Sulla strada verso mia moglie ho incontrato una donna: una notte in treno tra Milano e la provincia, il passato che ritorna, lacrime, destini incrociati e una bambina addormentata — quando il dolore si apre alla speranza nella vigilia di Natale

Sulla strada verso mia moglie incontrai una ragazza

Giulia sedeva in silenzio, voltata verso il finestrino scuro e impenetrabile del vagone di un regionale che viaggiava verso la periferia di Firenze, e pian piano piangeva. Le lacrime, pesanti e calde, scendevano lente sulle sue guance pallide e si perdevano nel morbido azzurro della cuffietta di lana della sua bambina, che dormiva tranquillamente, raggomitolata sulle sue ginocchia. Alla luce giallastra e tremolante delle lampade, che oscillavano seguendo il ritmo delle ruote, il viso di Giulia, irrigidito in uno stato di tristezza assoluta, mi sembrò incredibilmente stanco e senza tempo. Forse nemmeno lei stessa capiva di piangere. In quel suo estraniarsi dal mondo, in quellimmobilità quasi di pietra, c’era un dolore così profondo, una malinconia così totale che sentii il cuore stringersi, in un punto remoto e dolente dentro di me. E, senza che sapessi spiegarmi il perché, ebbi la sensazione non una supposizione, ma la certezza di conoscere quella sconosciuta. Mi sembrava di ricordare che, vicino allocchio sinistro, dovesse avere un piccolo neo a forma di stella.

La donna tenne gli occhi chiusi, ma le lacrime, nonostante la sua volontà, continuavano a scendere, attraversando le ciglia umide. Non riuscivo più a distogliere lo sguardo e, dun tratto, con chiarezza raggelante, rividi un altro volto, il più caro e amato per me. Era notte anche allora e stavamo su un treno vuoto, di ritorno dalla casa in campagna. Tornavamo perché il dottore aveva chiamato, e nella sua voce cera una strana fretta trattenuta. Nina si era preparata in silenzio, senza lamentarsi, lavando con cura i piatti, vestendosi piano, e poi eravamo usciti. Solo passando accanto allabete che aveva piantato vicino al cancello, si era fermata un attimo a carezzare i suoi rami pungenti e umidi. Quel gesto muto, così simile a un addio, mi aveva trafitto il cuore, svegliando una paura primordiale, ancora incompresa. Poi, anche nel vagone, vicino al finestrino, con gli occhi chiusi, Nina aveva pianto in silenzio… Le parole del medico erano state senza speranza.

Giulia aveva cercato apposta quel vagone semivuoto e poco illuminato, per sottrarsi agli sguardi altrui, per lasciarsi finalmente andare, dopo una giornata interminabile e stremante passata con Anna dalla zia. Zia Lucia era una donna buona e sola. Tranne Giulia e la sua bambina non aveva più nessuno al mondo, e riversava su di loro tutta la sua tenerezza, alternando lacrime a parole di compassione, spesso commuovendosi pensando alla loro solitudine. Giulia capiva il suo affetto, ma dentro ne era lievemente irritata, perché la zia non voleva capire che la pietà, a volte, non dà che desiderio di arrendersi definitivamente al mondo.
Ma perché Dio ti ha mandato solo dolore, perché non hai avuto mai una gioia? ripeteva zia Lucia, asciugandosi le lacrime col bordo del grembiule.

Queste parole le tornavano alla mente, e le lacrime spuntavano di nuovo: si vedeva come dall’esterno svuotata, con lo sguardo perso, il cappotto ormai logoro e mani trascurate. Non riusciva a credere che quella donna stanca fosse la stessa che, poco tempo prima, faceva vibrare i tasti del pianoforte con dita leggere, mentre una sala gremita tratteneva il fiato ascoltando la sua musica, e lei, a sua volta, ascoltava la sala, percependone il respiro collettivo, sentendosi parte di un grande cuore che batteva allunisono col suo.

Al conservatorio tutti le avevano predetto un futuro brillante. E lei stessa lo sentiva nelle dita, nei muscoli, nei pensieri: la musica non era solo una parte della sua vita, era la sua essenza stessa. Così pensava che sarebbe stato sempre così: ore lunghe, ma piene di senso, passate allo strumento; concerti che attendeva con impazienza, senza ansia ma con gioiosa trepidazione; le sere in casa, mamma e papà stanchi ma felici nelle poltrone consumate dal tempo, mentre lei suonava per loro e i pendagli di cristallo del lampadario antico dicevano il tempo della musica.

