«Sei troppo vecchia per gli amori», sussurrò la figliainlegge, mentre la tazza di caffè tremava tra le sue mani. «Mamma, a che serve correre dietro a appuntamenti? Tra poco dovrai badare ai nipotini e invece ti metti a giocare a fare la fidanzata!»
Giulia Bianchi rimase immobile, il vapore della tazza avvolgeva il suo viso. Ginevra, seduta di fronte, mescolava il tè con una cucchiaino con fare disinvolto, una smorfia di beffa increspava le labbra. Un nodo silenzioso si strinse al suo interno. Giulia posò lentamente la tazza sul piattino, cercando di nascondere il tremolio delle dita.
«Ginevra», iniziò a bassa voce, «sono da cinque anni sola, e ho solo cinquanta anni. Anche io voglio essere felice, lo sai». La nuora scoppiò in una risata che graffiò lorecchio di Giulia come una lama.
«Puoi sognare, certo», rispose, appoggiandosi allo schienale della sedia. «Ma è difficile trovare un compagno giovane, e a questora». Le guance di Giulia si colorarono, una fitta di rabbia si fece sentire in gola. Si alzò dal tavolo, raccogliendo le tazze con mani impacciate.
«Il tè è finito», disse bruscamente. Ginevra scrollò le spalle, senza salutare, e scomparve nella sua camera. Giulia rimase sola nella cucina, fissando il cortile grigio dalla finestra, avvolta da un senso di inquietudine. Le parole della nuora le si conficcarono come spine. Sono davvero inutile? Il mio tempo è finito?
Per due giorni Giulia camminò come unombra, evitando ogni conversazione. Alessandro, suo figlio, cercava di capire cosa fosse successo, ma lei lo allontanava. Come poteva lamentarsi della moglie? Non voleva diventare la suocera che semina discordia.
Il terzo giorno squillò il telefono: era Alessandra, amica dinfanzia. Ti va un tè? chiese. Giulia accettò, sperando in un cambio di scenario.
Alessandra la accolse con un abbraccio caldo e la condusse in cucina. Sedute al tavolo, gli occhi di Giulia incontrarono quelli familiari di Alessandra e, improvvisamente, sentì il suo mondo sgretolarsi.
«Gina, mi sembra che la mia vita abbia preso la direzione sbagliata», iniziò, stringendo una tazza fumante. «Un anno fa Alessandro ha portato a casa sua la moglie. I giovani si risparmiano per una casa. Io cerco di essere una buona suocera, i rapporti sono cordiali, sono felice per mio figlio, ma vorrei ancora essere amata e amare E la nuora mi dice che sono troppo vecchia per nuove relazioni. Forse ha ragione»
Alessandra posò una mano sulla sua.
«Non è vero, Giulia», disse ferma. «Io sono rimasta sola a trentanni, dopo un divorzio. Ho dedicato la vita ai figli, ho dimenticato me stessa. Cosa ho ottenuto? Sono sola. Non so più come cercare qualcuno. Tu non devi perdere tempo, agisci».
Le parole di Alessandra la sollevarono. Poi, con un sorriso velato, aggiunse:
«Ho un cugino, Tommaso. Ha cinquantatré anni, divorziato da cinque, due figli adulti. Ti presento? Andate dove volete, e vediamo cosa succede».
Il cuore di Giulia accelerò. Era spaventato dire di sì, ma ancora più spaventata lidea di restare per sempre sola.
«Proviamo!»
Si fissarono in un piccolo bar di Trastevere. Giulia arrivò in anticipo, accarezzando nervosamente il tessuto del suo vestito. Allentrata apparve un uomo alto, capelli dargento, e Giulia capì subito: era Antonio.
«Giulia? Piacere, davvero. Alessandra ha parlato molto di te», disse, sorridendo.
Ordinarono un caffè e iniziarono a parlare, titubanti allinizio, poi con sempre più fluidità. Antonio raccontò di essere ingegnere, di avere due figlie Caterina e Lena ormai indipendenti. Parlò del periodo buio dopo il divorzio, di come ha ricominciato a credere in un nuovo inizio. Giulia condivise il dolore per la perdita improvvisa del marito, il tempo che aveva impiegato a superarlo.
Entrambi portavano alle spalle una vita intera, un bagaglio di parole non dette. Non dovevano fingere, né recitare ruoli. Erano due anime stanche ma non spezzate, pronte a concedersi unaltra possibilità.
La sera si avvicinò, Antonio accompagnò Giulia alla fermata dellautobus. Le porse un piccolo mazzo di margherite di campo, comprate da una bancarella.
«Modeste, ma sincere», mormorò.
Giulia strinse il mazzo al petto e sorrise largamente.
«Grazie, sono splendide».
A casa li attese Alessandro, che, vedendo il mazzo, fece un fischio divertito.
«Mamma, guarda te! Sembri illuminata, devi aver colpito qualcuno», gli strizzò locchio.
Giulia rise, abbracciando il figlio. Era bello sapere che lui non si opponeva.
«È ancora presto per parlare», rispose, arrossendo. «Ho solo trascorso un bel momento con una brava persona».
A quel punto apparve in cucina Ginevra, lo sguardo freddo, la bocca tesa.
«E adesso? Dove ti porteranno questi appuntamenti?», sbottò.
Giulia rimase senza parole.
