Ho presentato la mia fidanzata a mia madre e il giorno dopo sono rimasto sconvolto dalla sua richiesta al telefono.

“Fai venire tua madre a conoscere la fidanzata?” Chiese mia madre al telefono, e il giorno dopo rimasi di sasso sentendo la sua richiesta.

“Sì, mamma,” risposi distrattamente, senza staccare gli occhi dal giornale. Larticolo sullaumento delle pensioni non mi entrava in testa, le righe si confondevano davanti ai miei occhi. Troppi pensieri mi turbinavano dopo la conversazione di ieri con Lucia.

Mamma entrò in salotto con un vassoio con due tazze di tè e un piattino di biscotti. Io non alzai nemmeno lo sguardo. Appoggiò la tazza accanto alla mia poltrona e si sedette di fronte, fissandomi con quellocchio indagatore che conoscevo fin da bambino.

“Che hai oggi? Sei così pensieroso.”

“Niente, solo lavoro,” borbottai, mettendo finalmente da parte il giornale. “Grazie per il tè.”

Mamma bevve un sorso in silenzio, senza smettere di osservarmi. Aveva sessantacinque anni ma portava gli anni con dignità, e quello sguardo acuto tradisce sempre chi è abituato a scavare fino alla verità.

“Giovanni Rossi,” disse con tono severo, usando il mio nome completo come faceva quando ero piccolo e avevo combinato qualche guaio, “smettila di tergiversare. Ieri ti ho visto parlare con quella… come si chiama… Lucia, davanti al portone.”

Mi strozzai con il tè. Mamma aveva sempre il dono di cogliermi impreparato.

“Ma che centra Lucia?”

“Centra che non sono nata ieri. Ti ho cresciuto per quarantanni, credi che non capisca quando hai qualcosa di serio per la testa?” Mamma posò la tazza con un colpo secco. “Parla chiaro, che stai combinando?”

Mi alzai, mi avvicinai alla finestra. Fuori era autunno inoltrato, gli alberi quasi spogli. Dentro di me sentivo la stessa desolazioneforse per la conversazione che stavo per affrontare, forse perché sapevo che mamma aveva già intuito tutto.

“Voglio sposarla,” dissi, senza voltarmi.

Il silenzio si prolungò così a lungo che alla fine mi girai. Mamma era seduta a schiena dritta, le mani in grembo, e mi fissava con quellespressione che conoscevo benequella che usava prima delle grandi discussioni.

“Figlio mio, non sposare una che non ha un soldo,” disse, guardandomi dritto negli occhi. “Ti prego.”

Le parole mi colpirono più duramente del previsto. Non perché fossero inaspettatesapevo che mamma non amava particolarmente Luciama sentirle ad alta voce fece male.

“Mamma, che centrano i soldi? Io la amo.”

“Amore, amore,” scosse la testa. “E con cosa vivrete? Tu prendi due spicci al museo, lei in biblioteca guadagna ancora meno. E i figli come li farete crescere?”

“Ce la caveremo. La gente vive con molto meno.”

Mamma si alzò di scatto, aprì un cassetto del mobiletto e tirò fuori un album di foto. Lo sfogliò fino a trovare quella che cercava.

“Guarda,” disse, indicando limmagine. “Questo è tuo padre e io, giovani, innamorati. Sai comè andata poi?”

Conoscevo la storia, ma mamma voleva raccontarla di nuovo.

“Vivevamo in un bilocale, con lo stipendio di tuo padre. Io non potevo lavorareeri piccolo, poi nacque tua sorella. I soldi finivano prima della fine del mese, chiedevamo prestiti ai vicini. Ti ricordi quando mangiavamo pasta al sugo per tre giorni di fila? Quando tuo padre perdeva la pazienza e ci urlava contro?”

“Me lo ricordo,” dissi piano. “Ma adesso sono altri tempi.”