Poi, dimprovviso, quelle poltrone si svuotarono per sempre… Ricordava il gelo assurdamente pauroso di rientrare in una casa vuota, dove le sere sembravano non finire mai. Fino a un giorno, incapace di sopportare oltre, era uscita di corsa, nella notte bagnata e confusa di una tempesta di marzo. Cadde, sentendo una fitta acuta al braccio, ma il dolore non la fermò: camminò, tramortita dal lutto, nella neve fradicia. Solo rincasando, inzuppata, scoprì che il braccio si era gonfiato e fatto blu. Al pronto soccorso, il medico, saputo che era pianista, scosse solo la testa mentre applicava il gesso. Tre dita della mano destra rimasero insensibili, inservibili. Dovette lasciare il conservatorio, ma non trovò la forza di lasciare anche la musica; voleva almeno starle accanto. Così divenne insegnante musicale in una scuola dell’infanzia.

Un giorno, nel loro asilo arrivarono degli operai per dei lavori. Il caposquadra, un uomo alto e di bella presenza, era silenzioso e sembrava affidabile. Giulia non se ne innamorò, ma nella sua apparente solidità vide quel sostegno di cui aveva sempre avuto bisogno. Lo sposò e lo seguì a Prato, la sua città industriale lontana, portando con sé soltanto il vecchio pianoforte scordato e il lampadario dai cristalli tintinnanti.

Ora, nel buio del vagone, rivedeva tutto con chiarezza amara: quanto presto si era accorta che la sua forza era in realtà una calma indifferente verso tutto, anche verso lei. La madre e la sorella di lui la rifiutarono subito non è come noi. La sua naturale delicatezza diventava, ai loro occhi, arroganza; la gentilezza, affettazione; il modesto stipendio dinsegnante di musica, motivo di scherno.

La nascita della piccola Anna non portò gioia, ma nuovo fastidio. Quando, disperata, raccolse le pochi cose, nessuno la fermò, nessuno chiese dove sarebbe andata o dove avrebbe vissuto

E come se fosse ieri, limmagine tornando le si presentò nitida davanti agli occhi: Anna che, appena sveglia, sorrideva al padre e tendeva le braccia, mentre lui la guardava con lo sguardo vuoto; la suocera e la cognata sedute in cucina. Quando Giulia, stringendo la figlia al petto, si avviò alla porta, nemmeno si voltarono.

Giulia chiuse forte gli occhi per trattenere nuove lacrime, cercando di non incontrare lo sguardo attento e partecipe delluomo seduto di fronte a lei. Un uomo che lei conosceva. Lo conosceva perché, ogni giorno, lui arrivava sempre da quella donna bella e sorridente, proprio dove Giulia lavorava da tre anni…

Il regionale, tra cigolii e sobbalzi, si fermò alla stazione capolinea. Giulia sollevò dolcemente la testa della figlia:
Sveglia, tesoro mio, siamo arrivati.
Rimasi incantato dalla dolcezza e la limpidezza della sua voce, squillante come una campanella.
Permetta, la aiuto con i bagagli, dissi chinandomi sul vecchio zaino ai suoi piedi. Porta un bel peso.
Sono patate che mi ha dato la zia, rispose, abbassando gli occhi, un po imbarazzata. Scorta per linverno.

Accadde naturalmente che la bambina la prendessimo per mano da entrambi i lati, camminando in tre sulla piattaforma ghiacciata e vuota.
Ho lasciato la macchina qui stamattina, dissi io, titubante e timoroso di essere frainteso. Vi accompagno volentieri, ditemi solo dove.
Al cimitero, rispose Giulia, quasi sussurrando.
Scusi mi fermai, spiazzato.
Zio, noi viviamo lì! disse Anna, guardandomi assonnata. Poi, svegliandosi di colpo, prese a cinguettare: Oh mamma, è proprio quel signore che viene sempre dalla zia con il vestito bianco! Ti ricordi, mamma? Porta sempre i fiori e le caramelle nelle carte dorate! Poi tu ce le porti a casa la sera, così i fiori non si rovinano e le caramelle non le mangiano i gatti! È vero, vero, signore?

Basta, Anna, per favore, guarda dove metti i piedi… la interruppe la madre, con il viso che improvvisamente si accese di due chiazze di vergogna.

