Giovanni, davvero? La notte di Capodanno? Ma avevamo programmato tutto, ho fatto la tua ricetta preferita per lanatra, con mele e prugne, Caterina rimase immobile con il mestolo in mano, fissando incredula il marito che si muoveva nervoso tra camera e armadio, riempiendo la borsa da viaggio.
Giovanni si fermò, sospirò pesantemente e la guardò con laria di chi porta sulle spalle tutto il peso del mondo.
Cate, lo sai, non è colpa mia. Il direttore ha chiamato cinque minuti fa. Unemergenza: si è rotta la tubatura del riscaldamento al magazzino, cè in ballo merce per centinaia di migliaia di euro. Se non salviamo adesso la partita di elettronica, dopo le feste ci licenziano tutti. E io, come responsabile della logistica, devo essere lì. Devo coordinare tutto, redigere i verbali. È una disgrazia. Puoi capirmi?
Caterina posò lentamente il mestolo nella pentola dove cuoceva il minestrone per pranzo. Dentro si sentiva ferita. Avevano atteso questo Capodanno per settimane. Volevano trascorrerlo soli, in modo romantico, con le candele, senza parenti o amici rumorosi. I figli ormai grandi vivevano lontano, non cerano nipoti, quella serata doveva essere solo loro.
E quanto durerà? chiese piano, con la voce spezzata.
Fino a mattina sicuro, Giovanni spalancò le mani in segno di scuse. Lì cè acqua dappertutto, ci metteremo ore a svuotare e spostare le scatole… Mi dispiace, cara. Non sono contento neanchio. Ti pare che sogni di accogliere lanno nuovo in uno stabile allagato, con gli stivali di gomma? Anchio sognavo la tua anatra e la torta Napoleone.
Le si avvicinò, la abbracciò e le baciò la fronte. Profumava di unacqua di colonia costosa che usava solo nelle occasioni speciali.
Strano, pensò Caterina. Perché profumarsi di Chanel se si va a spalare acqua in magazzino?
Ma non disse nulla. Dopo venticinque anni di matrimonio aveva imparato a fidarsi di lui. Giovanni era un uomo affidabile, lavoratore, tutto casa e famiglia. Il lavoro, in fondo, era lavoro, soprattutto in tempi difficili.
Va bene, sospirò, allontanandosi. Vai pure. Almeno ti preparo qualcosa da mangiare da portare. Non puoi restare digiuno. Ti metto il bollito, qualche tartina con salmone, un pezzo di torta.
Lascia perdere, Cate! rispose Giovanni con troppa fretta. I colleghi ordinano la pizza, figurati se mi presento con i contenitori, faccio la figura del buffone! Sono il capo, si prendono gioco di me.
Che sciocchezze, sbuffò Caterina, iniziando comunque a preparare i contenitori. Il cibo di casa è tutta unaltra cosa. E poi, sai che hai lo stomaco delicato, ti verrà il bruciore dopo la pizza. Porto solo poco, non si nota nella borsa.
Fu irremovibile. Giovanni la guardava con un misto di fastidio e pietà, senza opporsi. Sembrava aver fretta.
Dopo mezzora era già in corridoio, vestito col piumino migliore.
Allora io vado. Non stare sveglia, dormi tranquilla. Domani riposiamo e festeggiamo insieme il primo dellanno, va bene? Ti voglio bene.
Anchio, rispose Caterina sottovoce.
La porta si chiuse dietro di lui, il rumore della serratura echeggiò come uno sparo. Caterina rimase sola.
Si diresse in soggiorno: lalbero di Natale splendeva di luci colorate. Sotto, ci erano i regali impacchettati da lei stessa per Giovanni un nuovo navigatore per lauto, che desiderava da mesi. Tutto appariva ora fuori luogo e triste.
In cucina, il profumo dellanatra riempiva la casa. Spense il forno, non aveva fame. Le lacrime, trattenute davanti al marito, finalmente sgorgarono. Si sedette, nascose il viso tra le mani e pianse: per sé, per la festa perduta, per quella solitudine che sembrava arrivata troppo presto.
Restò così per unora, mentre fuori la sera calava, e la città si preparava alla festa. Si sentivano già i primi botti e le grida gioiose in strada, mentre in casa regnava solo il silenzio e il ticchettio dellorologio.
Dimprovviso squillò il telefono. Caterina si asciugò le lacrime. Sul display: Simona.
Pronto? la voce rotta dal pianto.
Cate! Buon anno in anticipo! gridò lamica di sempre dallaltro capo. Ma sei giù? Hai già esagerato col Prosecco?