“I tempi cambiano, ma le persone restano le stesse.” Chiuse lalbum e si lasciò cadere sulla poltrona. “La povertà corrode lamore come la ruggine il ferro. Prima litigate per le piccole coselui vuole la carne, ma ci sono solo soldi per la pasta. Poi per quelle più grandilei vuole un vestito nuovo, lui un paio di scarpe. E alla fine non vi sopportate più.”

“Lucia non è così. Non chiede cose inutili.”

“Per ora. E quando inizierà? Quando vedrà come vivono le sue amiche? Quando i figli andranno a scuola e non avrete i soldi per vestirli?”

Tornai alla poltrona, presi il tè ormai freddo. Le parole di mamma mi toccavano il vivo perché erano vere. Ci avevo pensato anche io, di notte, mentre non riuscivo a dormire.

“E allora cosa mi consigli? Di restare solo tutta la vita?”

“Trova una ragazza per bene. Con unistruzione, un lavoro dignitoso. Ti ricordi Francesca Bianchi? Adesso lavora in banca, guagna bene. È bella e intelligente.”

“Mamma, non è un colloquio di lavoro, è un matrimonio.”

“Smettila di fare il romantico,” tagliò corto. “Alla tua età bisogna pensare con la testa, non con il cuore. Hai trentasei anni, il tempo per fare Romeo e Giulietta è finito.”

Feci una smorfia. Mamma sapeva colpire dove faceva più male, soprattutto quando aveva ragione.

“Quindi secondo te la felicità si basa sui soldi?”

“Non sui soldi, ma senza soldi non esiste.” Si alzò e raccolse le tazze. “Va bene, non insisto. Sei un uomo, decidi da solo. Ma ricordati delle mie parole quando la vita diventerà insopportabile.”

Rimasi solo, ma senza pace. Le parole di mamma continuavano a ronzarmi in testa. Presi il telefono per chiamare Lucia, ma poi ci ripensai. Cosa avrei dovuto dirle? Come spiegare che mia madre era contraria?

Quella sera fu Lucia a chiamare.

“Ciao, come stai? Ieri sembravi strano.”

“Tutto bene,” mentii. “Solo stanco per il lavoro.”

“Oggi ho visto un vestito bellissimo,” disse lei, con voce sognante. “In quella boutique vicino al parco. Blu, davvero elegante. Un po caro, però…”

Sentii una fitta al petto. Era un caso? O mamma aveva ragione, e Lucia già iniziava a chiedere più di quanto potessi offrire?

“Quanto costa?” chiesi, cercando di mantenere un tono neutro.

“Cinquecento euro. Lo so, è tanto, ma è così bello… E tra poco cè la festa a lavoro, volevo presentarmi decente.”

Cinquecento euro. Metà del mio stipendio. Deglutii a fatica.

“Vedremo,” dissi evasivo.

“Ti ho turbato?” chiese, preoccupata. “Non ti sto chiedendo di comprarmelo, era solo un pensiero…”

“No, tranquilla. Sto solo riflettendo su alcune cose.”

Dopo la chiamata rimasi a fissare il muro per ore. Lucia non mi aveva chiesto di comprarle il vestito, ma solo condiviso un desiderio. Ma cinquecento euro… Con quella cifra potevo pagare un mese di spesa. O metterli da parte per il matrimonio.

E il matrimonio portò altri calcoli. Un affittoalmeno ottocento euro al mese. Il mio stipendio al museomilleduecento, quello di Lucianovecento. Totale: duemilacento. Meno laffitto, restavano milletrecento. Per cibo, vestiti, trasporti, medicine… E sperando che nessuno si ammali.

Il mattino dopo, a colazione, mamma si comportò normalmentemi servì il caffè, chiese dei miei programmi. Ma sentivo il suo sguardo su di me. Aspett

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Ho presentato la mia fidanzata a mia madre e il giorno dopo sono rimasto sconvolto dalla sua richiesta al telefono.
Eri più grande, ora sei diventata ancora più matura – tuo marito se n’è andato senza mai scoprire la sorpresa che avevi preparato…