Sabato mattina, per caso ho afferrato il cellulare di mia moglie. Dallaltro capo della linea sentii la voce di una donna, che non era affatto sorpresa dal mio timbro.
Ero ancora a letto, sotto una coperta, con la testa piena di piani domenicali: un caffè, una passeggiata, forse un film con i bambini nel pomeriggio.
Il telefono vibra sul comodino. Senza pensarci, lo prendo e rispondo un gesto automatico, come lho fatto centinaia di volte. Pronto? Un attimo di silenzio, poi una voce femminile, calda, sicura, quasi troppo compiuta:
Buongiorno Pensavo fosse lui.
Non chiese Chi è? né si affrettò a riagganciare. Semplicemente sapeva.
Con chi voleva parlare? le dissi più calma di quanto provassi.
Con Marco rispose, come se volesse ordinare un cappuccino. Non ha risposto ieri sera.
Qualcosa si gelò dentro di me. Ieri sera Marco era con gli amici. Era tornato tardi, silenzioso, come chi non vuole svegliare la casa. La donna non aggiunse altro. Neppure io. Riaggiunsi il filo. Ma quel tono caldo, intimo, senza alcun pudore lasciò unimpronta che non si può ignorare.
Mi alzai dal letto come un sonnambulo. In cucina il caffè gorgogliava come sempre, il sole filtrava tra le persiane. Tutto sembrava lo stesso, solo che io lo guardavo con occhi diversi. Il telefono giaceva sul piano di lavoro. Aprii il registro chiamate. Fiorella 8 chiamate, 14 messaggi. Mi fermai su un messaggio inviato alle 22:41: Bene che sei tornato. Buonanotte. Il cuore mi balzò alle tempie.
Non sono il tipo che fa scenate con emoticon e messaggi ambigui. Ma non cerano emoticon. Cera un posto nella sua giornata, forse anche più di un giorno.
Quando Marco tornò dalla corsa mattutina, mi vide con il suo telefono in mano. Non distolse lo sguardo.
Ha chiamato dissi. Ho risposto. Non era sorpresa.
Inspiro profondamente, come prima di unimmersione lunga.
Lo so rispose. Dovevo dirtelo.
Allora dimmi.
Ci vediamo. Da qualche mese. Non avevo programmato nulla, ma è successo.
Quelle tre parole, è successo, mi colpirono come una palla di neve. Perché è successo è qualcosa che cade dal tetto in inverno, non qualcosa che si costruisce mese dopo mese con decisioni consapevoli.
Il dialogo fu breve. Non volevo ascoltare lunghi confessioni sul vuoto, sulla solitudine, su come la vita ci abbia traditi. Conoscevo già quelle storie, dalle letture, dalle chiacchiere delle amiche. Non avrei mai immaginato di trovarmi dallaltra parte della tavola.
Trasloca dissi, con calma. Oggi.
Non protestò. Raccolse le cose in fretta, senza drammi. Lasciò una camicia sulla sedia quella che avevamo indossato al nostro primo matrimonio. Per un attimo volsi a gettarla, poi la tenni. Non per lui. Per me.
I primi giorni furono come una passeggiata in un appartamento vuoto, dove leco dei propri passi era lunica compagnia. I bambini facevano domande, leggere, senza pressioni. Gli amici scrivevano, chiamavano, proponevano chiacchierate. Io preparavo il tè, andavo a fare passeggiate, cercando di domare il silenzio che aveva sostituito il click del suo telecomando e il suo preparami un uovo del mattino.
Un mese dopo suonò il citofono. Un uomo in giacca, con la sua zaino ingombrante, come il giorno in cui ci eravamo trasferiti. Mi guardò, incerto se potesse entrare.
Posso parlare? chiese.
Ci sedemmoGuardandolo negli occhi, capii che la scelta più difficile era anche la più libera.






