A soli sedici anni, Vare ha perso la madre, mentre il padre è scomparso nel nulla dopo aver cercato lavoro in città sette anni fa.

Caro diario,

Ho appena compiuto sedici anni quando la mamma mi ha lasciata. Il papà, sette anni fa, è partito per cercare lavoro a Firenze e non è più tornato: nessuna notizia, nessun euro. Quasi tutti del nostro borgo hanno partecipato al funerale, ognuno ha dato quel che poteva. Zia Maria, la madrina, mi faceva spesso visita, consigliandomi su come andare avanti. Con difficoltà ho concluso la scuola elementare e mi hanno sistemata al lavoro all’ufficio postale del paese vicino.

Sono una ragazza robusta, dicono che ho il sangue forte e il latte dolce. Il viso è rotondo e rosato, il naso un po sporgente, ma gli occhi grigi brillano come il mare in tempesta. Una treccia folta e castana scende fino alla vita.

Il più bel ragazzo del villaggio è Marco. Due anni fa è tornato dallesercito e da allora è stato al centro di tutti gli sguardi. Anche le ragazze della città, che ogni estate scendono qui in vacanza, non gli passano mai inosservato. Dovrebbe guidare un autobus a Milano o recitare in film dazione, non per forza lavorare nei campi. Non ha ancora deciso di scegliere una sposa.

Una mattina zia Maria è venuta da Marco chiedendogli di aiutarla a sistemare il recinto di Ginevra, la mia amica da sempre. Senza un po di forza maschile la vita in paese è dura: io riesco con il orto, ma la casa è unaltra storia. Marco, senza indugio, ha accettato. È arrivato, ha guardato e ha cominciato a dare ordini: Porta quel legno, vai lì, passa la vanga. Io gli portavo tutto, le guance si arrossavano ancora di più e la treccia si agitava da un lato allaltro. Quando si stancava, lo nutrivo con una zuppa di farro e lo facevo bere un tè forte, mentre io masticavo pane di segale con i denti bianchi e robusti.

Tre giorni ha lavorato al recinto; al quarto giorno è tornato solo per fare visita. Lho invitato a cena, lo sussurro dopo laltro, e alla fine è rimasto a dormire da me. Da quel momento è passato a comparire di nascosto al sorgere del sole: in paese non si può nascondere nulla.

Zia Maria mi ha avvertita: Figlia mia, non accogli troppo il suo cuore. Non si sposerà, o se lo farà, ti lascerà sola. Quando arriverà lestate, le belle ragazze della città arriveranno e tu brucerai di gelosia. Non è quello che ti serve. Ma la giovane innamorata non ascolta la saggezza degli anziani.

Un giorno ho sentito lo stomaco tremare. Allinizio ho pensato fosse un raffreddore o unavvelenamento. Mi assale debolezza, nausea. Poi, come un fulmine, ho compreso che il bambino era di Marco, il ragazzo con cui avevo condiviso una notte. Volevo abortire, ma ho pensato che forse era meglio così: non sarei rimasta sola. La madre mi aveva cresciuta, il padre aveva offerto poco, solo bevande. La gente parlerà e poi si calmerà.

In primavera ho tolto il cappotto di lana e tutti hanno notato il pancione che spuntava. Che sventura per la fanciulla, mormoravano le donne del villaggio. Lorenzo, il macchinista, è venuto a chiedermi cosa avrei fatto.

Cosa più posso fare? Partorire. Mi ha detto, mentre accendeva il fuoco nel focolare. Le fiamme rosse giocavano sulle mie guance e nei miei occhi.

Marco è tornato a guardarmi, ma se nè andato. Ho deciso da sola, come chi si asciuga sotto la pioggia senza farci male. Lestate è arrivata, le belle ragazze della città hanno invaso il borgo, e Marco non ha più tempo per Ginevra.

Io continuo a curare lorto, zia Maria mi aiuta a estirpare le erbacce. Con il pancione è difficile piegarsi, porto lacqua del pozzo a secchi pieni. Le donne del paese, robuste come eroi, mi fanno previsioni: Dio ti darà ciò che ti serve.

A metà settembre mi sono svegliata con un dolore acuto, come se il ventre fosse stato tagliato a metà, ma è svanito per un momento, per poi tornare. Sono corsa da zia Maria, che ha capito subito dallo sguardo spaventato. Aspetta qui, vengo subito, ha scattato fuori dalla casa.

Sono corsa da Lorenzo. Il suo camion era parcheggiato davanti alla casa. I contadini già se ne andavano con le auto. Lorenzo, la notte prima, aveva bevuto troppo, e ora era sbandato. Zia Maria lo ha rimproverato, ma Marco, confuso, non capiva dove andare. Quando ha capito, ha urlato: La clinica è a dieci chilometri! Se aspettiamo il dottore, il bambino nascerà ora. Portiamola subito!. Su un camion? Si romperà tutto!, ha protestato una donna. Allora vieni con noi, per sicurezza, ha risposto Lorenzo, tagliandola.

