Dove sei stata a giro così? sbuffò la mamma, guardando Ginevra tornare dalla passeggiata.
La bambina si affacciò allo specchio. Una ragnatela le aveva intrappolato i capelli. Slacciò i jeans, da una tasca cadde una ghianda. La prese al volo e, senza dire una parola, la infilò sotto il cuscino nella sua stanza.
Vai a lavarti, fra un attimo arriva papà e poi ceniamo! ordinò la madre.
Ginevra si tuffò in bagno, ma lappetito non ci era.
«Sul cellulare, niente; fuori a passeggio, niente», mormorò alzando le spalle.
La mamma, intanto, si intromise dalla cucina:
Quando si passeggia con classe, le ragnatele non si prendono!
Ginevra riempì la vasca, versò un sacco di schiuma e si lasciò andare. In effetti, la mamma aveva ragione: girovagare da sola per strada non è poi così divertente, soprattutto dopo aver sentito due nonne chiacchierare al mercato.
Signora Bianchi, in quella casa… cè di nuovo qualche spirito! sussurrò una delle due, con un tono da film dellorrore.
Laltra, più veloce a rispondere, fu interrotta da una cassiera che le porse lo scontrino.
Dovremmo chiamare la polizia! esclamò una voce fuori campo.
Che polizia? Che cosa può fare contro gli spiriti rise Ginevra, alzando gli occhi al cielo. È il ventunesimo secolo!
Di sera, sul balcone della sua casa appena costruita, Ginevra osservava il vicino di cinque piani, un edificio di trentanni, con un piccolo negozio al piano terra dove le nonne discutevano di spiriti. Il complesso era ancora in fase di sistemazione, ma le finestre della stanza di Ginevra davano su una fila di alberi alti, con pochi rumori di auto provenienti dal cantiere della nuova torre.
Quel lottetto era stato destinato a diventare un parco, poi fu riorganizzato: alcuni alberi saltarono, altri rimasero, formando una fila di pioppi che separavano le nuove abitazioni da una vecchia zona di edifici storici, protetti per il loro valore culturale e recintati da un alto muro.
Guardando sopra gli alberi, Ginevra scorse i tetti di una vecchia dimora.
Forse era una villa di un tempo prima della Repubblica pensò, ricordando la chiacchierata al supermercato. Certo, lì non si può stabilire una casa degli spiriti.
Immaginò subito la strega della fiaba, la Baba Yaga, parcheggiata sul tetto della dimora. Un suono di risata riecheggiò nella sua testa.
Ginevra, vai a cena! la chiamò la mamma.
Dopo cena, film, chiacchiere con papà e un acceso dibattito con i genitori sul trasferimento: volevano spostarla nella scuola più vicina, lei preferiva la vecchia, dove le amiche le facevano compagnia.
Nella nuova scuola avrai nuovi amici e potrai dormire più a lungo obiettò la mamma. Ginevra si lamentò così tanto che alla fine la mandarono a letto, promettendo di riflettere.
Prima di dormire, tornò sul balcone, scrutò le chiome scure e vide, proprio dove aveva intravisto i tetti antichi, tre lampeggianti bagliori, come segnali misteriosi. Cercò di mettere a fuoco, ma loscurità li inghiottì.
Ginevra, vai a letto! sentì la voce della mamma.
Vado, mamma rispose, ma rimase a fissare il vuoto per altri cinque minuti.
Il mattino dopo, svegliatasi da sola, Ginevra si rese conto che sarebbe stato unaltra giornata lunga. Le amiche erano in vacanza al mare, o a casa dei nonni; a lei toccava stare a casa, con il trasloco in corso.
Scoppiò una smorfia di rabbia, uscì di nuovo sul balcone, e si chiese cosa fare. Allimprovviso ricordò le parole delle nonne: spiriti. Forse doveva andare a dare unocchiata a quella vecchia dimora.
Indossò i jeans, trovò le vecchie scarpe da ginnastica e, quasi danzando, si lanciò dal suo ventunesimo piano. Lascensore era fuori uso, ma a lei non importava. Scese di corsa, girò langolo e si diresse verso gli alberi.
Dove vai, ragazzina? la fermò una voce.
Voltandosi, vide una donna dallaspetto di una vecchia strega, ma con gli occhi che sembravano ringiovanire di un colpo.
Meno chiacchiere in cassa, eh? pensò Ginevra.
Dove vai? incalzò la donna.
Vado a fare una passeggiata! replicò la bambina, un po irritata.
La donna, con unespressione un po perplessa, rispose:
Attenta a non perderti, piccina.
Ginevra prese la via stretta, senza più vedere la donna. Dopo cinque metri il sentiero si chiuse di nuovo, gli alberi sembravano inghiottire il percorso. Pensò che la vecchia dimora fosse davvero un posto infestato, ma continuò, ridendo dei propri timori.
Il sentiero si fece un vero e proprio sentiero di terra, quasi nessuno aveva più messo piede lì da anni. Dopo un paio di minuti, un enorme tronco caduto bloccò il cammino: sembrava un baobab fuori posto. Ai lati, cespugli densi formavano un muro quasi impenetrabile.
«Forse è meglio tornare indietro», pensò, ma una voce interiore la spinse a non arrendersi.
