Lucia la Zucca – Un racconto tutto italiano

Lucia-Zucca

Lucia! Lucia! Gira quella testa tua! Zucca! Guardate, ragazzi! Zucca!

Il cortile della scuola, immerso nel sole, risuonava di risate appena terminata la prima mattinata di lezioni. Quelle voci di scherno sarebbero potute svanire tra i rumori della ricreazione, ma rimbombarono così forte che tutti le sentirono. Per un attimo nel cortile calò il silenzio, quasi sospeso, e Lucia, piccola e spaesata, alunna di prima elementare, rimase impietrita sui gradini, stringendosi al suo enorme e goffo zainetto.

Ehi, Lucia-Zucca! Che cè? Paura? Dai, ragazzi, inseguitela!

I maschi, che solo pochi minuti prima sedevano composti accanto a lei in classe, si lanciarono verso Lucia. I suoi occhi si spalancarono di sgomento, le mani tremavano e cercò di correre via, ma le gambe non volevano saperne di muoversi.

Chissà quante volte poi Lucia ripensò, negli anni, a quel momento? In sogno, sembravano infinite.

La paura viscosa, dolciastra come uno sciroppo che immobilizza, le afferrava prima le dita, le contorceva fino a farle mollare la presa:

Lascia! Lascia quello zaino! Lascialo qui, sui gradini! Tornerai a casa senza e vedrai che te le daranno! E fanno bene! Bisogna badare alle proprie cose! Mica si possono comprare sempre di nuove!

Lucia provava a stringere i pugni, ma senza successo. Lo zaino finiva a terra e le gambe, mollicce, partivano in una corsa immaginaria che non portava da nessuna parte: era come essere incastrata. Si muoveva, eppure restava ferma. Unangoscia tenace le stringeva lo stomaco sempre più, fino a sgorgare in un flebile sussurro:

Non fatelo, vi prego

Lei, i suoi persecutori, nei sogni, non li vedeva. Solo quelle voci che sembravano pugnali.

Poi, in quel tormento, qualcosa spezzava il buio: una voce squillante di bambina gridava:

Ehi voi! Lasciatela stare! Vi insegno io come si trattano i piccoli!

La morsa della paura cadeva e Lucia si risvegliava fradicia di sudore, come un topolino sorpreso, ma finalmente calma.

Quella voce, ogni volta, la riportava alla realtà, al presente in cui non era più la piccola di prima, e le cose brutte erano lontane.

Ma a quei tempi

Ehi voi! Andate via! Vi sistemo io!

Una bimbetta riccia con nastri bianchi svolazzanti tra le lunghe trecce sfrecciava nel cortile, ignorando i richiami della nonna seduta in panchina.

Daria, a differenza di Lucia, era sempre sorvegliata. Aveva il nonno e due nonne che quasi litigavano per chi dovesse prenderla dopo la scuola.

Il piccolo uragano biondo si buttava nella mischia, e il cortile si fermava per guardare pesando le chance di chi poco prima rideva della testona di Lucia.

Ecco! Così si fa! Imparate a non offendere! gridava Daria, brandendo lo zaino di Lucia contro i maschi.

Lucia, nel panico, avrebbe voluto muoversi per aiutarla, ma le ginocchia tremavano e la vista si annebbiava. Lultima cosa che sentì prima che tutto diventasse nero fu la voce della nonna di Daria:

Bambina! Lascia quel ragazzo! Lo fai male!

A me non fa male? pensò Lucia prima di scivolare in un sonno vuoto e misericordioso.

Gli adulti accorsero, dispersero la folla e portarono Lucia dallinfermiera.

Quando sua madre arrivò dal lavoro, rifiutò di parlare col preside.

Che succede qui?! Perché mia figlia viene presa di mira?!

Vede, signora

No! Non voglio sentire scuse! Fate ordine qui, poi ne riparleremo!

Accarezzò le spalle di Lucia, che fissava il soffitto senza reagire da mezzora, costretta a restare sdraiata.

Come stai, piccola mia?

Lucia, appoggiata al petto di sua madre, inspirò il profumo di lavanda e latte così noto, cercando di trattenere le lacrime.

Non piangere amore! le asciugò una lacrima col palmo asciutto e ruvido. Vedrai, tutto andrà bene! Nessuno ti farà più male, te lo prometto!

Come si sbagliava allora, sua mamma

I torti vennero ancora, eccome… E il soprannome crudele Lucia-Zucca le restò cucito addosso per anni.

