**Diario di un Padre**
Una telefonata notturna mi svelò la voce di mia figlia.
A tarda notte squillò il telefono. Sollevai la cornetta e riconobbi la voce di mia figlia.
«Mamma, sono io, Isabella. Ho un problema! Mio marito mi ha cacciato. Domani mattina verrò da papà e resterò a casa vostra.»
«Ascolta, Isabella, non hai più genitori né una casa.»
«Cosa?» mi interruppe. «Che hai detto? Come non cè più casa? Sono la vostra unica figlia. Ho diritto a questo appartamento!» urlò isterica.
«È così» risposi con calma. «Non hai più nulla. Labbiamo regalato a Sofia, ora lei è la padrona qui, e io e tuo padre non vogliamo più saperne di te. Non sei più nostra figlia. Non chiamare più! Hai perso tutto!»
Chiusi la conversazione con fermezza. Dopo quello che aveva fatto, avevo tutto il diritto di dirglielo.
Guardando dalla finestra, ripensai a come anche la nostra storia fosse iniziata con una telefonata.
Quella maledetta chiamata arrivò allalba. Saltai dal letto e corsi al telefono fisso.
«Pronto!»
Dallaltra, un singhiozzo trattenuto.
«Sì, ciao? Chi parla?»
«Giulia, sono io, Francesca.»
«Franci, perché mi spaventi? Sai che ore sono?»
«Lo so. Giulia, oggi entro in ospedale per unoperazione e ho paura per mia figlia. Ti prego, tu e Marco, non abbandonate Sofia, è ancora così piccola. Non portatela in orfanotrofio.»
Mia sorella Francesca era sempre stata eccentrica, piena di immaginazione e gesti fuori dal comune. Ma quella mattina aveva superato ogni limite.
Strizzai la cornetta, consapevole che qualcosa di grave stesse accadendo, qualcosa che ancora non riuscivo a comprendere. Ero spaventato.
«Francesca, perché non me lhai detto prima? Cosa hai? Dove ti portano?»
Era malata da anni, ma non le aveva mai dato peso. Lultimo mese, però, i dolori erano aumentati, era dimagrita e sembrava unombra. La diagnosi fu terribile.
Doveva operarsi durgenza. Non aveva avuto il coraggio di dirlo a sua sorella.
Già la aiutavo sempre, le davo soldi, ero come una madre per lei. E ora mi scaricava addosso i suoi problemi e sua figlia.
«Giulia, non garantiscono niente Ti prego, non lasciate Sofia sola.»
Unora dopo eravamo in ospedale. Loperazione non era ancora iniziata, ma non potemmo vederla. Nel corridoio, raggomitolata su una sedia, cera la piccola Sofia. Mi avvicinai e labbracciai.
«Faranno male alla mamma?» chiese con gli occhi lucidi.
«No, piccola, dormirà e non sentirà nulla.»
Quattro ore dopo, il medico uscì per dirci che mia sorella non ce laveva fatta.
Portammo Sofia a casa. Entrai nella stanza di Isabella e le dissi che la mamma di Sofia era morta e che la bambina avrebbe vissuto con lei. Mia figlia mi guardò con rabbia, ma tacque.
Dieci giorni dopo, Isabella buttò fuori dalla stanza le cose di Sofia e le proibì di rientrare.
Cercai di parlarle, ma fu inutile. Diceva che lavrebbe fatto ogni volta. Per evitare conflitti, demmo a Sofia la nostra camera e ci trasferimmo in salotto.
Sofia era orfana. Di Francesca non avevamo mai saputo chi fosse il padre. Ora il suo destino dipendeva solo da noi. Per questo non facemmo mai differenze tra Isabella e Sofia. Entrambe erano nostre figlie.
Passò il tempo. Isabella si laureò e sposò un uomo ricco, molto più grande di lei. Né letà né il denaro la turbavano. Raccolse le sue cose e andò a vivere con Riccardo.
Un mese dopo annunciò il matrimonio.
«Mamma, solo una cosa: quella tua preferita, la leccapiedi, non deve venire al matrimonio. Non la voglio vedere.»
«Isabella, non puoi comportarti così. Sofia è tua sorella, non invitarla sarebbe unoffesa per noi.»
«Non ci sarà!» disse decisa.
«Allora neanche noi verremo.»
«Perfetto! Affare fatto!»
Piansi, ma poi mi ripresi e decisi di partire per la Sardegna, in un luogo di relax.
