Quando mia figlia Letizia aveva sei anni, mia moglie se nè andata. Da allora, nulla fu più come prima. Al funerale, promisi a mia moglie che mi sarei preso cura di nostra figlia e che lavrei amata per entrambi fino alla fine dei miei giorni. Letizia è cresciuta diventando una ragazza intelligente. Studiava, mi aiutava in casa, cucinava come sua madreche bontà, da leccarsi i baffi.
Col passare degli anni, Letizia iniziò luniversità. I suoi voti peggiorarono un po’, ma non era importante: nello stesso periodo lavorava e continuava a darmi una mano con le faccende domestiche. A un certo punto Letizia conobbe Matteo, e poco tempo dopo lo portò a casa per presentarmelo. Sembrava un bravo ragazzo, e fui davvero felice quando i ragazzi mi annunciarono che dopo il matrimonio avrebbero continuato a vivere con me.
Eppure, dopo il matrimonio, le cose cambiarono. Mio genero divenne scontroso, spesso offensivo, e mi urlava contro per un nonnulla Fu così che, quando Letizia mi propose di vendere la nostra casetta di due stanze per comprare un appartamento più grande a Roma, acconsentii ma a una sola condizione: la nuova casa doveva restare intestata a me. Matteo, come cera da aspettarsi, cominciò a gridare che non mi fidavo di lui. Ma io non avevo nulla da nascondere. Dissi chiaramente: ho bisogno di una sicurezza, non voglio finire per strada da vecchio. Quando io non ci sarò più, la casa sarà vostra e farete ciò che vorrete.
Letizia e suo marito fecero in fretta i bagagli. Se ne andarono a Roma, colmi di risentimento e lasciandomi addosso parole pesanti. Da allora, Letizia sembrò dimenticarsi completamente di me, ma nel mio cuore speravo ancora che cambiasse idea, che comprendesse le mie ragioni e che, prima o poi, mi avrebbe perdonato.
Alcuni mesi dopo quel litigio, arrivò il mio compleanno: il sessantesimo. Ero certo che Letizia mi avrebbe fatto una sorpresa. Pulii tutta la casa, preparai i suoi piatti preferiti, mi vestii elegante e mi sedetti a tavola. Rimasi lì per tutto il giorno, guardando fuori dalla finestra, aspettando che sentissi il cancello aprirsi e di vedere finalmente Letizia tornare da me. Aspettai fino a sera; poi mi cambiai, andai a letto, lasciai tutto il cibo sul tavolo e piansi, parlando alla foto di mia moglie, senza neppure ricordarmi come mi addormentai.
Forse mia figlia era così arrabbiata da non volermi nemmeno chiamare, o forse le era successo qualcosa di brutto. Non sapevo darmi pace: perché mai Letizia avrebbe dovuto dimenticare del tutto il suo vecchio papàLa mattina seguente mi svegliai stanco, gli occhi gonfi di lacrime secche. In cucina, i piatti di ieri mi ricordavano silenziosi la festa mancata. Finii per sistemare tutto, come si fa con una ferita: con gesti lenti, premurosi, come a fasciare un dolore. Poi mi sedetti in poltrona e presi la vecchia scatola delle lettere che conservavo nellarmadio: dentro cerano tutti i disegni e i biglietti che Letizia mi aveva lasciato crescendo, dalle prime scritte storte ai pensieri più maturi di adolescente.
Ne scelsi uno a caso, una letterina del tempo delle elementari. Papà, quando sono triste tu mi fai sorridere, e quando sono felice mi fai volare. Risi amaramente. Quanto sarebbe stato facile, da bambina, salire tra le mie braccia e credere che le delusioni potessero passare in fretta, e che bastasse poco per tornare felici.
Quella sera, prima di andare a letto, feci qualcosa che non facevo da tanto tempo: scrissi una lettera a Letizia, senza aspettarmi nulla, solo per liberare il peso dal cuore. Le raccontai di come ogni angolo della casa mi parlava ancora di lei, dei silenzi, della paura di averla persa davvero. Le dissi che lamore di un padre non si spezza per orgoglio e chiesi scusa per tutto ciò che non avevo saputo spiegare a parole. Non parlai della casa, né di Matteo, né di ciò che era stato. Solo di quanto mi mancava mia figlia.
Il giorno dopo, la spedii. Passarono giorni, settimane. Il tempo scorreva placido, e io mi abituai al pensiero che Letizia forse non avrebbe mai risposto. Ma una mattina, mentre tagliavo le rose in giardino, sentii il cancello cigolare. Rimasi immobile, col cuore che batteva forte come un pendolo impazzito.
Letizia era lì, con gli occhi lucidi e le mani che tremavano. La prima parola, però, la disse lei: Posso entrare, papà? Bastò quellattimo per abbattere tutti i muri che avevamo costruito. Ci abbracciammo, senza più paura né orgoglio, sotto quel cielo che sembrava, per la prima volta dopo tanto tempo, di nuovo nostro. Da quel giorno, imparai che si può essere felici anche con un cuore che porta cicatrici, se si ha il coraggio di aprirlo ancora allamore.






