I figli non sono un ostacolo alla felicità

Sai, amica, a volte mi capita di sentire i tuoi dubbi che forse non sia facile vivere sotto lo stesso tetto con i figli di qualcun altro, specialmente se hanno già letà delladolescenza Me lo immagino, davvero. Chissà, ogni giorno sarà una nuova sfida, vero?

Io, ti dico la verità, ci ho pensato un attimo prima di risponderti. Mi sono aggiustata la manica del maglione, ho cercato di sorridere però mi è uscito un sorriso un po così, sai, tirato.

Dai, Caterina, esageri le ho detto tranquilla. Tra di noi, in casa, latmosfera è abbastanza serena. Niente che non si possa affrontare insieme.

Sapevo già che lei non mi credeva molto; aveva quellaria scettica da so tutto io, con i capelli portati dietro lorecchio.

Ma va là! ha detto prendendomi in giro Non farmi credere che già i ragazzi ti chiamano mamma Dai, ammettilo che anche da voi ogni tanto si fatica. Nessuno ti giudica, anzi! Se hai bisogno, ci siamo sempre. Siamo amiche, ti ascolto volentieri!

Ho scosso la testa, mantenendo la voce calma:
Ma chi mai si aspetta che mi chiamino mamma? Cosa vuoi, tra me e loro ci saranno sì e no tredici anni di differenza! E non mi interessa rubare il posto a nessuno, non è giusto. Mi sento molto più una zia maggiore, una persona adulta a cui confidare qualcosa se ne hanno bisogno. Non faccio la mamma, mi basta esserci per loro se serve. Solo questo.

Mi sono presa un sorso di caffè, più per darmi un attimo di pausa. Caterina mi seguiva con lo sguardo, ma continuava a non essere troppo convinta.

Sai, a forza di spiegare agli altri perché sto bene così come sto, mi sono anche stufata. Mi sembra che almeno uno su due mi debba sempre chiedere cosa provo davvero o darmi il suo parere. Ma la verità era chiara: mio marito, Lorenzo, è proprio uno di quei mariti che ti augureresti. Bello, premuroso, sempre attento a ogni mio sbalzo dumore. Fa un lavoro stabile, guadagna bene, si dà da fare in casa: lo trovi ai fornelli, lo trovi che passa lo straccio. Insomma, uno così non lo trovi dietro langolo.

Lunica nota stonata almeno per gli altri erano i due figli di Lorenzo dal primo matrimonio. Vivono tutti con noi, da quando la prima moglie di lui non cè più. Pensa che la storia è triste: è venuta a mancare giovane, e Lorenzo si è ritrovato solo con questi due. Ti giuro, non li ho mai vissuti come un peso. Sono solo due ragazzi con bisogno daffetto e di una casa serena.

Quanto a me diventare mamma non è mai stato davvero tra le possibilità. A sedici anni i medici mi diedero una diagnosi che avrebbe reso la gravidanza un vero rischio, persino per la mia vita. Lho sempre saputo, e al dolore iniziale ormai ho sostituito la serenità: ci sono altre cose che danno senso alla mia esistenza.

I miei però, soprattutto mia zia, non mollavano mai. Ogni volta il discorso ricadeva sui figli, come se avessi chissà quale dovere verso lumanità. Una volta è arrivata addirittura con una specialista bravissima, una dottoressa con un sorriso enorme che, sentita la mia storia, ha detto subito che al giorno doggi la scienza può tutto e i rischi sono minimi.

Io ascoltavo, annuivo pure, ma dentro ero stanca. Ogni donna ha il suo senso nella vita, no? Mia zia insisteva: Vedrai, quando le tue amiche avranno i bambini e tu no, te ne pentirai! Poi sarà troppo tardi. O anche: Un uomo non sta certo con una donna che non può dargli un figlio!. Roba da restarci male, ma io piano piano mi sono fatta forte. Sono convinta: la vita è la mia, è con Lorenzo che voglio stare bene, senza aspettative altrui tra i piedi.