No, Simona. Non ho toccato nulla. Giovanni è dovuto andare in magazzino, unemergenza. Sono sola.
Ci fu silenzio per qualche secondo. Simona, donna combattiva, tre divorzi alle spalle e così esperta della vita, tacque.
Unemergenza, eh? Di notte, a Capodanno? Ma ci credi davvero? E tu stai lì, piangi e guardi Il ragazzo di campagna?
Che dovrei fare? Caterina singhiozzò. Lanatra si raffredda, io sono avvilita.
Basta così! ordinò Simona. Anche a me è saltato il programma: lultimo corteggiatore è scappato, si è spaventato della responsabilità. Quindi sono sola anchio. Ma mica ci resto a casa! Ho prenotato un tavolo al “Giardino dInverno”, spettacolo, Babbo Natale, balli. Tavolo per due. Andavo sola a rimorchiare, ma ora andiamo insieme: è il destino!
Simona, che ristorante? Caterina si scandalizzò. Sono in vestaglia, con gli occhi gonfi, e poi sono sposata! Non ci penso proprio.
Ci vai eccome! disse lamica. Non ti lascio sola a piangere. Hai ancora quel vestito di velluto blu che abbiamo comprato lanno scorso e mai indossato?
Sì
Bene, indossalo, truccati. Tra unora sono lì con il taxi. Niente scuse! Se tuo marito lavora, anche tu puoi divertirti. Non sei mica una suora. O vuoi davvero iniziare lanno tra le lacrime? Sai cosa dicono: come inizi lanno, così continua.
Caterina si guardò nel vetro. Sembrava davvero una zia sciatta. Davvero voleva essere così? Giovanni era lì, al freddo, a lavorare, e lei doveva soffrire? No, Simona aveva ragione. Doveva distrarsi, o la malinconia lavrebbe divorata.
Daccordo, sussurrò. Passa a prendermi.
Unora e mezza dopo Caterina quasi non si riconosceva. Il vestito blu si adattava perfettamente, la valorizzava. Una collana di perle, capelli raccolti, trucco indovinato. Gli occhi, anche se ancora tristi, brillavano di una nuova determinazione.
Simona, in rosso scintillante, fischiò ammirata.
Sei stupenda! Se il tuo Giovanni ti vedesse, mollerebbe il magazzino al volo.
Salirono in taxi. La città risplendeva di luci, e anche lumore di Caterina si alleggeriva. Stavano andando nel locale più prestigioso della città; ci sarebbero stati musica, spumante, cibo buono. La vita va avanti.
Al Giardino dInverno cera confusione e splendore: la sala grande decorata con oro e argento, un abete gigantesco al centro, camerieri indaffarati, i musicisti preparavano gli strumenti.
Il tavolo che spettava a loro era in una nicchia intima, con vista sul ballo, ma abbastanza nascosto.
Alle donne come noi! Simona brindò con il Franciacorta. Che il nuovo anno porti tanti uomini e tanti soldi!
Caterina sorrise e assaggiò il vino. Sentiva svanire la tensione. Ordinarono insalate, porcini gratinati e unaltra bottiglia. La conversazione fluiva: figli, prezzi, moda, problemi di donne.
Dopo un po, Caterina ammise: Sono felice di essere uscita, Simona. A casa sarei impazzita. Grazie!
È per questo che servono le amiche, rispose laltra. Guarda, iniziano le danze!
La musica, le luci soffuse… le coppie si affollavano sulla pista. Caterina osservava, malinconica: avrebbe voluto danzare con Giovanni e appoggiare la testa sulla sua spalla.
Lo sguardo vagò verso la zona delle finestre, dove cera la VIP area. Un uomo, seduto di spalle, aveva spalle e postura familiare.
Il cuore di Caterina si fermò.
Impossibile, mormorò. Indossa una giacca diversa. E lui è in magazzino.
Che succede? Simona seguì il suo sguardo.
Mi sembra… quello laggiù sembra Giovanni.
Proprio in quel momento luomo si voltò, colpito dalla luce.
Era Giovanni.
Caterina strinse la tovaglia finché le nocche sbiancarono. Faceva fatica a respirare. Era proprio lui, con la camicia che aveva stirato la sera prima. La giacca sprecata per il magazzino.
Ma il peggio non era questo. Di fronte a lui, una donna giovane e vistosa, con un abito dorato scollato, rideva e gli teneva la mano sul tavolo. E lui la guardava come aveva guardato Caterina ventanni prima: con passione e tenerezza.
