Il cappotto bianco Marianna visse in un orfanotrofio fin dall’età di cinque anni. Non sapeva esatt…

Cappotto bianco

Mi chiamo Mariangela e vivo nellistituto per linfanzia di Firenze da quando avevo cinque anni. Non so bene perché ci sono finita: ricordo solo quando la nonna una mattina non si è più svegliata e la mamma non tornava mai. Poi sono arrivati mani sconosciute, muri dipinti di verde pallido e quellodore di cavolo bollito che sembrava impossibile da mandar via. Allinizio piangevo tutte le notti. Poi smisi. Semplicemente vivevo, studiavo, in silenzio e con impegno, sperando forse che la diligenza mi avrebbe meritato qualcosa di vero.

Tra tutti gli ambienti dellistituto il mio preferito era sicuramente la palestra: amplia, con pavimenti di legno che scricchiolavano e grandi finestroni impolverati vicino al soffitto. Dopo la mia stanza numero otto, con quattro letti stipati in pochi metri quadri, la palestra mi sembrava quasi un palazzo delle fiabe. Quando larancio pallone pressato cominciava a rimbalzare ritmico sul parquet, dimenticavo ogni tristezza. E se riuscivo a centrare il canestro, sentivo un piccolo lampo di felicità. Perché piccolo? Perché la vera felicità, per me e per tutti noi bambini, poteva esserci solo in una famiglia. Perciò conservavamo in fondo al cuore una piccola stanza chiusa, con la speranza che un giorno qualcuno avrebbe spalancato la tenda e permesso di ridere a voce piena.

Ero agile e veloce, saltavo alto, il pallone mi ascoltava. Leducatrice, la signora Natalia Andreotti, una volta mi disse: «Mariangela, hai lo spirito di unatleta. Stasera chiamo un mio amico allenatore, magari riusciamo a farti entrare in una vera squadra giovanile di basket». E ci riuscì.

Così, dalletà di dodici anni cominciai ad andare agli allenamenti regolari. Prima fui scelta nella squadra del quartiere, poi in quella cittadina. Alla finale provinciale della Coppa Toscana fui addirittura eletta miglior giocatrice della partita, segnando ben 32 punti.

Quando il presidente del comitato sportivo mi consegnò la medaglia mi disse: «Mariangela, hai un grande futuro davanti a te, figlia mia». A quelle parole per poco non mi misi a piangere, ma lui attribuì lemozione a una semplice felicità infantile. Quando, dopo, mi vide uscire sola dal palazzetto nella notte, mi richiamò.

Mariangela, come mai nessuno ti viene a prendere? Dove abiti?
Allistituto San Giorgio, sono quattro fermate di tram da qui.
Scusa, Mariangela, non lo sapevo. Io sono Igor Olimpi, sali che ti accompagno io.

Per me, in quel momento, attraversare in macchina le strade di Firenze illuminata fu una prima volta, unesperienza inaspettata e strana, ma bellissima.

Chi si occupa di te allistituto?
La signora Natalia Andreotti, leducatrice.
Me la presenti domani?
Certo, ma ora non cè, torna domattina.
Bene, allora parlerò con lei domani.

Avrei tanto voluto chiedere di cosa volesse parlare Igor Olimpi con la mia educatrice, ma non ebbi il coraggio.

Il giorno dopo, dopo la scuola, la signora Natalia mi chiamò nel suo ufficio. Mi raccontò che Igor Olimpi le aveva chiesto di cosa avessi più bisogno e lei rispose sinceramente che non mi mancava niente, se non forse un cappotto nuovo.

Gli ho detto che sei cresciuta in fretta e non rientri più nelle taglie da bambina spiegò sorridendo, posando sul tavolo un grosso pacco avvolto nella carta, ti serve roba da adulto ormai. Lui ha chiesto la tua misura, e guarda qui

Davanti ai miei occhi spalancati, la signora srotolò dal pacchetto un cappotto bianco, candido, con cintura stretta e bottoni color ambra. Era così bello, così diverso da tutto ciò che avevo mai indossato, che rimasi muta per la sorpresa. Era nuovo, senza nomi sul fodero scritti con la matita chimica della responsabile del guardaroba.

Mariangela, un cappotto così lho visto solo addosso alle attrici nei film italiani! È davvero un regalo splendido! Dai, mettilo, su!

Come in un sogno sentii il freddo della fodera che subito si scaldò sul mio corpo. Mi sentivo stretta in un abbraccio improvviso e caldo. Allo specchio vidi una ragazza sportiva ma diversa, le guance accese, un sorriso che nemmeno mi riconoscevo. Certo, la vecchia gonna e la t-shirt rossa stonavano con tanta eleganza, ma questi erano dettagli insignificanti, il cuore festeggiava.