«E il matrimonio di Isabella?» chiese stupito mio marito.
«Niente. Non siamo invitati.»
«Sofia, aiutami a cercare una vacanza.»
«Partiamo?» chiese lei.
«Sì, possiamo permettercelo.»
«Evviva!» esclamò felice, saltellando per la stanza.
Restammo in tre. Sofia finì il liceo e si iscrisse alluniversità. Brillante, divenne studentessa di Architettura. Sua madre era stata una pittrice di talento, conosciuta nellambiente. Sofia seguì le sue orme.
«O quelle di suo padre» diceva Marco, sospettando che un personaggio noto della città fosse il padre.
Io non ci badavo. Sofia era nostra figlia.
Un anno dopo festeggiammo il suo diciottesimo compleanno. Quello stesso giorno, Marco si sentì male. Impallidì e svenne. Chiamammo lambulanza e lo portarono in ospedale.
Il medico ci disse che era grave. Serviva una medicina costosissima, da ordinare allestero, che sarebbe arrivata in tre giorni. Il problema era il prezzo: una fortuna. Eravamo disperati.
Chiamai Isabella, sapendo che suo marito era ricco e poteva prestarci i soldi.
Rispose al telefono. Le raccontai tutto.
«Isabella, tesoro, tuo padre sta male. Ha bisogno di un farmaco che costa troppo. Potresti prestarci quella somma?»
Un silenzio interminabile. Stavo per ripetere la domanda, quando rispose.
«Va bene, mamma. Ne parlo con Riccardo e ti richiamo.»
La richiamata arrivò unora dopo.
«Mamma, ecco Riccardo mi comprerà una macchina nuova, me laveva promesso. Ma cè una condizione: o la macchina o i soldi a voi.»
«Isabella, te li restituiremo, non preoccuparti.»
«Ma quando? A rate? Così non la vedrò mai, quella macchina.»
«Stai ascoltando quello che dici? Tuo padre potrebbe morire!»
«Non posso aiutarti. Chiedete un prestito.»
La cornetta mi scivolò di mano. Stavo per svenire.
«Zia Giulia, cosa succede?»
Sofia mi sostenne. Piangevo senza controllo.
«Ascolta, zia, vendiamo lappartamento di mamma. Non potrei viverci comunque. Lo mettiamo sotto prezzo e avrete lanticipo per i medici.»
«Piccola, non possiamo È tuo!»
«Zia, è questo il momento di discutere? La vita di zio Marco è in pericolo! Dobbiamo agire ora.»
Labbracciai, senza parole. Era lunica possibilità.
Mettemmo in vendita lappartamento quel giorno stesso e fu venduto rapidamente a un buon prezzo. Il compratore ci diede un acconto e, mentre si sbrigavano le carte, pagammo la medicina.
Arrivò due giorni dopo. Funzionò. Sofia salvò la vita a Marco. Un mese dopo, lui era completamente guarito. La felicità era infinita.
Decidemmo di intestare lappartamento a Sofia. Andammo dal notaio e cambiammo i documenti. Lei era commossa. Il resto dei soldi lo mettemmo in banca.
Vivevamo felici quando, una notte, squillò di nuovo il telefono. Era Isabella. Diceva che tornava a casa: Riccardo laveva lasciata.
Le risposi di no.
«Abbiamo una sola figlia: Sofia.» E riattaccai.
Due anni dopo, Sofia sposò Matteo, un agricoltore con una grande casa in campagna. Il suo business andava bene e voleva aprire una fabbrica di conserve.
Ci invitò a vivere con loro, ma decidemmo di andarli a trovare due volte a settimana. Ci aspettava sempre una bella camera in ordine. Marco e Matteo diventarono amici, andavano a pesca insieme. Io aiutavo in casa. Sofia progettò la piccola fabbrica.
Vivevamo in armonia, una famiglia felice, anche se non erano più tutti insieme.
Di Isabella ci ricordavamo solo il giorno del suo matrimonio, lo stesso in cui io e Marco partimmo per la Sardegna, come tanti anni prima. I viaggi li organizzava Sofia, che a volte ci accompagnava.
Ogni anno, in quel giorno, ripensavo a come avessi potuto crescere una figlia così egoista, che metteva una macchina sopra la vita di suo padre. E Sofia, orfana, ci amava più di ogni cosa. Era pronta a darci tutto.
**La lezione?** Il sangue non fa famiglia. Lamore sì.