Col tempo la pressione è diventata quasi snervante. Bastava che qualcuno scoprisse che non avevo figli e partiva la solita solfa Sguardi compassionevoli, consigli, prova a sentire un altro medico. E ogni volta io ascoltavo tutti, anche chi nemmeno mi conosceva bene! Però, dentro di me, ormai lo sapevo: dovevo chiudere questa questione in maniera definitiva.

E allora sai cosa ho fatto? Mi sono messa a cercare un super esperto di medicina riproduttiva, uno con anni di esperienza e pubblicazioni dappertutto. Solo che riceveva solo a Roma e trovare un buco era un incubo. Ma non ho mollato. Mi sono prenotata il treno, due notti in albergo tra le più economiche che ho trovato, e via. Ho speso quasi mille euro, ma era una cosa che volevo fare una volta per tutte.

La visita è stata lunghissima, lui attento, scrupoloso, mi faceva mille domande, analizzava tutto sul serio. Mi sono sentita ascoltata non giudicata né incoraggiata tanto per parlare.

Poi, con i risultati delle analisi in mano, il responso è arrivato bello chiaro: il rischio nella mia situazione era troppo alto. Poche possibilità che vada tutto bene, e se va male ci si rimette la salute, magari la pelle. Mi ha spiegato tutto nei dettagli, risposte sempre precise, alla fine mi guarda negli occhi e fa:
Non ascolti chi le dice va tutto bene, perché non è professionale. Quei consigli sono pericolosi. Se qualche collega ha detto il contrario, pensi se sia il caso di fare unesposto: è in gioco la vita.

E a quel punto mi è tornata in mente quella famosa dottoressa col sorriso gigante, la soddisfazione negli occhi di mia zia, che mi diceva ancora una volta che dovevo per forza provarci Ho scritto davvero una segnalazione, con tanto di documenti allegati, e quella dottoressa lhanno sospesa. Non mi sono sentita vendicativa, ma solo sollevata. La gente merita verità, non illusioni.

Tornata a casa, mi sono sentita libera per la prima volta dopo anni. Non cera più bisogno di giustificare la mia felicità, bastava goderla. Finalmente potevo concentrarmi su ciò che davvero mi stava a cuore.

E cera tanto di cui occuparsi. Tipo, le gemelle di Lorenzo stavano per compiere dodici anni. Ormai erano abbastanza grandi da sapersi gestire: nessuna sveglia notturna, niente pannolini, le trovavi già pronte per la scuola che si facevano anche il panino da sole.

Il mio ruolo non era quello della mamma, e nemmeno quello della super educatrice. Io servivo solo ad aiutare con un compito di matematica, ad ascoltare se una delle due tornava a casa delusa da unamica, a scegliere insieme una maglietta per la festa. O magari bastava sedersi vicino a loro dopo una giornata storta.
Questo bastava, e valeva tantissimo.

Poi, ecco lennesima chicca di Caterina, sempre la stessa solfa da maestrina:
Vediamo quanto resisti ancora! Dammi retta, tra sei mesi cominci a piangere meglio liberarsi subito dei problemi, poi è tardi.

Sono rimasta lì, con il cucchiaino che tintinnava nella tazzina. Quando lho guardata negli occhi cercando di non farmi innervosire, volevo solo capire se ci credeva davvero a quello che diceva.

Ma davvero mi chiami problema dei ragazzi? Ho capito bene?

Lei ha solo riso, buttando indietro la frangia:
Su dai, smettila di fare la santarellina! Lo pensi anche tu: i figli degli altri sono sempre un peso. Comincia a parlare di quanto ti danno sui nervi, che non ti ascoltano, che sono sfacciati così tuo marito se lo ricorda, e poi trovi la situazione giusta.

Io stavo zitta, ma dentro ero incredula. Come faceva una che chiamavo amica a consigliarmi simili cose? Ho fatto un bel respiro, per non scattare.

E sentiamo: dove dovrei mandarli, secondo te? ho domandato, giusto per vedere fin dove voleva arrivare.

