Il piccolo gattino grigio sedeva davanti alla porta della clinica veterinaria. Piangeva, mentre accanto a lui si trovava un minuscolo micetto…

Un piccolo gattino grigio era seduto davanti alla porta della clinica veterinaria di Venezia, piangendo silenzioso, mentre accanto a lui giaceva un minuscolo micetto.

Allingresso della clinica, una gatta dal pelo argentato singhiozzava, e tra le sue zampe cera il piccolo Briciola, così debole da far scorgere le costole sotto il pelo. Il cielo era di unautunno limpido: laria frizzava di freschezza, le foglie gialle e cremisi giravano in un turbine come se danzassero al ritmo di una melodia invisibile. Lumore era leggero, quasi spensierato. Improvvisamente, qualcosa attirò lattenzione di Giulia, che passeggiava con il suo cane al guinzaglio: la gatta ai piedi della clinica.

La gatta miagolava disperata, balzava verso i passanti come a implorare aiuto, urlava, chiedeva, pretendeva, ma le persone acceleravano il passo. Tutti correvano ai propri affari, fingendo di non vedere la creatura che a stento respirava sullasfalto. È più facile voltare le spalle al dolore altrui. Eppure Giulia si fermò.

Si chinò lentamente e sollevò con delicatezza il cucciolo. Briciola era talmente scemato che le costole spuntavano fra il pelo. Il suo respiro era quasi un sussurro. Nella sua mente balenò un unico pensiero: «Che fare? Dove andare?» In quel momento la mamma gatta si avvicinò, fissò Giulia negli occhi e miagolò piano, insistente: «Aiutami, salvami».

Sulla porta pendeva un biglietto: «Il 28 non ci sono. Chiusura.»

Giulia rimase perplessa. Taxi? Soldi? Dove andare? Ma, guidata dallinstinto, spinse la porta. E, come per magia, essa si aprì.

Nel corridoio, un uomo alto, dal volto segnato dal tempo, indossava un camice bianco logoro. «Per favore!», implorò Giulia, «Aiutatemi! Non ho denaro, ma lo ripagherò dopo». Luomo, colpito dalla fragilità del micetto, lo prese con cura e lo portò durgenza in sala operatoria. Giulia e la gatta rimasero nel corridoio, tremanti per lemozione.

Dopo qualche minuto, Giulia notò dei piccoli rigonfi sotto il camice delluomo, tra le scapole: «Misericordia, poverino», pensò. Luomo la guardò intensamente, poi tornò a concentrarsi sul piccolo.

Le ore passavano lente. Il respiro di Briciola si stabilizzò. «Ecco, guarda», disse il veterinario, «sopravviverà. Ma avrà bisogno di cure, medicine e calore. Non può più tornare in strada», disse, fissando Giulia. La gatta madre le lanciò uno sguardo pungente.

«Che cosa vuoi?», protestò Giulia. «Lo prenderò a casa, anche la mamma. Con il mio cane Fido accoglieremo tutti nella nostra famiglia», promise, indicando il fidato cane accanto a sé.

Il dottor Romano sorrise: «Allora fornirò tutto il necessario. Non chiedo soldi, considera il prezzo già pagato».

Giulia rimase sorpresa dalla parola «signorina», ricordando i tempi in cui la chiamavano così. Non cera tempo per riflessioni. Prese le medicine, il cucciolo e si diresse verso casa, accompagnata dal suo cane fedele e dalla gatta.

Un mese dopo, Giulia radunò il coraggio e chiamò la clinica per ringraziare il dottore.

«Pronto, dottor Romano?», rispose una voce giovane e allegra.

Raccontò la storia del gatto salvato e ringraziò. Il dottore, imbarazzato, cercò nel computer e rispose: «Mi dispiace, non la ricordo. Il 28 ero in ferie con la famiglia fuori città. Forse cè stato un errore, ma non importa. Limportante è che il gattino vive ed è a casa sua».

Giulia, confusa, si sedette. In quel momento Briciola, ormai forte e ormai membro della famiglia, saltò sulle sue ginocchia. Accanto al pavimento, la gatta madre osservava silenziosa.

Allimprovviso, nella stanza apparve una figura avvolta in un camice logoro, ma dietro di esso si intravedevano ali bianche. Un angelo sorrise. «Sei stata tu a salvarlo», disse alla donna. «Io ho solo dato una mano».

La gatta guardò langelo e fece un lieve ronron. «Di solito non aiuto gli uomini», continuò langelo, «ma voi gatti siete così insistenti. Bene, infrangerò la regola unultima volta». Con un occhiolino scomparve nellaria, e il campanello della porta suonò.