«Ginevrina, ti ho detto che è presto per parlarne. Ci stiamo appena conoscendo», balbettò.
«Non è presto», la interruppe con durezza. «Capisci che questuomo ti guarda solo per la tua casa? Perché lo avresti affittato?»
Le lacrime inondarono gli occhi di Giulia. Alessandro si alzò di scatto, afferrò la mano di Ginevra.
«Che sciocchezze! Non conosci nemmeno luomo! Perché giudicare subito?»
Ginevra alzò le mani.
«Non giudico, osservo. Oggi ci sono tanti ciarlatani, solo la famiglia è degna di fiducia, Alessandro».
Giulia si ritirò nella sua camera, chiuse la porta, si adagiò sul letto. Il mazzo di margherite giaceva sul comodino, innocente e semplice. Forse Ginevra aveva ragione, forse era troppo ingenua. Ma le parole della nuora erano spietate e il dolore più forte era sentirle dire tutto davanti al figlio.
Le settimane successive Giulia continuò a incontrare Antonio. Ogni uscita le regalava gioia: passeggiate al Parco degli Acquedotti, cinema, caffè, lunghe conversazioni. Un pomeriggio Antonio parlò del futuro.
«Giulia, non voglio affrettare le cose, ma saresti disposta a trasferirti da me? Il nostro bilocale non sarebbe stretto, e ho anche una casa di campagna dove potremmo passare lestate. Voglio qualcosa di serio».
Il cuore di Giulia si scaldò. Ginevra aveva sbagliato a giudicare.
Tornò a casa pronta a raccontare a Ginevra le parole di Antonio, a dimostrare che non tutti gli uomini sono truffatori. Ma allangolo del cortile vide Ginevra con unamica, sedute su una panchina, chiacchierando a voce alta.
«Non so più che fare! Alessandro vuole un bambino, io non sono pronta», sbuffò Ginevra. «Prima contavo su di te, su di me. Ora ti vedo felice, con la testa tra le nuvole. Ho provato a farti capire di smettere, ma non mi ascolti!»
Giulia si allontanò silenziosa, girando intorno alla casa. Un freddo la avvolse dentro; non era più cura, era egoismo. Era la bambina gratis di Ginevra.
A cena, Giulia chiese al figlio:
«Alessandro, quanti soldi vi servono per lanticipo della casa?»
Lui alzò lo sguardo sorpreso.
«Ancora cinquecentomila euro. Ma non vogliamo chiedere a te»
«Lo so», rispose Giulia. «Userò parte dei miei risparmi per darvi quel denaro, così avrete finalmente la vostra casa».
Alessandro saltò in piedi, abbracciandola.
«Mamma, grazie! È incredibile!»
Ginevra fece una smorfia di disapprovazione. Alessandro si voltò verso di lei.
«Ginevra, ringrazia tua suocera!»
Giulia fissò la nuora.
«Non ringrazierà, perché non volevo diventare la babysitter gratis. Ho scelto me stessa».
Alessandro rimase interdetto.
«Cosa?»
Giulia spiegò tutto: la conversazione in strada, il piano di Ginevra di usarla come aiuto domestico, il tentativo di distruggere la sua nuova relazione.
Alessandro impallidì. Si voltò verso Ginevra, il volto contorto.
«È vero, mamma?»
Ginevra rimase in silenzio, gli occhi sul pavimento.
«Rispondi!», gridò il figlio.
Ginevra sbottò:
«Volevo solo il meglio per noi, qualcuno che aiutasse con il bambino».
«Vai via! Prendi le cose e vattene!», urlò Alessandro. «Non voglio più vederti!»
«Sei pazzo!», sbuffò Ginevra. «Mi lasci, mi separo!»
«Ti denuncerò per divorzio», minacciò Alessandro. Ginevra cominciò a piangere, ma le lacrime non toccarono il cuore di Alessandro. Lo mise da parte, gli diede tempo per raccogliere le sue cose. La porta si chiuse dietro di lei con un eco secco.
Alessandro si sprofondò su una sedia, le mani sul viso. Giulia gli si avvicinò, lo abbracciò.
«Scusami, mamma, per non aver visto quello che era», mormorò. «Scusa se non ti ho difeso».
« Va bene, figlio mio. Andrà tutto bene»
Tre anni dopo.
La casa di campagna era immersa nel verde. Il sole di luglio picchiava forte, ma sotto il pergolato, dove sorgeva un lungo tavolo, laria era fresca. Giulia portava insalate, sorridendo. Antonio gestiva il grill. Alessandro dondolava in braccio il piccolo Massimo di tre mesi, e sua moglie, Irene, apparecchiava la tavola. Le due figlie di Antonio, Caterina e Lena, giocavano con il neonato, accarezzandolo.
«Che bel bambino!», esclamò Caterina, sfiorando la guancia di Massimo. «Alessandro, comè nato un figlio così carino?»
Alessandro rise.
«È merito di Irene, io non ho nulla a che fare!»
Lena si avvicinò, facendo smorfie al piccolo.
Giulia osservava quella scena, il cuore colmo di gioia. Una grande famiglia riunita intorno al tavolo, risate, calore. Catturò lo sguardo di Alessandro, che le regalò un sorriso pieno di gratitudine, amore e felicità.
Giulia ricambiò il sorriso. Finalmente tutto si era allineato, per lei e per lui.