Lei si è fermata un attimo, ma poi:
Dai, esistono i collegi! O magari Lorenzo potrebbe girarli ai parenti. Limportante è agire finché si è in tempo

Ho posato la tazzina forte, forse anche un po troppo, ma almeno ho rimesso insieme i pensieri. Lho guardata decisa, senza vacillare.

Mai avrei pensato che me lo potessi consigliare tu. Per me questi ragazzi non sono un problema, hanno solo bisogno di qualcuno. E io non ho alcuna intenzione di inventarmi strategie per liberarmene. Questo per me è disumano.

Caterina un po si è colorita in faccia, poi si è ripresa e con fare indifferente:

Sì, beh, magari sono stata troppo brusca ma tu sai comè difficile vivere con figli non tuoi?

Lo so bene, ma non vuol dire che siano un peso. Sono parte della mia vita e sono contenta così.

Ho buttato giù un altro po di caffè, provando a ritrovare la calma. Le sue parole ancora mi ronzavano nelle orecchie, ma sapevo che non sarebbero bastate a rovinare quello che avevo.

Lo sai che poi ti ostacoleranno per avere un figlio tuo, e magari alla fine ci ripenserai.

A quel punto lho guardata fissa:
Ti ricordi cosa ti ho spiegato, vero? Io non posso avere figli, il medico me lo ha detto chiaro tanti anni fa.

Caterina mi ha solo fatto un gesto con la mano:
Eh ma potete sempre ricorrere alla maternità surrogata! Lorenzo se lo può permettere. Dai, Giulia, fatti furba! Devi legarlo a te in tutti i modi, sennò poi resti da sola!

Le ho risposto solo con un sorriso amaro, ma senza rabbia, solo una certa tristezza per quanto diversi eravamo.

Parli così perché hai avuto la tua esperienza Hai avuto un figlio per legare a te il tuo ex, e dove sta ora? Scappato via appena ha saputo che eri incinta. Alla fine, la catena non era poi così forte

Lei è diventata immediatamente rossa, ha lasciato la tazza di colpo.

Se non fosse stato per quei suoi figli, lui sarebbe rimasto con me! Quei bambini mi hanno solo fatta fuori di casa!

Per un attimo mi è pure dispiaciuto per lei, ma poi ho ricordato le sue strategie e mi è passata.
Tu pensi davvero che siano loro la causa? Sicura che non fosse il vostro modo di stare insieme, più che i ragazzi?

A quel punto, Caterina era già con lo sguardo perso fuori dalla finestra. Avrei voluto cambiare argomento, tanto ormai era diventato solo uno sfogo.

Da subito hai voluto giocare a fare la dura, senza nemmeno cercare di avvicinarti. Io ho scelto unaltra strada: quella dellamica grande. Pensaci, magari ti avrebbe aiutata.

Lei si è limitata a unaltra smorfia offesa e si è scostata. Era chiaro che non aveva nessuna voglia di ascoltare consigli, almeno su questo tema.

Non capisci ha borbottato Io ci ho provato a essere gentile, ma loro hanno capito subito che non ero la loro mamma. Mi hanno solo usata, mi ignoravano, facevano apposta il contrario.

Io ho scosso la testa con dolcezza.

Ci hai mai provato davvero a esserci e basta? A volergli bene piano piano, senza aspettarti di farti voler bene subito? I ragazzi lo sentono quando fai le cose col cuore.

Caterina si è girata di scatto:

Sì, ma come faccio a esserlo, se ogni giorno mi ricordano che sono unestranea? Che sono il passato di suo padre che lui non vuole lasciare?

Non ti dico che sia facile ho risposto ma se inizi con la sfiducia, la rottura è sicura. Non voglio insegnare niente, parlo solo per esperienza.

Caterina ha sospirato e, strofinandosi i capelli, ha detto:

Forse hai ragione Ma quando vedo mio figlio che cresce senza il padre, e mi chiede dovè, mi sembra tutto sia andato storto proprio per colpa di quei figli suoi. Hanno preso il mio posto.