E non è tutto! disse allegra la signora Natalia, felice quasi quanto me. Tieni!

Mi porse una tessera piegata in due, con sopra un piccolo esploratore disegnato.

Cos’è, zia Natalia?
La vacanza al campo estivo Aurora! Vai questestate, al primo turno. È un posto meraviglioso! Anche questo lo ha portato Igor Olimpi, che Dio lo benedica.

Quella notte feci fatica a dormire: nella mia testa si rincorrevano immagini a colori. La vittoria in finale, la medaglia, il viaggio in macchina con Igor Olimpi, il campo estivo, il bellissimo cappotto nuovo, che riposava nellarmadio.

Silenziosa, mi alzai dal letto, raggiunsi larmadio aperto e indossai ancora una volta Cappottina, come già la chiamavo dentro di me.

Mi affacciai in corridoio. Dalla finestra guardai la pioggia sottile di primavera, e per la prima volta in vita mia, non desiderai che linverno se ne andasse in fretta. Volevo rimanere elegante il più a lungo possibile.

***
Scarpe da ginnastica, ciabatte, occhiali da sole, controllava la lista la signora Natalia la sera prima della partenza e il cappotto… demistagionale, Mariangela, cè scritto proprio così. Non discutere, se è scritto nella lista deve esserci.

Annuivo, anche se non capivo proprio a cosa servisse un cappotto destate. Ma in effetti, la sera faceva fresco e la mia cosa più preziosa non la volevo lasciare con tutte le altre nel guardaroba comune.

Appena arrivata nelledificio del primo gruppo al campo Aurora, tutti mi guardarono come se avessi due teste. Le altre ragazze indossavano giacche leggere, smanicati di jeans, abiti leggeri. Io col mio cappotto. Nello zaino non ci stava, volevo portarmelo addosso anche a scapito dello spazio (cera già il pallone da basket, dopo tutto).

Ti piace lo stile della nonna? rise acidula Elena, la magrolina al letto accanto.
Forse è roba del nonno! aggiunse qualcunaltra.
È finito linverno, borbottò la ragazza vicino alla finestra.
Magari è arrivata a Firenze in slitta dal Nord!

Fatene a meno risposi sottovoce stringendo i pugni e lanciando uno sguardo gelido in giro, così nessuna azzardò altro.

Appesi Cappottina alla testiera del letto e me ne andai.

Un po tocca, quella lì, sussurrò una ragazza alle mie spalle appena uscii.

Mi incamminai per il campo, visitai la mensa, la pedana delle esibizioni, il campo da calcio, il campo da volley con la rete sulle ultime gambe. Quello di basket era invaso dalle erbacce; uno dei due canestri aveva il ferro storto, laltro mancava del tutto.

Cosa sono venuta a fare qui? pensai appoggiata a un alto pioppo. Poi scossi la testa: ventuno giorni passano comunque. Ho con me Cappottina e il mio pallone, il resto poco importa. E però, mi sentivo di nuovo sola come anni prima.

Il giorno seguente ci fu la cerimonia dinaugurazione del turno, il falò, la musica. Le luci danzanti del fuoco si riflettevano nei miei occhi, poi la sarabanda psichedelica della musica. Io non sapevo ballare, ma amavo ascoltare, così stavo seduta in disparte, sulle panche dietro gli arbusti di acacia, ad ascoltare canzoni strane.

Prima di dormire le ragazze si raccontavano storie di paura o di film stranieri visti coi videoregistratori che alcune avevano già a casa. Io ascoltavo a occhi chiusi, fingendo di dormire. Come avrei potuto stupirle? Raccontando dei singhiozzi notturni delle nuove arrivate? Di croste di pane sotto il cuscino prese di nascosto in mensa? O del modo in cui si guardava ogni adulto: Chissà, sarà qui per me?

Quando si selezionò la squadra di volley e mancavano giocatrici, la caposquadra Daria esclamò: Mariangela, tu sei sportiva, vieni a provare!

Ci provai, anche se non avevo mai giocato a volley. Non si doveva prendere il pallone ma respingerlo col palmo. Daria, coraggiosa e con la lunga treccia scura, mi strillava: Perché lo prendi? Non è basket, spingi, passa! Più morbida!

Ma la palla non mi ascoltava. Dopo una serie di errori e il solito sconforto, andai via. Presi il mio pallone arancione, sradicai una po di erbacce, e cominciai a tirare a canestro, più volte possibile.

