Sai, qualche mese fa ho fatto una cosa che ancora mi fa riflettere. Ho permesso a una donna senzatetto di fermarsi nel mio garage non me lo sarei mai aspettato da me stesso. Un giorno però, sono entrato senza avvisare, e quello che ho visto mi ha lasciato completamente spiazzato.
Allora, cera questa donna, una certa Elisabetta. Io ero sempre stato uno di quei ricchi un po chiusi in sé stessi: villa enorme appena fuori Firenze, auto di lusso, e più proprietà di quante mi sarebbe mai servito. Eppure dentro mi sentivo vuoto, come se mancasse sempre qualcosa.
Sessantanni di vita senza mai una vera famiglia, solo relazioni di convenienza. Ero stanco. Un pomeriggio grigio, attraversando il centro di Firenze per provare a scacciare un po la solitudine, la vidi vicino a un cassonetto magra, i capelli un po arruffati, ma lo sguardo acceso. Cercava qualcosa da mangiare.
Non so cosa mi prese. Abbassai il finestrino e la osservai. Lei mi guardò sospettosa. Tutto bene? le domandai.
Allinizio Elisabetta ci mise un po prima di fidarsi, ma alla fine rispose: Mi serve solo un po di aiuto.
Scendo dalla macchina, senza pensarci troppo. Puoi venire a riposarti da me, se vuoi Ho un garage sistemato, potresti starci qualche notte. Nessun impegno.
Lei lì per lì rifiutò. Non accetto carità.
Non è carità, è solo ospitalità. Si vede che ne hai bisogno, cercai di spiegarle. Dopo un po accettò, dicendo solo: Ok, ma una notte e basta. Mi chiamo Elisabetta.
Il tragitto fino a casa mia fu silenzioso. Appena arrivati, le mostrai il garage che avevo sistemato a mo di piccola dependance: semplice, pulita ma con tutto il necessario. Nel frigo trovi qualcosa da mangiare. Sentiti libera.
Elisabetta annuì appena e chiuse la porta dietro sé.
Nei giorni successivi si è fermata ancora un po. A volte cenavamo insieme. Più imparavo a conoscerla, più la trovavo interessante sotto quellapparenza dura, cera unanima molto sensibile.
Mentre mangiavamo, un paio di volte si è aperta: Una volta ero pittrice, avevo una piccola galleria darte in Oltrarno. Dopo il divorzio ho perso tutto.
Mi dispiace, le dissi davvero commosso.
Lei alzò le spalle, ma si vedeva che soffriva ancora: È andata così.
Mi affezionai a quei momenti insieme; il suo sarcasmo e la sua forza mi facevano sentire meno solo, come se la villa non fosse più così vuota.
Poi, un pomeriggio, tutto cambiò di colpo. Cercavo la pompa per gonfiare le gomme e aprii la porta del garage senza bussare. Rimasi di sasso: per terra, decine di quadri, ed erano tutti ritratti miei. Distorti, inquietanti: in uno ero incatenato, in un altro piangevo sangue; ce nera perfino uno di me dentro una bara.
Mi colpì duro, non riuscivo a capire se quella fosse davvero limmagine che aveva di me. Quella sera, a cena, non riuscii a trattenermi: Elisabetta, cosa diavolo sono quei quadri?
Lei mi guardò smarrita: Quali?
Quelli dove io sono come un mostro. Mi vedi davvero così?
Mi rispose a bassa voce, quasi tremando: Non volevo che li vedessi. Quei quadri non parlano di te. Parlano del mio dolore, avevo bisogno di tirarlo fuori in qualche modo. Tu sei solo diventato il simbolo di qualcosa che io non avrò mai.
Volevo capirla, però quei quadri mi avevano troppo turbato. Così, con un nodo in gola, le dissi: Forse è meglio che tu vada via.
I suoi occhi si fecero enormi, supplicanti: Ma ti prego
No. È finita. Devi andartene, tagliai corto.
Il mattino dopo la accompagnai alla mensa dei poveri del quartiere. Prima che scendesse dalla macchina, le lasciai qualche centinaio di euro, praticamente tutto quello che avevo nel portafoglio. Ci pensò su, poi accettò, ringraziando appena.
Le settimane successive mi assillò un senso di colpa fortissimo. La mia reazione era stata esagerata? Avevo paura di aver sbagliato tutto, di aver perso qualcosa di speciale, qualcosa che forse non avrei mai più ritrovato.
Un giorno, sul cancello di casa, trovai un pacchetto. Dentro cera un quadro: un mio ritratto, ma questa volta sereno, quasi luminoso. Sul retro, un biglietto con il nome Elisabetta e il suo numero di telefono.
Mi tremavano le mani mentre lo componevo. Quando rispose, la sua voce era esitante: Pronto?
Elisabetta, sono io ho ricevuto il tuo quadro, è stupendo.
Temevo non ti andasse bene. Volevo che vedessi che potevo dipingerti anche diverso, disse piano.
Non dovevi farmi vedere niente, le spiegai. Avevo bisogno di chiederti scusa.
E lei: Anchio non era giusto che riversassi su di te tutto quel dolore.
Perché non ci rivediamo? le proposi.
Dopo un attimo di silenzio, finalmente rispose: Mi farebbe piacere. Davvero.
Fissammo un appuntamento. Mi confessò che con quei soldi era riuscita a comprarsi dei vestiti e a trovare un lavoro. Stava cercando una stanza in affitto per ripartire da zero.
Quel pomeriggio mi sono accorto di sorridere spontaneamente. Forse era davvero un nuovo inizio, per lei e per me.