La sua voce si è incrinata per un attimo, poi si è ripresa con orgoglio. Io lho guardata e ho pensato che a volte il rancore è una zavorra che ti porti per anni.

Cate le ho detto piano non sono i bambini a far saltare le famiglie. Se il tuo uomo davvero avesse voluto, avrebbe trovato il modo.

Non ha detto niente. Guardava fuori, mentre Milano era avvolta nella nebbia, e dentro la caffetteria la luce fioca scaldava un po lo spirito.

Io non ho preteso risposta. Magari oggi la pensa ancora così, ma spero che un giorno mi capirà.

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Nel frattempo, Caterina faceva i suoi conti.

Allinizio del suo secondo matrimonio era tutta entusiasmo: il marito nuovo sembrava perfetto, lavorava bene, era educato, non fumava, sapeva ascoltare. Allinizio, lunica cosa che la turbava un po erano proprio i suoi figli: aveva una bambina di otto anni e un maschio di dieci, già grandicelli.

Ma sì pensava sono bambini, si adatteranno in fretta.

Dopo nemmeno due settimane, il disagio cominciò. Si sentiva una figurante, quella nuova, a cui i bambini davano il minimo indispensabile; nessun entusiasmo nel vedere lei. Così, si convinse che serviva da subito mettere regole ferree, niente compromessi. Non si sarebbe fatta mettere i piedi in testa, avrebbe preteso rispetto.

La prima regola: la chiamavano per nome, non zia o peggio ancora signora. Poi, orari rigidi: le camere rifatte ogni mattina, chi non rispetta il turno in cucina si becca una ramanzina, dopo le dieci tutti in camera Per lei educazione era regola.

Questa è casa mia diceva ai bambini e qua si fa come dico io. Non è difficile, basta lordine.

La bambina, di carattere più acceso, subito ha criticato: Ma prima andavamo a letto dopo, potevamo sistemare la camera in settimana. Il ragazzino, invece, silenzioso, guardava solo basso, senza rispondere. Ma Caterina non cedette, anzi, pensava che la dolcezza avrebbe solo peggiorato la situazione.

Si mise a controllare con chi uscivano, dove andavano, quando rientravano. Pretendeva sapere tutto, sentiva che solo così non avrebbe perso il controllo.

Un giorno la bambina tornò a casa col diario pieno di note.
Ma che combini a scuola? Lo sai che ci tengo
Ma sono solo due note, ora recupero. Mamma non era così severa prima
Ora vivi qui e segui quello che dico io! Io penso al tuo futuro, e tu pensi a scuse!

La piccola se ne è andata in camera con i pugni stretti. Nel profondo, Caterina si sentiva pure soddisfatta; pensava che solo la durezza avrebbe portato rispetto.

Col tempo però, i figli si sono allontanati, trascorrevano interi pomeriggi chiusi in camera o da amici, con lei zero confidenze. Il ragazzo, sempre più apatico, si faceva vedere sempre meno, rispondeva a monosillabi. Lei allora, per sentirsi in controllo, arrivava a controllargli il telefono, a leggere le chat. Ogni occasione era buona per un interrogatorio: Dove? Con chi? Quando torni?. Il ragazzo la ignorava sempre di più.

Finché anche il marito si accorse che forse stava esagerando.

Forse dovremmo alleggerire sono ancora ragazzi. Dovresti spiegare, non solo proibire.

Lei, di rimando:
Se non ci pensi tu, ci penso io! Qualcuno deve educarli, no?

La situazione diventava sempre più tesa: la bambina le rispondeva male, il fratello la ignorava, con piccoli dispetti sparsi in giro di tanto in tanto. A forza di inasprire le regole, ognuno si chiudeva in se stesso.

Una sera la bambina ritarda trenta minuti. Caterina, furente, scatta:
Dove sei stata? Ormai sono le otto e mezza!
Cera la lezione di recupero, la prof ci ha tenuti di più
Sempre scuse! È solo perché non vuoi rispettare le regole!