«Ecco perché il suo volto mi sembrava familiare, pensai lho vista davvero tutti i giorni. Ed ecco il neo a stella. Solo che non mi sono mai chiesto come mai questa donna, così riservata e fine, lavorasse proprio lì, tra le tombe. Lho sempre vista indaffarata: a spazzare i viottoli, raccogliere le foglie, liberare la neve. E la bambina sempre accanto a lei. Mio Dio, loro sanno della mia Nina, sanno perché vengo qui Ecco perché trovo sempre tutto pulito, come se vento e neve non toccassero il posto. E io che pensavo fosse tutto merito di Vera, anche la ringraziai un giorno. Lei tacque, poi disse soltanto: Nina ti aveva detto che potevi fidarti di me. Quelle parole mi pesarono, ma non volli capire altro. E Nina, lei non può essere arrabbiata con me»

Quindi eri tu tutti questi tre anni eri tu Dio mio, io non lo sapevo, mi tremò la voce, sentivo un nodo ardente in gola. Presi Anna tra le braccia e la coprii di baci sulle guance fredde, vellutate. Siete la mia famiglia, i miei cari… balbettai, quasi piangendo Grazie, Signore… Come ho potuto non capire Che cieco sono stato

Non si preoccupi, per favore, non si agiti così sussurrò impaurita Giulia, scuotendo leggermente il mio braccio La prego, ci stanno guardando

Più tardi, in macchina, nellodore di benzina e cuoio consumato, trovai il coraggio di chiedere cosa ci facesse lì, in quel posto inconsueto.
Ho lasciato mio marito, ma non avevo dove andare la casa dei miei era già piena: mio fratello maggiore con la famiglia, tanti figli disse semplicemente Giulia. Non volevo liti né giudici. Lui poi beve sua moglie fa fatica… Qui al cimitero cercavano un custode. Ci hanno dato una vera reggia, rise senza ironia. Allinizio ero spaventata, ho sempre avuto un po paura dei cimiteri. Ma non avevo scelta. Poi ho fatto labitudine.

Allora vivete proprio nella casetta a destra del cancello principale? Mi è parso più volte di sentir venire da lì il suono di un pianoforte
Non è nemmeno un pianoforte, è uno scassato pianino! intervenne vivace la piccola Anna, che stava per riaddormentarsi. È nostro, signore! La mamma suona e anche io sto imparando! Vero, mamma?
Vero amore, ora dormi, la rincuorò Giulia, abbracciandola, e Anna, posato il naso sul maglione della mamma, si addormentò subito.

Quando arrivammo, presi la bambina in braccio e la posai sul lettino di ferro dellumida stanzetta. Faceva freddissimo. Senza chiedere nulla, misi legna nella stufa arrugginita. Poi bevemmo il tè in tazze spaiate e, improvvisamente, venne fame: così mettemmo a friggere le patate della zia nella padella.
Oggi è la Vigilia, sta per arrivare Natale mormorò Giulia, guardando le fiamme della stufa.
Lo so. E non potrei immaginare un regalo migliore che trascorrere questa sera con voi. Negli ultimi tre anni è la prima vera festa che sento dissi. Non credevo che potessi più festeggiare qualcosa. Ma ora
Mi bloccai, poi con voce quasi timida chiesi:
Posso tornare domani?
Ma lei viene qui tutti i giorni
Sì, ma io vengo da Nina, tutti i giorni. E continuerò sempre. Ma domani posso venire qui, da voi?

Mi parve che il suo silenzio durasse un secolo. E in quellattesa dolorosa tutto mi fu chiaro: dipendeva da quella risposta la mia vita futura se si sarebbe riaccesa di senso e calore, o se sarei rimasto a vagare sui sentieri dellombra e della solitudine.
Puoi, disse Giulia, in modo semplice, ma deciso.

Quellanno, la notte di Capodanno la passammo già insieme. Anna, sulle punte, decorò una piccola abete finto con fili dorati e palline colorate, e insieme andammo a portarla a Nina. La bella donna nella foto, vestita di bianco, ci guardava con un sorriso lieve e comprensivo. Forse chi ci lascia resta sempre così gentile e indulgente con chi resta.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

twelve − 12 =

Sulla strada verso mia moglie ho incontrato una donna: una notte in treno tra Milano e la provincia, il passato che ritorna, lacrime, destini incrociati e una bambina addormentata — quando il dolore si apre alla speranza nella vigilia di Natale
Un posto speciale in cucina