Sbirciando sotto il tronco, Ginevra si strisciò, quasi impigliata, ma alla fine riuscì a liberarsi, facendo un salto di gioia.
Testarda! sentì dire alle sue spalle una voce.
Svoltò e vide la stessa donna, accompagnata da un enorme gatto nero, più grande di un orso, con gli occhi luminosi.
Salve balbettò Ginevra, ancora incredula.
Il gatto, con un miagolio profondo, rispose:
Testarda.
Un attimo dopo il gatto si avvicinò, leccandosi le fauci. Ginevra, senza paura, gli accarezzò la testa gigante. Il felino emise un ruggito sommesso, poi, come se volesse parlare, disse:
Spaventosa? e Ginevra scosse la testa: no.
Il gatto sbuffò di nuovo, poi chiedette:
Che cosa vuoi?
Ginevra, cercando di nascondere la curiosità, rispose:
Un gattino.
Il vecchio uomo che era apparso accanto alla donna, con una lunga barba intessuta di rami, rise:
Un gattino? Niente diamanti o corone?
Ginevra scoppiò a ridere.
No, grazie.
Luomo annuì:
Allora avrai il tuo gattino.
Il gatto, chiamato Bausone, saltò su un tavolo di legno intagliato, dove comparve una porta di una sola tavola, decorata da intricati motivi. Con un balzo, Bausone la spinse e la stanza si aprì.
Dentro cera una grande camera: pareti, tavoli e panche intagliate, candelieri alti con tante candele accese. Un anziano dal viso gentile, con barba fluente, sedeva al centro.
Ti piace, piccina? chiese.
Molto! esclamò Ginevra.
Il gatto, sempre a fianco, annuì:
Non mente.
Luomo le offrì un piatto di torta di frutti di bosco, che Ginevra assaggiò. Il sapore era divino, quasi magico. Dopo aver bevuto da un calice dargento, si sentì piena e felice.
Guardando fuori dalla finestra, il buio avvolgeva il mondo, ma dentro la stanza regnava una luce calda.
Quanto tempo ho passato qui? si chiese, temendo che la mamma fosse preoccupata.
Ringraziò luomo e il gatto, chiedendo di poter tornare a casa. Lanziano, sorridendo, le disse:
Qualcosa desideri?
Ginevra, senza esitazione, disse:
Un gattino.
Il vecchio rise:
Niente diamanti o abiti da principessa?
Ginevra scosse la testa, felice di non volere altro. Luomo promise: Un gattino avrai. Bausone fece un balzo fuori dalla stanza, aprì la porta con le sue zampe e gridò: Andiamo!.
Attraversarono un sentiero che, improvvisamente, divenne dritto e privo di ostacoli. Un alto recinto di tronchi di legno li bloccò, ma Bausone trovò una fessura e guidò Ginevra dentro. Tra i tronchi, unenorme ghianda giaceva a terra; la raccolse e la rimise in tasca.
Ti accompagno? chiese il gatto.
Certo! rispose Ginevra, curiosa di vedere dove la stesse portando.
Il percorso li condusse a un portico alto, dove una porta di una sola tavola, riccamente decorata, sbatteva al loro tocco, facendo uscire un raggio di luce. Traversarono e si trovarono in una grande sala chiamata salone.
Le pareti, il tavolo e le panche erano interamente intagliati, con candelabri dargento che diffondevano una luce soffusa. Un vecchio dal volto sereno, con barba lunga, li salutò:
Vi piace, ragazzine?
Ginevra rispose con entusiasmo, mentre Bausone, a fianco, commentò:
Non mente.
Il vecchio le offrì un piatto colmo di crostate e dolci di frutti sconosciuti: Ginevra ne assaggiò un pezzo, lo trovò delizioso e si sentì subito sazia.
Un altro? propose il gatto.
Ginevra scosse la testa: Grazie, ho mangiato abbastanza.
Il vecchio, compiaciuto, le disse:
Sei coraggiosa, gentile e generosa. Chiedi quello che vuoi!
Ginevra, pensando al suo desiderio più grande, disse: Vorrei un gattino.
Il vecchio rise: Niente gioielli o abiti da principessa?
Ginevra rispose: No, grazie.
Allora il vecchio ordinò a Bausone di portare il gattino. Bausone, ancora affamato, finì lultimo dolce, si leccò le labbra e aprì la porta: Andiamo!.
Ginevra salutò il vecchio e attraversò la soglia, trovandosi di nuovo sul sentiero, illuminato da una luce tenue. Dietro di lei non cerano più né il gatto né la porta, ma la sua borsa conteneva ancora la ghianda.
Ritornò a casa, dove il campanello suonò. Si precipitò fuori dalla doccia, felice.
Papà è qui! esclamò, asciugandosi i capelli e indossando il accappatoio.
Il padre le porse un piccolo gattino dal pelo rosso come foglie dautunno.
Lo chiamerò Bausone! dichiarò.
Passò la serata a coccolare il cucciolo, che si comportava come se fosse sempre stato di casa, mangiava, beveva latte e, alla fine, si accoccolò sul cuscino ruggendo forte.
Buona notte, piccolina! disse la mamma, chiudendo la porta.
Buona notte, mamma! rispose Ginevra, addormentandosi al suono del ron ron del suo nuovo amico.
Nel sogno udì una voce sussurrante: Non perdere la ghianda.