I giorni si susseguivano ginnastica mattutina, pulizie, mensa, preparazione al concorso Ciao, cerchiamo talenti, e tutte le attività tipiche dei soggiorni estivi.

I miei momenti preferiti erano le proiezioni di film ogni due giorni il cartellone annunciava il titolo e la sera il cinema ambulante portava una pellicola nuova dal paese vicino. Io mi sedevo sempre in ultima fila, per non disturbare nessuno, e mi lasciavo rapire dalle storie degli schermi giganti: marinai che lottavano coi pirati oppure lindiano Capo Nuvola che salvava la sua tribù.

Quando cera tempo libero lanciavo il pallone al canestro, anche di sera, mentre le altre si riunivano. Solo Cappottina, fedele alla mia sedia, restava con me nella penombra.

Alle feste mai andavo. Mentre le altre si truccavano e uscivano, io rimanevo in disparte, sulla vecchia panca.

Un giorno, però, sentii bisbigli provenire dai cespugli: Daria e un ragazzo del primo gruppo si nascondevano, pensando di essere soli. Poi, dalla sala club, sbucarono tre ragazzi più grandi, un po alticci, con le sigarette in bocca. Videro Daria e si avventarono su di lei. Il ragazzo scappò e lei rimase sola, spaventata come una rondine in trappola.

Ehi, che bella signorina, venuta dalla città! Dai, facciamoci due passi con la luna! ridevano.

Quando la vidi bloccata da quei tre, senza pensare mi lanciai fuori dallombra, decisa. Mi piazzai al suo fianco e sibilai: Andatevene, sennò vi spacco la testa!

Loro in un attimo si fecero più sfrontati, vedendomi alta, slanciata, da modella, ma uno tentò di afferrarmi. Feci partire un pugno maldestro ma potente, mentre Daria agguantava i capelli di un altro gridando. In quel momento tra una canzone e laltra si fece silenzio e qualcuno sentì le urla: arrivarono i ragazzi e gli animatori. Due dei teppisti vennero bloccati, il terzo provava a scappare, ma io presi il mio pallone e lo centrai alla nuca. Crollò steso e fu di nuovo preso.

Che tiro, sorellina! mi disse Daria, ormai calma grazie.

Di niente, risposi, recuperai il pallone e me ne tornai a dormire.

Tutto a posto? mi chiese Daria, raggiungendomi, stavolta senza prenderMI in giro.

Sì, davvero.

La mattina dopo, durante la ginnastica, Daria mi chiamò: Mariangela, vieni in coppia con me! Ti mostro qualche battuta!

Non sono capace, Dar
Ti spiego io! Puoi fidarti!

Dopo poco il pallone volava agilmente sopra la rete.

Più misura, solo le dita, guarda, bravissima!

Da quel momento tutto cambiò. Non di colpo. Ma cambiò.

***
Il giorno della visita dei genitori, a sorpresa, nevicò. Dalla mattina fiocchi grandi e lenti si adagiavano dappertutto. I ghiaccioli sulle maniglie e la neve sulle rose davanti alla mensa erano una bellezza. Però non scaldavano nessuno.

I genitori cominciarono a presentarsi verso mezzogiorno. Un filo telefonico dalla portineria alla radio locale vibrava senza sosta.

Laltoparlante continuava:
Elena Verdi, Chiara Rinaldi, Riccardo Bosi, i vostri genitori sono arrivati!

I bambini sentendo il proprio nome correvano emozionati ad abbracciare mamma e papà.

Ragazze, che freddo cane, con questa roba finisco dritta in ospedale borbottava Elena Verdi annaspando con la sua felpa sottile.

Ma allimprovviso una voce, mai sentita, interruppe tutti:
Prendi il mio cappotto, Elena, è caldo, non prendere freddo!

Tutte si voltarono a vedere me che porgevo Cappottina proprio a lei, quella che giorni prima lo chiamava da nonna.

Grazie, Mari Mariangela.

Così il cappotto passò di mano in mano, abbracciò metà delle ragazze del dormitorio, prese un po di ogni profumo: mele, cioccolato, fiori… Ogni volta chi riceveva da me qualcosa ricambiava con una cioccolata, succo o qualche biscotto. Io non li volevo, ma alla sera la mia mensolina era diventata piena di dolci.

Lultima ad andare fu Daria. Si infilò il cappotto e uscì, decisa e alta tra la neve dei lampioni. La seguii con lo sguardo, pensando che avrei dato tutto per avere anchio qualcuno che venisse per me.

Mi sdraiai sul letto, mi coprii fino alla testa, creando la mia casetta di lenzuola come da bambina. Mi addormentai così.