Due chilometri su una strada dissestata, saltando da una fosca a unaltra, con zia Maria che si stringeva a un sacco nel cassone. Quando siamo arrivati sullasfalto, la velocità è aumentata.

Ginevra si contorceva sul sedile accanto, mordeva il labbro per non gemere, stringendo il ventre. Lorenzo, improvvisamente sobrio, lanciava occhiate veloci, le mani tremanti sul volante, pensando solo al percorso. Siamo arrivati in tempo. Lhanno lasciata in ospedale e sono tornati indietro. Zia Maria, tutta la strada, urlava contro Marco: Che cosa hai combinato? Hai rovinato la vita a una ragazzina senza genitori, ora con un bambino!

Il camion non è tornato al villaggio, ma Ginevra aveva già partorito un maschietto robusto e sano. La mattina dopo lhanno portata a nutrirlo. Non sapeva come tenerlo in braccio, né come attaccarlo al seno. Guardava il viso rugoso del neonato con occhi spaventati, mordeva di nuovo il labbro e faceva quello che le dicevano. Il suo cuore batteva di gioia. Lo osservava, soffiava sulla fronte dove spuntavano sottili capelli, e sorrideva, sciocca e felice.

Il dottore anziano, prima di scaricarla, mi ha chiesto: Tornerai a prenderlo?. Ho scrollato le spalle, scosso la testa. Probabilmente no. Ha sospirato e se nè andato. Linfermiera ha avvolto il bambino in una culla di cotone e mi ha detto di portarlo a casa. Fabrizio, lambulanza ti porta al villaggio. Non puoi prendere un autobus con un neonato, mi ha rimproverata severa.

Lho ringraziata, camminando lungo il corridoio con la testa bassa, arrossita per la vergogna. Poi, in macchina, stringevo il fasciatoio al petto, preoccupata di come avremmo vissuto. Il congedo di maternità è breve, come una goccia di pioggia. Mi sentivo indifesa, ma il piccolo viso rugoso mi ha scaldato il cuore e ho scacciato i pensieri pesanti.

Allimprovviso il veicolo si è fermato. Ho guardato con timore Fabrizio, un uomo robusto di cinquantanni. Piove da due giorni, guarda le pozzanghere, non si passa. Solo un trattore o un camion può farcela. Scusa, mancano due chilometri. Puoi correre? mi ha chiesto, indicando la strada allagata.

Il bambino dormiva in braccio. Un solo pensiero: Forza. Ho iniziato a camminare lungo il bordo di una grande pozzanghera. Lacqua mi arrivava alle caviglie, il fango mi attanagliava. Le scarpe, una sola, era incastrata nel fango. Ho esitato, poi ho continuato con laltra, stringendo il fasciatoio più vicino al petto.

Quando sono arrivata al villaggio, il buio cadeva, i piedi intorpiditi dal freddo. Le luci delle case erano accese. Ho messo i piedi sul pavimento di legno secco, tremante. Ho bussato alla porta di casa, e luomo al suo interno, Lorenzo, mi ha accolto. Accanto al fuoco cera la culla con una montagna di vestiti per il bebè. Lorenzo, ancora assonnato, aveva la testa appoggiata alle mani, ma al mio ingresso si è svegliato, ha preso il bambino e lha messo nella culla. Ha acceso il fornello, ha preparato dellacqua calda, ha aiutato Ginevra a svestirsi, a lavare i piedi. Sul tavolo cerano patate bollite, pane fresco e del latte caldo.

Il piccolo ha iniziato a piangere; lho afferrato, lho messa a sedere al tavolo e ho cominciato a dargli il seno senza timore. Come lo chiami? ha chiesto Lorenzo con voce rauca. Serafino. Ti va? ho risposto, guardandolo negli occhi pieni di malinconia e amore.

Lorenzo ha annuito. Bello il nome. Domani lo registriamo e firmiamo i documenti. Non è necessario ho iniziato, osservando il bambino che succhiava. Il mio figlio deve avere un padre. Non so che marito possa esserci, ma non abbandonerò il mio piccolo. Lorenzo ha annuito, senza alzare lo sguardo.

Due anni dopo è nata una bambina. Lhanno chiamata Nadia, in onore di Ginevra.

Non importa gli errori che fai allinizio della vita; limportante è che possano sempre essere corretti.

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A soli sedici anni, Vare ha perso la madre, mentre il padre è scomparso nel nulla dopo aver cercato lavoro in città sette anni fa.
Mamma mi proibisce di invitare la nuova moglie di papà al mio matrimonio, anche se ormai è come una parente per me!