Cate, sei pallida! si preoccupò Simona. Stai male?
È lui, disse Caterina con voce vuota. Giovanni.
Simona si strinse gli occhi per vedere meglio.
Ma sul serio? Con quella bionda? Che infame! E diceva magazzino, emergenza… Ma che storie!
Ha mentito, Caterina aveva le idee confuse. Non voleva stare con me. Voleva stare con lei.
Ripensò a tutte le scene della mattina: la fretta, il profumo caro, il rifiuto del cibo. Non posso andare dai facchini col bollito. Certo. Col bollito si va maluccio colla bionda.
Adesso basta, Simona si fece forte. Rimani qui. Vado a gettargli il secchiello del ghiaccio in testa.
No! Caterina la fermò. Niente scene.
Lo lasci passare? Cate, lui è lì con lamante mentre tu piangi a casa! Non puoi accettarlo.
Caterina fece un profondo respiro. Lo shock iniziale svaniva, lasciando il posto a un freddo distacco, quella forza che le donne trovano quando non resta più nulla da perdere.
Non lascio passare, disse piano, ma niente isterismi. Non gli darò la soddisfazione di vedere lacrime. Farò a modo mio.
Si alzò, si aggiustò il vestito, il trucco.
Dove vai? mormorò Simona.
A salutare mio marito. A Capodanno non si è scortesi.
Attraversò la sala a testa alta, dritta come una regina. Il cuore in gola, ma fuori era calma. Camminava come sul filo.
Arrivò al loro tavolo. Giovanni era assorto con la bionda, servendole il piatto con cura.
Buon appetito, caro, disse ad alta voce.
Giovanni sobbalzò, buttò la forchetta. Alzò la testa, livido.
La sua espressione era da mostrare ai posteri: sgomento, paura, imbarazzo.
C-Caterina? Che ci fai qui?
La bionda, giovane e attraente, li guardava stranita.
Giovanni, chi è? chiese civettuola. È tua madre? Dicevi vivessero fuori città.
Un colpo basso. Madre. Caterina sentì ardere qualcosa dentro, ma sorrise.
No, cara. Non sono sua madre. Sono il responsabile del magazzino, Caterina fissò Giovanni. Sono venuta a controllare come va il drenaggio. Vedo che il lavoro procede egregiamente.
Giovanni iniziò ad alzarsi, rovesciò il vino, una macchia rossa sulla tovaglia bianca.
Cate, ti spiego Non è come credi È una riunione daffari È una collega
Siediti, ordinò fredda.
E lui si ritrovò seduto, come uno scolaro sgridato.
Collega, eh? disse Caterina alla bionda. Auguri per la negoziazione. Spero che la doppia tariffa per il turno notturno sia conveniente.
La bionda aveva compreso la situazione. Diventò paonazza.
Giovanni, ma mi avevi detto che eri divorziato! Che vivevate da separati!
Interessante, Caterina sorrise fredda. Così dividiamo i beni. Grazie, Giovanni. Lo terrò a mente.
Prese dal tavolo una bottiglia di Franciacorta.
Non vi dispiace? Ho la gola secca, ammirando la tua laboriosità, caro marito.
Versò un bicchiere, lo bevve in un sorso fissando Giovanni negli occhi. Lui si abbassava sulla sedia, muto. La gente iniziava a voltarsi.
Sai, Giovanni, Caterina rimise il bicchiere vuoto Ti avevo preparato il bollito, le tartine. Pensavo che languissi nel magazzino. E invece qui con il salmone a cucchiaiate!
Aprì la borsetta, tirò fuori le chiavi di casa e le posò sul tavolo davanti a lui.
Tieni. Ti serviranno per raccogliere le tue cose. Perché stasera a casa non vieni. Cè allagamento. La tubatura della mia pazienza è saltata.
Cate, aspetta! Non fare sciocchezze! Parliamo! Giovanni tentò di prenderle la mano.
Lei la ritrasse di scatto.
Non toccarmi più. Mai.
Si rivolse alla bionda, che guardava la scena ormai disgustata da Giovanni.
E a te consiglio: controlla i documenti e il portafoglio. Di solito questi pranzi li paghiamo col bilancio familiare, di cui dividiamo. Auguri e buon anno.
Caterina si girò e tornò verso il suo tavolo, sentendo dietro le giustificazioni confuse di Giovanni e le proteste della bionda. Ma ormai non le importava più niente.
Le gambe tremavano, il cuore batteva forte, ma la mente era lucida. Tornò da Simona, ancora sconvolta.
