Ciao, ti racconto una storia che mi è rimasta nel cuore. Era il 1983, quando trovai un bambino di cinque anni rannicchiato in un vagone vuoto del treno regionale. Nessuno lo voleva, così lo presi con me e mio marito, Stefano, lo crebbe con mano severa ma giusta.
«Luca, che stai facendo? Non possiamo prendere il figlio di qualcun altro!»
«Stefano, immagina se fosse il nostro se lo trovassimo in un carro deserto, affamato e gelato fino alle ossa».
Quel pomeriggio dottobre, un vento freddo scuoteva le tende della nostra casa di campagna a Montelupo. Io, Ginevra, tenevo stretto quel ragazzino magro come un uccellino in tempesta, il suo vestito sporco puzzava di ferro e disperazione.
Tre ore prima ero tornata dal mercato di Firenze. Sul treno quasi vuoto lo scorsi, rannicchiato in un angolo, gli occhi pieni di una tristezza che si vede solo nei cuccioli abbandonati. Nessuno dei passeggeri sapeva da dove venisse; il capostazione sbuffò: forse si era perso, o forse
«Come ti chiami, piccino?» gli chiesi, chinandomi accanto a lui.
Rimase in silenzio, ma quando gli offrii una mela, la strinse con entrambe le mani e la morse come se non avesse mangiato da giorni.
«Luca» mormorò, pulendosi la bocca.
Ci trovammo davanti a Stefano, e il bambino tremava appoggiandosi alla mia spalla. Stefano aggrottò le sopracciglia, le spalle larghe tese come se dovesse prendere una decisione importante.
«Stefano, aspettiamo da tanto» dissi a bassa voce.
Una settimana dopo Luca aiutava già in cucina. Lo misi su uno sgabello alto accanto al tavolo, gli legai un grande grembiule che gli cadeva sulle spalle sottili.
«Ecco, tesoro, stendi la pasta», gli dissi. «Lenta, con calma».
Luca arrotolava il mattarello concentrato, con la lingua fuori per non sbagliare. Una macchia di farina bianca gli copriva la guancia e, guardandolo, mi scaldò il cuore.
«Papà si arrabbierà?» chiese allimprovviso, fermandosi con il mattarello alzato.
«No, piccolino. Papà è severo, ma è giusto. Vuole che tu diventi un vero uomo».
Stefano gli insegnò a modo suo. Quando cadde la prima neve, lo fece uscire a tagliare legna.
«Tieniti forte lascia», gli ordinò dietro la schiena, «e fai un colpo largo».
Luca ansimava, ma provava con tutte le sue forze. Il ceppo era piccolo, scelto per lallenamento, ma lascia sembrava ancora pesante.
«Non ce la faccio», singhiozzò dopo diversi tentativi.
«Ce la fai», rispose fermo Stefano. «Sei un uomo, e gli uomini non mollano mai».
Quando il ceppo si spaccò, Luca sorrise felice e Stefano, sotto il suo baffo, lasciò trasparire un sorriso.
Allinizio del 1984 la burocrazia era a posto. Il presidente del consiglio del villaggio, un vecchio amico di famiglia, risolse la situazione complicata. Maria, la paramedica che conosceva Ginevra fin da bambina, predispose tutti i documenti.
«Da oggi sei ufficialmente Luca Stefano Bianchi», annunciò Ginevra durante una cena festosa.
Luca toccò delicatamente il nuovo certificato e chiese timidamente: «Posso chiamarvi mamma e papà?».
Ginevra posò la mano sulle labbra, trattenendo le lacrime. Stefano si alzò, si avvicinò alla finestra e guardò lontano per un attimo prima di rispondere a bassa voce: «Certo, figlio mio».
Il primo giorno di scuola Luca afferrò la mano di sua madre con forza, le dita tremanti mentre camminavano lungo la strada polverosa verso listituto a due piani, che gli sembrava un castello.
«Mamma, se non ce la faccio?», sussurrò guardando la scuola.
«Ce la farai, tesoro. Sei figlio di tuo padre».
Quella sera Stefano esaminò il nuovo quaderno di Luca.
«Allora, la matematica sarà la tua materia principale. Domani cominceremo con la tavola pitagorica».
Alla fine della prima classe Luca sapeva a memoria la tavola. Ogni mattina Stefano lo interrogava, nonostante la stanchezza e qualche lacrima. Quando Luca portò a casa il primo certificato di lode, Stefano gli posò la mano sulla spalla in pubblico per la prima volta.
«Ben fatto», disse semplicemente, e Luca brillò come se il sole fosse scoppiato sopra di lui.
In terza elementare Luca si trovò nella sua prima rissa, tornò a casa con il labbro lacerato e la camicia strappata. Ginevra gli mise foglie di patata sulle ferite, mentre Stefano attese in silenzio una spiegazione.
«Ci hanno preso in giro i bulli del paese», balbettò Luca, dolorante. «Eravamo tre contro uno, non è giusto».
Stefano sbuffò verso il suo baffo. «Hai lottato per quello che è giusto? Allora domani ti insegnerò a stare in piedi in una rissa, così nessuno ti romperà più il labbro».
A tredici anni Luca cominciò a ribellarsi: sbatteva porte, passava ore al fiume.
«Perché mi comanda sempre?», si lamentò a Ginevra mentre lavoravano in giardino. «Sento solo Fai così, fai così. Non ce la faccio più».
Ginevra gli asciugò il sudore, lasciandosi una macchia di terra sul viso. «Figlio, ognuno vede le cose a modo suo. Tuo padre ha vissuto tanto. Orfano da piccolo, ha dovuto cavarsela da solo. Per questo vuole che tu sia forte nello spirito».
«E tu? Sei così dolce, ma vivi con lui».
«Io vedo quello che gli altri non vedono. Quando lanno scorso ti sei ammalato di polmonite, lui è rimasto tre notti al tuo capezzale. Non lo ricordi perché eri febbricitante».
Lidea di andare al politecnico e studiare ingegneria scoppiò improvvisa in Luca. Vide una foto di una nuova macchina sul giornale di provincia e si illuminò: era la sua vocazione!
«Vuoi andare in città?», chiese Stefano, grattandosi la testa. «È un buon piano, ma ricorda che vivrai in un dormitorio e i soldi saranno pochi».
«Lavorerò destate!», ribatté Luca. «Zio Marco mi ha detto che mi prenderà alla segheria».
Tutto luglio Luca lavorò nella segheria, tornando a casa coperto di segatura







