricominciare da capo, in un’altra città, via da ricordi troppo forti. Liana le aiutò a fare i bagagli, ripose l’astuccio del violino di Marco nella custodia morbida, lo strinse forte al binario. «Scrivimi, chiamami, — disse trattenendo le lacrime. — Ci sono sempre». All’inizio, lui chiamava ogni martedì, alle sei in punto. E per qualche minuto lei ritornava zia Lina, doveva chiedergli tutto in quindici minuti: la scuola, il violino, i nuovi amici. La sua voce era un filo teso attraverso centinaia di chilometri. Poi le chiamate si diluirono: una volta ogni due settimane. Marco crebbe, arrivarono nuove attività, compiti, videogiochi con gli amici. «Zia, scusa, martedì scorso ho saltato la chiamata, avevo una verifica», scriveva lui, e lei rispondeva: «Non importa, tesoro. Com’è andata la verifica?» I suoi martedì ora si segnavano nell’attesa di un messaggio che poteva non arrivare. Non si offendeva. Scriveva lei, allora. Poi — solo a Natale, o per il compleanno. La voce di Marco era diventata sicura. Parlava poco di sé: «Tutto ok», «Studio», «Va bene». Il nuovo compagno della madre, Sergio, era un uomo solido e gentile, che non cercava di sostituire il padre. E questa era la cosa più importante. Poi nacque una sorellina, Alina. Nella foto social Marco la teneva tra le braccia, goffo ma tenero. La vita, crudele e generosa insieme, si riprendeva il suo spazio. Ricostruiva, copriva le ferite con la quotidianità, le cure per la neonata, la scuola, i nuovi progetti. In questa nuova vita restava per Liana una nicchia discreta, sempre più stretta: la «zia del passato». E ora, nel boato ovattato della metro, quelle parole — «ogni martedì» — non erano un rimprovero, ma un eco. Saluto da quella Liana che per tre anni aveva portato dentro di sé una responsabilità bruciante e un amore lacerante, come una ferita aperta e come il dono più grande. Quella Liana sapeva chi era: punto fermo, faro, fondamento indispensabile per un bambino. Era necessaria. La signora col cappotto rosso aveva il suo dramma personale, le sue mediazioni tra passato e presente. Ma quel ritmo — «ogni martedì» — era un linguaggio universale. Linguaggio di presenza, che dice: «Io ci sono. Puoi contare su di me. Sei importante per me in quel giorno, a quell’ora». Un linguaggio che Liana una volta capiva al volo, e che ormai aveva quasi dimenticato. Il treno partì. Liana si raddrizzò, guardandosi nel riflesso del vetro nero. Alla sua fermata sapeva già che l’indomani avrebbe ordinato due telescopi uguali — economici, ma buoni. Uno per Masha. L’altro lo avrebbe spedito a Marco. Quando lo avrebbe ricevuto, gli avrebbe scritto: «Marco, così potremo guardare lo stesso cielo, anche da città diverse. Che ne dici, martedì prossimo alle sei, se il cielo è sereno, ci mettiamo d’accordo per osservare insieme l’Orsa Maggiore? Sincronizziamo gli orologi. Un bacio, zia Lina». Risali le scale mobili verso la città della sera. L’aria era già fredda e pulita. Il prossimo martedì non era più vuoto. Era di nuovo fissato. Non come un dovere, ma come un patto gentile tra due persone legate da memoria, gratitudine e un filo silenzioso ma indistruttibile di parentela. La vita andava avanti. E nella sua agenda restavano ancora giorni non solo da attraversare, ma da assegnare. Assegnare alla piccola meraviglia di uno sguardo in sincrono al cielo, a centinaia di chilometri di distanza. Alla memoria, che non fa più male ma scalda. All’amore, che ha imparato la lingua delle distanze — e per questo è ancora più silenzioso, maturo, indelebile.