Sei incredibile! sussurrò Simona. Credevo gli tirassi il piatto addosso, invece lhai demolito col tono. Da film!
Caterina si sedette, bevve un bicchiere dacqua.
Andiamo a casa, Simona. Ti prego.
Certo cara. Pago il conto e andiamo.
Il tragitto a casa sfumò tra i pensieri. Guardava le luci e rifletteva: venticinque anni di vita finiti col tintinnio di bicchieri in un locale sconosciuto. Era doloroso, insopportabile, ma anche nauseante, come dopo una caduta nel fango.
Simona non la lasciò sola.
Niente pianti, disse entrando. Ora si sistema tutto. Dovè la roba sua?
Nellarmadio, Caterina fece cenno.
Per due ore sistemarono le cose di Giovanni: valigie, borse, perfino sacchi della spazzatura. Caterina lavorava in silenzio, con furia. Camicie, calzini, abiti: tutto via.
Questo maglione lho fatto io, osservò, tenendo un golf grigio. Ci ho messo due settimane di lavoro.
Dai, mettilo nelle sue cose. Così si ricorda chi perde, decretò Simona.
Alle quattro di mattina, tutta la roba era fuori dalla stanza. Lappartamento pareva svuotato.
Finito, disse Caterina. Vuoto. Come sento dentro.
Pian piano si riempie, la strinse Simona. Sei intelligente e bella. Troverai di meglio, non di certo uno che inventa storie di magazzini.
Non voglio uomini. Voglio pace, ribatté Caterina.
Alle sei suonò il campanello. Insistente, deciso.
Caterina sapeva chi era. Guardò dallo spioncino. Giovanni, stravolto, cravatta storta, aria disperata.
Non aprì.
Caterina! Apri! Dobbiamo parlare! urlava lui. È stato un errore! Ero ubriaco! Quella è piombata tra capo e collo! Io amo solo te!
Caterina appoggiò la fronte alla porta fredda.
Vai via, Giovanni, disse a voce alta. Le tue cose sono sul pianerottolo, le ho messe lì appena sei salito in ascensore. Ho cambiato la serratura stanotte.
Non hai diritto! È anche casa mia!
Ce lho. Domani chiedo il divorzio. E fino ad allora, dormi pure in magazzino. Forse ora è asciutto, chissà.
Cate, non fare così! Venticinque anni di vita! Non tagli tutto!
Esatto. Venticinque anni. Mi hai tradita per una sera con una bionda da quattro soldi e una bugia. Va via. Chiamo la polizia se insisti.
Fu silenzio. Poi rumore di borse, un sospiro, passi che scendevano le scale.
Caterina si lasciò scivolare a terra, Simona accanto, pronta a consolarla.
È finita. Sono libera.
Sei più che libera, mormorò Simona. Ora inizi a vivere per te. Quando è stata lultima volta che hai fatto ciò che volevi, non quello che serviva a Giovanni o ai figli?
Non seppe rispondere.
Passarono tre mesi.
La primavera era nellaria. Caterina passeggiava nel parco, respirando lodore dellerba e dei germogli. Indossava un cappotto nuovo, comprato coi risparmi per i momenti difficili.
Accanto a lei, Simona.
Allora, come va? chiese lamica. Ha chiamato?
Sì, rispose Caterina tranquilla. Piangeva. La bionda lha mollato dopo una settimana, quando ha capito che non era un imprenditore pieno di soldi ma solo un logista con mutuo da pagare e alimenti in vista. Voleva tornare. Diceva che sono una santa.
E tu?
Gli ho detto che le sante stanno in paradiso. Io sono una donna normale, e non accetto bugiardi. Domani il tribunale: ci separano.
Nessun rimpianto?
Caterina si fermò, guardò il cielo azzurro e il sole.
Allinizio sì, ero triste, spaventata. La solitudine è dura. Ma poi ho capito: quella notte fu il regalo più prezioso del destino. Se lui non avesse mentito, se tu non mi avessi portata fuori, avrei continuato a vivere nella menzogna, lavando e stirando per uno che non mi apprezzava. Ora ora respiro. E sa di buono.
Sorrise, finalmente serena.
Andiamo a prendere un caffè? Hanno aperto una nuova pasticceria allangolo, fanno dei bignè incredibili.
Andiamo! esclamò Simona. E poi al cinema?
E poi al cinema. Da oggi decido io.
Caterina camminò decisa lungo il viale, i suoi tacchi creavano una melodia tutta nuova, quella della libertà appena conquistata, dove non cerano più bugie né finti allagamenti.