Solo una persona, durante tutto quel tempo, la vedeva diversamente. Non si accorgeva dellasimmetria, col tempo sempre più sfumata. Non notava il difetto, percepiva solo lanima di Lucia.

E Lucia aveva unanima grande. Dentro ci stava tutto: i parenti, i gatti, i cani dei vicini, perfino gli scarabei e le formiche che osservava accovacciata su qualche sentiero del parco, con la testa pesante inclinata di lato.

E la sua testa davvero era particolare. Gli insegnanti si stupivano della memoria fotografica e della profondità di conoscenza che Lucia teneva nascosta per evitare altri scherni.

In una zucca così, è normale ci siano tanti cervelli! Ma rimani sempre tonta, capito? Non sarai mai intelligente!

Gli altri continuavano a provocarla ma almeno non alzavano più le mani. Daria difendeva Lucia così energicamente che nessuno voleva mettersi contro di lei. Certo, non poteva azzittire con un fiocco di seta quei ragazzi, ma da lontano minacciava il pugno e aggiustava il colletto allamica:

Lucia, non ascoltarli! Sei bella! Di una bellezza tutta tua. La nonna dice che ognuno ha una bellezza diversa.

Bella io, Daria? Non vedi che hanno ragione? Sembro proprio una zucca

No! Mai! protestava Daria, furibonda. Non dargliela vinta! Non lasciare che ti facciano male!

Lucia taceva. Avrebbe voluto dire qualcosa, ma era difficile.

Sua madre, del resto, era donna davvero intelligente. Ma quellintelligenza non bastò a renderla felice. Aveva conosciuto il padre di Lucia, e la sua carriera di fisica promettente era finita. Elena era diventata solo moglie e madre, perché secondo il padre non cera posto per due geni sotto lo stesso tetto. E cedere non era tra le sue intenzioni.

Il papà di Lucia lavorava nellaeronautica. Era una celebrità, di quelle che dovrebbero stare tra le stelle più lontane. Alle questioni della vita quotidiana non voleva pensare. Per lui cerano le donne: la moglie e sua madre.

La nonna paterna Lucia la sopportava a fatica. Veniva in casa, si sedeva sulla poltrona riservata solo al figlio e iniziava a tormentare la nuora.

Quante volte devo ripetermi?! Elena! Ordine ci vuole! Guarda che polvere negli angoli, il frigo vuoto. Ma cosa puoi avere di tanto importante da fare? Perché i figli sembrano selvaggi? Lavateli! E lavati anche tu! A Yuri piacerebbe vedere una donna sistemata! Almeno i capelli, no?

Elena, con tre figli tra cui un bimbo lattante, non rispondeva. Scendere a litigare non era il suo stile. Uno sguardo alla figlia maggiore, e Lucia capiva: portava fuori il piccolo in carrozzina e aspettava la madre. Poi tutti insieme, anche con la sorella, via a camminare, col papà che non cera mai.

La nonna arrivava puntuale ogni martedì e giovedì. La mamma di Lucia imparò presto a regolare tutto per evitarla.

Amava suo marito, Elena, ma di un amore doloroso e storto pensava Lucia. Si può amare chi non si cura minimamente dei tuoi desideri?

Elena mia, abbiamo figli! Lascia stare le carriere! Sei madre e moglie, e basta! La fisica non è roba da donne!

Yuri, guarda che io ho una laurea, se te ne fossi dimenticato.

Sì, sì, ricordo! Ma senza di me doveri ora? Ti ho dato modo di realizzarti come donna! Non ti basta?! Mamma mia, hai proprio dimenticato a chi devi tutto questo!

Lucia, crescendo, cominciò a comprendere le parole dei grandi. E ne ricavò conclusioni amare: la nonna amava il figlio, il padre Lucie no.

Lespressione egoista incallito la imparò a scuola, e non la scordò più. Guardando il padre che sgridava la madre dopo lennesima visita della suocera, Lucia vedeva non un uomo ormai stempiato, ma un grasso bruco peloso e nero, che agitava le zampine davanti e, più di tutto, Lucia avrebbe voluto schiacciarlo col sandalo. Ma era impossibile.

Sua madre però, come detto, era donna saggia. E seppe aspettare il momento.

Solo diventata grande, Lucia comprese quanto gli adulti dipendano dalle circostanze.

Elena non aveva una casa. La sua, in campagna, ereditata dai genitori, era bruciata in un incendio che aveva distrutto mezzo paese. Lo seppe solo dopo tempo, da una lettera della vicina. Piangeva la casa che voleva regalare ai figli e poi prese una decisione.

