La mia amata nipote

Non era che la ragazzina le desse proprio fastidio, ma… la respingeva, in un certo senso.

Sporca, con le trecce mal fatte, la divisa sgualcita, il colletto e i polsini attaccati alla meno peggio. Aveva quellaria trasandata, rassegnata.

Raffaella Maria si fece una smorfia. Perché mai le era venuto in mente quel moccioso disordinato? Mise da parte lamato éclair. Dovè Dario? Aveva promesso di arrivare presto, oggi era lanniversario della morte di Alessandro…

Le parve di sentire bussare alla porta.

“Chi è? Dario, sei tu? Hai dimenticato le chiavi?”

“Signora Raffaella, ha lasciato le chiavi sulla sedia.”

“Cosa? Quali chiavi?”

Raffaella aprì la porta e vide… proprio lei, quella ragazzina. Ma come?

“Rossi? Quali chiavi? Come fai a sapere dove abito? Mi stai seguendo?”

La bambina scosse la testa. Indossava un cappellino logoro, un cappottino macchiato, un paio di gambali sformati e scarpe quasi rotte.

Solo allora Raffaella notò i suoi occhi, azzurrissimi, incorniciati da ciglia nere e folte.

Aveva appena iniziato a insegnare in quella scuola, italiano e letteratura, dopo una vita al liceo tecnico. La pensione non faceva per lei. Che strana quella ragazzina, senza amici, sempre in disparte. Come si chiamava? Beatrice? No… Bianca. Sì, Bianca Rossi.

“Signora Raffaella, ha lasciato le chiavi sulla sedia. Glielho gridato, ma non mi ha sentito.”

“Quali chiavi? Ah, sì, grazie… accidenti. Le avevo dimenticate nella borsa. La vecchiaia, eh?” cercò di scherzare, senza sapere perché.

“Non è vecchia,” disse seria la bambina. “Forse era solo di fretta.”

“Grazie… Bianca.”

“Prego. Arrivederci, signora Raffaella.”

“Arrivederci…”

Raffaella chiuse la porta pensierosa, poi si riprese… Riaprì e sentì dei passi leggeri. La bambina scendeva lentamente le scale.

“Bianca!” Raffaella guardò in basso, la bambina in su. “Come hai fatto a sapere dove abito?”

“Abito nel palazzo accanto. La vedo spesso, quando va o torna da scuola. A volte cammino dietro di lei, altrimenti quel cane allangolo mi ringhia. Puzzo di gatto, li nutro in strada, in una cantina… Lui non mi piace, ma non ho paura. Lo chiamo Rex, è randagio.”

“Lindirizzo… lho chiesto alle signore sulla panchina. Ho detto che lavora nella mia scuola. Prendiamo lo stesso autobus…”

Che ragazzina strana, pensò Raffaella. Mi sta spiando?

“Vuoi un tè?” domandò allimprovviso, e la bambina accettò subito. Salirono insieme le scale in silenzio. Raffaella accese la luce del piccolo ingresso, posò la borsa, e andò in cucina a mettere lacqua sul fuoco. Sentiva i passi incerti di Bianca alle sue spalle, poi lo scrocco della lampada accesa in salotto.

Le porse una tazza con mani tremanti, più per lemozione che per letà. La bambina ringraziò con un cenno, avvolgendo la tazza con le dita magre. Fuori, la pioggia aveva cominciato a cadere lenta sul selciato.

“Sa,” disse Bianca dopo un po, “oggi ho visto un uomo col cappotto scuro fermarsi davanti a casa sua. Guardava verso il balcone. Non era Dario.”

Raffaella impallidì. Il cucchiaino le cadde nel lavandino.

“Ne sei sicura?”

“Sì. Aveva una borsa nera. E zoppicava un po sulla gamba sinistra.”

Il respiro di Raffaella si fermò. Quella descrizione… impossibile. Alessandro zoppicava così, da quando si era rotto la gamba quel giorno di pioggia, ventanni prima.

Guardò la bambina negli occhi, di nuovo, quegli occhi troppo grandi, troppo vecchi.

“Perché mi hai portato le chiavi, Bianca?” chiese piano.

“Perché le aveva perse,” rispose lei, semplice. “E perché oggi non doveva restare da sola.”

Un tuono lontano scosse i vetri. E Raffaella, per la prima volta dopo anni, non sentì il bisogno di cercare oltre la porta.

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