Sulla soglia comparve un uomo goffo in una vecchia tuta da lavoro, con una cassetta di attrezzi. «Sono stato chiamato? Sono il idraulico, la tubatura perde?»

«Non ho chiamato te», rispose Giulia, «ma dato che sei qui, ripara anche il bagno. Pago io».

Luomo, confuso, entrò, posò gli attrezzi sul pavimento e si inginocchiò. Giulia gli porse un cuscino spesso da mettere sotto i piedi.

«Grazie», mormorò lidraulico, poi sorrise. Il suo volto stanco e rasato si trasformò in unespressione quasi infantile, vulnerabile. Un dolore dolce trafisse il cuore di Giulia. Provò una compassione improvvisa per quelluomo solo e smarrito.

«Vuoi che ti scaldi un po di minestra? Ho delle polpette con il farro», disse, senza sapere da dove venissero quelle parole.

Luomo inspirò profondamente. «Dio, quanto tempo non mangio così», disse, guardando Giulia con un sorriso timido ma speranzoso.

«Allora attendi!», esclamò, rossa, correndo in cucina con la determinazione di chi compie un gesto sacro.

Nel frattempo, lidraulico, tentando di concentrarsi sul lavoro, si trovava a sentire gli aromi che provenivano dalla cucina: lodore di carne arrostita e di minestra fresca riempiva la casa. Per rendere lattesa più lieve, mise su un vecchio magnetofono: le note di Vivaldi, Le Quattro Stagioni, riempivano la stanza.

Giulia rimase ferma nella porta. «Non può essere», bisbigliò, «ma è accaduto, è qui, adesso».

Un mese dopo, sulla Piazza San Marco, Giulia passeggiava mano nella mano con luomo, ormai vestito in un elegante completo. Nei suoi occhi brillavano felicità e serenità, quel sereno rifugio che ogni cuore sogna.