Dove avrebbe potuto trovare una casa, con così tanti bambini?

Da nessuna parte.

E allora si convinse a fare la badante ad una signora, sua vicina, che la pregava da tempo.

Elena mia, non ti costerò nulla. Lo sai, io non pretendo niente. Un chicco di riso e lenzuola pulite, tutto qui. In cambio lascio a te la casa.

Ai miei figli, signora Rosalia.

No, a te! E facciamo tutto per bene. Dal notaio. Una donna, soprattutto se la vita non le va troppo bene, deve avere un tetto suo.

Rosalia era lunica ad avere accesso al cuore di Elena.

Tesoro, che tristezza questa! sospirava Rosalia, mentre Elena lavava il pavimento del suo salotto.

Che cosa?

Ah, cara mia, quanto siamo dipendenti dagli uomini! Pochi quelli che pensano prima a sé. Noi donne nasciamo per occuparci degli altri. Ma senti, ti dico una cosa?

Cosa?

Pensare ai figli, va benissimo. Fino a un certo punto, chiaro. Ma quando inizi a vivere solo per un uomo e ti dimentichi di te, è una rovina! Così perdi te stessa, e non ti trovi più!

Crede che sia già succeso a me?

No, cara. Non ancora. Altrimenti non saresti qui. Tuo marito sa che fai la badante da me?

No!

E fai bene. Non è solo questione di segreti. È che in fondo dentro di te hai già deciso.

Deciso che?

Dimmelo tu.

Mi lascerò tutto alle spalle Andrò via.

E fai bene! Non amo dare consigli non richiesti, ma a te lo dico: scappa, Elena! Via lontano! Non restare qui, vendi questa casa appena puoi e prendine unaltra altrove. Qui non ci sarà mai pace, né per te, né per i tuoi figli. Lascia che sia, vedrai, una volta spariti vi dimenticheranno presto, troveranno altri a cui dare fastidio.

E se non se ne dimenticano?

Elena, sono forse una psichiatra io?

Sì, signora Rosalia, lo siete

Appunto! Fidati, so di cosa parlo! Potrei sciorinarti discorsi scientifici, ma tanto non servirebbero. La tua intelligenza troverà sbocco vedrai ma solo se tu lo vorrai davvero. Capito?

Elena annuiva, e Lucia si incideva quelle parole nella mente, sperando che la mamma avrebbe seguito quei consigli.

E sognava.

Sognava che sarebbe diventata intelligente come Rosalia. Che avrebbe capito gli esseri umani come lei. Capito che Rosalia sapeva tutto di sua madre e di suo padre, Lucia sapeva già che sarebbe diventata medico. Passava i pomeriggi al capezzale di Rosalia, con gli altri studenti che si preparavano per luniversità.

Ascolta, bambina. Sta attenta! Metti via tutto quello che impari qui, un giorno ti servirà! Rosalia le accarezzava la guancia. Voglio che tu diventi la migliore dottoressa di questa città!

Rosalia mantenne la promessa.

Lucia entrò in medicina, si laureò con il massimo dei voti e scelse per sé la vita che voleva, ricordando cosa aveva passato sua madre.

Nel frattempo, Elena aveva lasciato il marito. Non fece però in tempo a completare il divorzio: il padre di Lucia morì pochi mesi dopo linizio della separazione. I genitori non erano ancora andati in tribunale, così la nonna paterna, quando seppe che Elena aveva ereditato la casa, il conto e i risparmi che suo marito teneva in casa anziché dalla madre, scoppiò di rabbia.

Ancora una parola, e non vedrete nemmeno un centesimo oltre la vostra parte.

La voce di sua madre era così ferma, così decisa che Lucia, in cucina, restò a bocca aperta.

Ma come ti permetti?!

Mi permetto, eccome. Sempre. Il fatto che prima vi abbiate sopraffatto non significa che non potessi rispondervi, era una scelta mia.

Mamma gettava le parole come sassolini in un ruscello, e la suocera si accucciò, smarrendo la sicurezza, poi scoppiò a piangere.

Elena la lasciò sola, le portò un bicchiere dacqua e si mise ad aspettare.

In quel giorno Lucia capì: non è necessario agitare la spada per vincere. A volte basta dimostrare che la tua apparente debolezza era una strategia. Lascia che sia laltro a fare i conti con le conseguenze.

Fu saldata la quota spettante alla nonna, poi la madre radunò i figli e chiese:

Volete continuare a vedere vostra nonna paterna?

La risposta fu unanime.

Da allora né Lucia né gli altri due la videro mai più.

