Puoi tornare al tuo paesino disse mio marito quando rimasi senza lavoro.
Carla, perché stai zitta? La minestra si fredda batté il cucchiaio sul bordo del piatto, guardandomi con espressione contrariata.
Carla alzò lentamente lo sguardo, posò il telefono. Aveva passato la giornata a chiamare conoscenti, cercando disperatamente un impiego, ma ovunque la risposta era la stessa: posti esauriti, crisi, licenziamenti.
Scusa, ero persa nei miei pensieri prese il cucchiaio, assaggiò la minestrona. Laveva preparata al mattino, proprio come piaceva a lui, con fagioli e cavolo. Ora sembrava che tutto quel lavoro fosse inutile.
A cosa pensi? disse lui, sorseggiando la minestra calda, dandole occhiate occasionali. Ancora del lavoro?
E di cosa altro? Carla sospirò, allontanò il piatto. Lucia dice che anche nel suo reparto stanno licenziando. E Silvia dalla contabilità è senza lavoro da tre mesi.
Ma lascia perdere! fece un gesto vago con la mano. Troverai qualcosa. Hai tutto il tempo.
Paolo, ho quarantatré anni. Chi mi assume a questa età? Cercano solo giovani, con laurea, esperienza coi computer. Io cosa so fare? Ho lavorato tutta la vita in un negozio, dietro al banco.
E se anche fosse? È un lavoro onesto finì la minestra, allungò la mano verso il pane. A proposito, il pane è raffermo. Quando lhai comprato?
Carla tacque. Il pane lo aveva preso due giorni prima, risparmiava su tutto da quando lavevano licenziata dal supermercato. Lo stipendio di Paolo in cantiere era poco, e spesso in ritardo.
Potresti andare da tua sorella? propose improvvisamente lui. Una settimana o due, ti distrai. Io qui mi arrangio.
Sua sorella minore viveva a Milano, lavorava in una grande azienda, manager. Chiamava raramente, solo per le feste.
Perché dovrei andare da lei? Ha la sua vita, la sua famiglia. E poi non ho soldi per il trasporto.
Troveremo i soldi si alzò, si avvicinò alla finestra. Senti, e se tornassi da tua madre? Al paesino. Lì hai patate, latte. Non morirai di fame.
Carla rimase immobile col cucchiaio in mano. Sua madre viveva a Monteforte, a cento chilometri dalla città. Lultima volta che era stata lì, tre anni fa, era stato per un funerale. Il paese si stava svuotando, rimanevano solo anziani.
Dici sul serio? Tornare al paesino? lo guardò incredula. E tu?
Io? Devo lavorare. Non posso mollare tutto e venire con te. Sono lunico che porta soldi a casa.
Per ora lunico lo corresse sottovoce.
Ma perché insisti? si girò di scatto. Non è per sempre! Un mese o due, intanto qui magari trovi qualcosa.
Intanto? si alzò, iniziò a sparecchiare. E chi tiene pulita la casa? Chi lava, cucina? Chi è andata in ospedale al posto tuo quando ti faceva male la schiena?
Quello è normale scrollò le spalle. Non intendevo quello. Solo che esitò, si grattò la nuca. Se vuoi, puoi tornare al tuo paesino. Lì sarà più tranquillo, senza pensare ogni giorno al lavoro.
Le parole di lui la colpirono come uno schiaffo. «Tornare al tuo paesino». Come se la città non fosse stata la sua casa per ventanni. Come se fosse sempre stata unestranea.
Il mio paesino? ripeté lentamente. E questa casa non è mia? Ho vissuto qui in affitto per ventanni?
Ma che dici, Carla? si spaventò al suo tono. Non volevo dire quello. Solo che
Solo che ti dò fastidio, vero? Una moglie senza lavoro, che non porta soldi. Meglio mandarla via, così non ti dà noia.
Non dire sciocchezze! si sedette sul divano, accese la TV. Sono stanco, e tu fai storie.
Carla lavò i piatti in silenzio, asciugandosi le mani. Nella mente le risuonavano le parole di lui. «Puoi tornare al tuo paesino». E il tono con cui le aveva detteindifferente, quasi sollevato.
Quella sera Paolo si addormentò davanti alla TV, mentre lei restò sveglia a lungo. Ripensò al loro incontro. Aveva ventitré anni, appena trasferita in città, lavorava in un piccolo negozio. Lui faceva il magazziniere, giovane, bello, premuroso. Le aveva fatto la corte per mesi, regalato fiori, portata al cinema. Dopo il matrimonio avevano preso casa, poi un mutuo. Lei era passata a un supermercato, diventando caporeparto.
E ora? Lui le proponeva di tornare al paese, come un oggetto inutile.
Mamma, perché mi chiami di notte? la voce assonnata di sua figlia Cristina rispose al telefono.
Scusa, non ho guardato lora. Come stai?
Bene. Ma cosa succede? Sembri strana.
Cristina viveva in unaltra città, lavorava in banca, sposata da poco. Si sentivano raramente, una volta a settimana.
Niente. Mi mancavi. Come sta Andrea?
Bene. Mamma, sei sicura che va tutto bene? La voce è diversa.
Voleva parlarle del lavoro, delle parole di Paolo, ma si trattenne. A cosa serviva preoccuparla?
Tutto bene, tesoro. Dormi.
Magari vieni a trovarci? È tanto che non ci vediamo.
Vedremo. Buonanotte.
A colazione Paolo fu insolitamente tenero. Le portò il caffè a letto, un bacio sulla guancia.
Scusa se ieri ho sbagliato a parlare. Volevo solo il tuo bene.
Lo so sorrise forzatamente. Ma mentre lui usciva per andare al cantiere, Carla prese il piccolo album di fotografie che teneva nel comodino. Sfogliò le pagine ingiallite: il giorno del matrimonio, il viaggio a Venezia, la festa per i quarantanni. Poi lo richiuse, lo infilò nella borsa insieme a un paio di documenti e al biglietto del pullman prenotato online la notte prima. Non sarebbe andata al paesino. Sarebbe andata da Cristina. Per un po. Per vedere se il mondo là fuori ancora la riconosceva.