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Il piccolo gattino grigio sedeva davanti alla porta della clinica veterinaria. Piangeva, mentre accanto a lui si trovava un minuscolo micetto…
SORPRESA PER LA MOGLIE Aprendo la porta, Marisa ha buttato sulla credenza il mazzo di fiori portato dal lavoro, si è tolta finalmente le scarpe col tacco e ha infilato le pantofole. Anche se forse sarebbero stati più indicati gli stivali. C’era più acqua in casa che sulle scale. Dal fondo dell’appartamento arrivavano il miagolio soffocato del gatto e altri strani rumori: colpi, brontolii e persino del fumo. — Alessandro, che è successo?! Il marito è apparso dopo qualche secondo. In mutande, scalzo, coperto di fuliggine, il viso graffiato e un bel livido sotto l’occhio. Un asciugamano annodato in testa, tipo turbante. — Marisina, sei già qui? Non ti aspettavo così presto. Credevo che con il party aziendale, visto che sei la direttrice, saresti rimasta fino all’ultimo ospite… Sbuffando, Marisa si è lasciata cadere su un pouf e ha ordinato: — Racconta, disgraziato. Che hai combinato stavolta? — E-e-ecco, amore mio, — ha balbettato Alessandro, impaurito, — tu però non agitarti… — Mi agitavo, — l’ha interrotto Marisa, — quando negli anni ‘90 la malavita mi minacciava. Mi preoccupavo col default, con la crisi. Dopo tutto ciò, niente mi tocca più. Adesso parla, che succede in casa? — Allora… — Stringi! — Va bene! Volevo farti una sorpresa per festeggiare. Ho deciso di sistemare casa, fare il bucato e preparare una cena speciale. Ho preso un giorno di permesso, caricato la lavatrice, sono andato al mercato… cioè prima al mercato, ho comprato il vitello e quello ha cominciato a… — Il vitello? — ha precisato Marisa. — No, la lavatrice. Ma non subito. Ho messo il vitello al forno, sono andato a fare pulizie, e lì il gatto… — È vivo? — Certo, — si è offeso Alessandro. — Solo un po’ bagnato. Guarda, quando ho avviato la lavatrice, dentro non c’era. Giuro! Poi si è infilato, non capisco come. — Come può un gatto entrare in una lavatrice chiusa?! — Non so, si sarà infiltrato. Perplessa, Marisa chiude gli occhi e fa: — Avanti, la cosa si fa interessante. Prima però fammi vedere il gatto. Voglio esserne certa. — Cuore, non posso. Bisogna andare da lui. — Spero almeno abbia ancora tutte le zampe? Asciugandosi il viso graffiato, Alessandro conferma cupo: — E come! Solo che per sicurezza le ho momentaneamente “bloccate”. — Va bene, dopo. E poi? — Insomma, mentre il gatto faceva il bagnetto, ho sentito puzza di bruciato. Vado in cucina, apro il forno, mi brucio le dita, la carne stava andando a fuoco, ci butto sopra dell’olio… Non sapevo però che sarebbe esploso! — I capelli presi, fumo ovunque, ho iniziato a spegnere tutto. E intanto il gatto urlava. Corro alla lavatrice, vedo i suoi occhi dallo sportellino: stava davvero male. L’ho spenta, provo ad aprirla ma non si apre. Il gatto continua a urlare. E il piano cottura brucia. Prendo un piede di porco. Beh… la lavatrice ha subito ceduto, ma il gatto è libero. — Nel frattempo, mentre spengevo i fornelli, quell’anima in pena si è precipitata in tutta la casa, ha fatto cadere due vasi, ha sporcato il tappeto, strappato le tende, graffiato le pareti, rovesciato lo spumante dal tavolo, i vicini sotto battevano sulla batteria del calorifero e credo abbiano minacciato di sterilizzare… Ma sterilizzare chi? Noi lo abbiamo già sistemato due anni fa! O parlavano di me? Insomma, tutto bene, tu non ti preoccupare… Tra le lacrime dal ridere, Marisa si alza, scansa il marito e passa in salotto. Il disastro è come descritto da Alessandro. Più almeno una decina di dettagli che avrebbero fatto svenire chiunque non fosse stata Marisa. Ma dopo vent’anni al timone di una grossa società, ne aveva viste di peggio: purché i nipoti non fossero a casa e marito e gatto vivi, il resto non contava. Il gatto, in effetti, era legato alla batteria, tutte e quattro le zampe bloccate, e la testa avvolta da una vecchia sciarpa. Ma vivo, niente ustioni: tanto basta. Alessandro si affretta a spiegare: — Capisci, amore, non voleva stare sul termosifone. Temevo non asciugasse. Non sono riuscito a strizzarlo, si agitava. Quindi l’ho legato. E la sciarpa, per non farlo urlare. I vicini avranno suonato dieci volte e minacciato pompieri e polizia. Persino una strega volevano chiamare, per una maledizione. Sciolto il gatto, Marisa lo consola, poi lo asciuga con l’asciugamano (ormai spelacchiato della testa di Alessandro) e lo libera. — Sei uno str… Alessandro. Poteva soffocare! Ma dopo il lavaggio niente lo spaventa più, nemmeno me! Seduta sul divano, Marisa abbraccia il gatto e guarda il marito. — Allora? — Cosa? — balbetta Alessandro deluso. — Mi vado a impiccare subito o ti lascio godere della soddisfazione? — Ah, — sospira Marisa. — Oggi è l’8 marzo. Sorridendo largo, Alessandro corre in camera, torna tutto impettito e misterioso con le mani dietro la schiena. Si inginocchia davanti a lei e solennemente recita: — Marisina, luce dei miei occhi. Siamo insieme da trent’anni e mi sorprendi sempre. Sei la donna, mamma e nonna più bella, misteriosa, elegante, paziente, sensibile e affettuosa. Ti auguro una splendida Festa della Donna, resta sempre come sei. Ecco. Allunga le braccia e porge una scatolina con un anello d’oro e un mazzo di rose, ormai stravolto e spelacchiato. Si giustifica: — Era un bellissimo mazzo, davvero. Solo che non ha retto l’incontro col gatto impazzito. Non arrabbiarti né con me, né con lui. Non è tutta colpa sua. Volevo solo farti felice. Accarezzando la testa del marito, Marisa annusa i fiori e sorride. — Hanno ancora profumo, pensa! E neanche di bruciato. Però, basta esperimenti, Alessandro, ok? Solo i fiori la prossima volta. Un altro “festone” così la casa non lo regge. E nemmeno i vicini. — Sai, al lavoro ti regalano cose belle, fiori costosi, volevo stupirti con qualcosa di diverso. Con un tocco speciale. Una sorpresa con il fuoco, per lasciarti a bocca aperta… — E ci sei riuscito, sciagura mia, — sorride Marisa. — E pure con il fuoco. Non importa cosa ricevo al lavoro. Tu ci metti il cuore, l’amore, e basta. Adesso però, andiamo: sistemiamo sto disastro e chiediamo scusa ai vicini. O davvero chiamano la strega. Che magari ha anche lei il marito a casa, e lui avrà pensato di farle una sorpresa… dopo tutto, chissà che le passa per la testa adesso!