A quel punto entra il marito, serio come non mai:
Ora basta! Stai esagerando. Non sono tuoi figli, e certe cose non ti spettano.

E a chi spettano, scusa? si infuria Caterina. Tu non li educhi proprio!
Io almeno provo a capirli, tu vuoi solo comandare Dicono che ti odiano, Giulia, e io non ce la faccio più.

La conversazione finisce così, ciascuno in una stanza diversa, in casa silenzio.

Nel giro di un mese divorziarono. Tutto liscio, senza grandi litigi. I bambini, saputo della separazione, erano solo sollevati. La figlia lo confessa a unamica: Per fortuna è finita. Il maschio annuisce e basta, ma negli occhi la serenità di chi si sente finalmente libero.

Caterina restò sola. Tempo dopo, ancora non riusciva a riconoscere di aver forse esagerato, e continuava a ripetersi che la colpa era dei piccoli che non lavevano accettata, che avevano rovinato tutto. Più facile così che mettersi in discussione davvero.

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Dopo cinque anni, la mia vita con Lorenzo era esattamente come lavevo sempre immaginata. Sempre insieme, sereni, ci capivamo al volo. Casa nostra era un porto sicuro, ognuno a proprio agio.

Le ragazze erano ormai grandi, partite per luniversità a Firenze. Ma nemmeno la distanza ha raffreddato il nostro rapporto. Tutte le sere mi chiamano mi chiamano mamma, per scelta loro, senza pressioni. Allinizio era quasi timido, ma poi è diventato naturale: nei nostri messaggi cerano i racconti di giornata, richieste di consigli, e anche le confidenze di quanto mancava loro il caldo delle mura di casa.

Un giorno sono tornate per una sorpresa: ci hanno regalato un cuccioletto di husky, dicendo: Così non vi annoiate!. Quel batuffolo peloso ha rivoluzionato tutto: a correre per il soggiorno, mordicchiare ciabatte, arrampicarsi ovunque. Ma la sera veniva sempre a dormire ai miei piedi, già sicuro che qui sarebbe stato amato. Io ridevo, mi lamentavo per le scarpe da buttare, ma in fondo ero più felice che mai: quel cucciolo ci ha riempito la piccola mancanza lasciata dalla partenza delle ragazze.

Invece, per Caterina le cose non sono mai davvero cambiate. Dopo il divorzio ci ha provato ancora: aveva ritrovato un uomo gentile, sembrava promettente. Ma anche lui aveva una figlia, una bimba di cinque anni che stava spesso con loro perché la ex moglie lavorava molto.

Allinizio Caterina si sforzava di essere simpatica: comprava regali, si offriva di cucinare insieme, impastava biscotti. Ma col tempo la bambina diventò motivo dirritazione. Sempre troppe domande, troppa confusione e nessuno ascolta più me, ripeteva Caterina infastidita. Lui cercava di mediare, le spiegava che ci voleva tempo, ma Caterina nulla, sempre più rigida, sempre meno pazienza.

La piccola smise di sorriderle, si chiudeva nel silenzio e cercava solo il papà. E più si allontanava, più Caterina si sentiva inasprire: commentava ogni cosa, pretendeva più rispetto, regole e ancora regole. Alla fine, il compagno non ha più resistito: dopo un anno e mezzo è andato via, portando con sé la bambina. Lei rimase da sola nellappartamento ormai vuoto, guardando un disegno attaccato al frigo e una piccola spazzola dimenticata sulla mensola.

Le rimbombavano in testa le discussioni con me, il mio modo di vivere quei ragazzi che per lei erano sempre stati un ostacolo. Ora, quelle parole le sembravano una presa in giro.

Io nel frattempo davo da mangiare al cucciolo, ascoltavo al telefono le gemelle che ridevano e scherzavano su chi avrebbe avuto il diritto di raccontarmi le sue novità per prima. E dentro di me sentivo solo una grande, calda gratitudine, per essere riuscita a costruire a modo mio la famiglia vera che avevo sempre desiderato.

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