Mi svegliò una carezza sulla spalla. Tra sonno e veglia vidi il profilo di una donna accanto a me. Pensai a un sogno, mi girai, ma la donna restava lì.

Mamma? chiesi a occhi chiusi.

Sì, rispose lei, dolce, posso essere la tua mamma?

E io, tua sorella sul serio, Daria si aggiunse decisa.

Allora mi svegliai; la donna che voleva diventare mia madre era bella come la figlia, e aveva lo stesso sguardo limpido delleducatrice Natalia.

Sorridendo mi disse: Daria mi ha parlato tanto di te che ti ho già amata. Dice che sei la migliore ragazza dItalia e senza di te non parte.

Accetta, Mari, ti prego, aggiunse Daria, la mano nella mia.

Tuo papà sarà daccordo? chiesi piano. Magari non vorrà
Lui ti conosce già: ha visto che indossavo il tuo cappotto e mi ha chiesto subito dove lavessi preso. Ho detto che era di mia sorella Mariangela. Era contento. Ti ricordi Igor Olimpi? È mio papà!

Daccordo, sussurrai tra le lacrime, crollando tra le loro braccia.

Così ci trovarono le mie compagne, al loro ritorno dalla cena.

***
Igor Olimpi mi aspettava in macchina. Quando vide la moglie e le due figlie radiosamente unite, capì ogni cosa. Disse che sarebbe stato onorato di essere il padre di una nuova figlia.

Da quel momento anchio cambiai. Sgusciai fuori dalla stanza nascosta della mia anima, smisi di essere la selvaggia silenziosa. Divenni una chiacchierona allegra, stella del campo!

Le ragazze mi accettarono davvero dopo lepisodio dei bulli e il cappotto. E quando ricevetti il mio tesoro di dolci, organizzai un picnic notturno con le compagne, spargendo su una coperta tutte le prelibatezze. Poi mi iscrissero anche al concorso Miss Aurora, mi insegnavano a ballare, a sistemare i capelli, a scegliere il vestito.

Pochi giorni dopo, una voce gioiosa dallaltoparlante annunciava: I genitori di Daria e Mariangela sono arrivati!

Mano nella mano, corremmo verso il cancello del campo, verso chi ci aspettava dallaltra parte.

E in quellattimo, tutti capirono che stavamo vivendo uno dei momenti più felici della nostra vita.

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Il cappotto bianco Marianna visse in un orfanotrofio fin dall’età di cinque anni. Non sapeva esatt…
— Natalia, sei a casa? — Igor entrò di corsa nell’appartamento e si bloccò vedendo la moglie nell’ingresso, accovacciata e in lacrime. — Non ho capito nulla di quello che è successo, piangevi così forte che non si capiva una parola. Poi, come se non bastasse, il telefono si è scaricato. Cosa è successo, Natalia? Sei pallida come un lenzuolo. — Micio è sparito… — sussurrò a fatica Natalia. — Non è più in casa. — Come sarebbe sparito?! — si stupì Igor. — Dove può essere andato? Puoi spiegarmi bene? Magari si è nascosto da qualche parte? — No. Tua sorella… Vicky… Insomma, ha detto che Micio è scappato per le scale quando è uscita a passeggiare con Michele. Ma lo sai anche tu, Igor, il nostro Micio… Non sarebbe mai uscito da solo. Perché dovrebbe andare fuori, dopo quello che ha passato? Secondo me l’ha fatto apposta… — Cosa?! — Igor strinse i pugni. — Dov’è adesso? Dov’è Vicky? — Credo sia andata al supermercato… Non so. Ho cercato Micio dappertutto, ma non c’è. Nessuno l’ha visto nei dintorni. Ma come è possibile, Igor? Come può una persona essere così crudele? Buttare una creatura indifesa in strada. In inverno. Ma si può? — Una persona no. Ma Vicky… Vicky sì. E poi, non è la prima volta che fa una cosa del genere. Non preoccuparti, oggi stesso non metterà più piede in questa casa. Ah, perché mai l’abbiamo fatta entrare… *** Un mese fa… Igor stava andando verso la fermata quando notò qualcosa di grigio sotto la neve. All’inizio pensò fosse solo una pietra, ma tremava come un vecchio frigorifero. Forse fu proprio questo a colpirlo: non aveva mai visto una pietra tremare dal freddo. Per curiosità si avvicinò e solo allora si accorse che era un piccolo gattino grigio. — Ma guarda… — mormorò Igor, grattandosi la testa. — Che ci fai qui, piccolino? Era una domanda retor