A quel tempo ormai il soprannome Lucia-Zucca era un ricordo. Grazie al consiglio di Rosalia, la mamma la trasferì in una scuola dove le materie scientifiche erano forti.

Le serve per entrare in medicina. Vuole fare la dottoressa. Dobbiamo aiutarla.

Daria pianse come una fontana salutando lamica, finché Lucia non perse la pazienza:

Ma cosa piangi? Non sto andando sulla Luna! Ci vedremo come prima!

Non è vero, Lucia Non sarà più come prima

E, in parte, aveva ragione. Lo studio raddoppiò, Lucia aveva giusto una manciata di minuti da dedicare ai fratellini per i compiti. Daria la vide sempre meno.

Poi i genitori di Daria comprarono casa nuova, si trasferirono, e il filo si spezzò. Nemmeno telefono o social riuscirono più a tenerle unite.

La vita prese il suo corso.

Lucia si laureò, si sposò, ebbe un figlio, divorziò, memore del consiglio di Rosalia: non dimenticarsi mai di sé. Trovò la sua serenità.

Aveva tutto: casa in centro a Bologna, buon lavoro, famiglia e un figlio sano. Solo il compagno fisso ormai mancava, ma poco importava. Il complesso della zucca era svanito, non aveva più paura del mezzogiorno né della mezzanotte.

Solo ogni tanto, nei momenti di particolare stanchezza, sognava ancora la vecchia scena, e sentiva la voce di Daria chiamarla.

I tentativi di ritrovarla erano svaniti nel tempo: Lucia aveva concluso che il passato va lasciato dovè, lontano.

La vita però, talvolta, sa essere sorprendente. Il destino annoda i suoi fili e porta occasioni inattese per saldare debiti antichi.

Fermati! Ho detto fermati! Ferma! Se ti prendo stavolta

Lucia pedalava nel parco, rincorrendo suo figlio. Le urla sulla via vicina non la colpirono subito.

Magari era solo un padrone col cane.

E invece, quando una figura magra, la giacca sporca di sangue, tagliò la sua strada, Lucia rischiò di rovinare a terra frenando di colpo per evitare limpatto.

Daria, sei tu?!

Quasi nulla era cambiata. Sempre minuscola e riccia, ma stavolta negli occhi non cera più il coraggio di una volta: solo panico. Lucia scese dalla bici, la sollevò per fare scudo, la mano già nella borsa a cercare il cellulare.

Fermo!

Gridò così energica che finanche il figlio si voltò, poi buttò sulle gambe e scappò a chiamare aiuto: lo zio, il padre.

Con lex marito Lucia era rimasta in buoni rapporti e spesso lasciava che il figlio godesse di entrambi i genitori, convinta fosse giusto.

Luomo che inseguiva Daria non accennava a fermarsi. Mancava poco, e avrebbe travolto Lucia pur di raggiungerla, quando la sentì gridare al telefono:

Sì, polizia! Cè unaggressione al parco!

Dal lato opposto spuntò un uomo con un pastore tedesco che subito annusò la scena e abbaiò al molestatore; dallaltro arrivavano il fratello e lex marito, già avvisati dal figlio. Lucia, quando si vide colpire il cellulare, invece che spaventarsi scagliò la bici e fece cadere chi si avventava su Daria.

Resta giù, non ti muovere, non serve disse, quasi dolcemente, appoggiando il piede sulla bici che bloccava luomo mentre questi cercava di divincolarsi.

Cera una tale forza nella sua voce che persino Daria, stringendole il braccio, tremava.

Lucia! Stai bene?! chiesero tutti insieme fratello ed ex marito, accorrendo e separando Daria da Lucia, che piangeva.

Io sì Ma Daria ha avuto la peggio.

Lucia la strinse a sé e sussurrò:

Ehi ci siamo di nuovo

Sì Daria si abbandonò tra le sue braccia, mentre tutti chiamavano lambulanza e si chiedevano cosa fare.

La vita è proprio un ciclo sospirò Lucia osservando Daria, stesa in un letto dospedale.

Quella fu lultima volta che sognò Daria difenderla da Lucia-Zucca. Da allora, mai più quel sogno la turbò. Si erano invertiti i ruoli. Ora toccava a Lucia scoprire cosa fosse successo e aiutare chi, un tempo, laveva protetta.

Coshai, Darietta? Cosè che non va? le carezzò le mani fragili segnate di lividi, vecchi e nuovi.

Nulla va, Lucia Nulla piangeva Daria, senza aprire gli occhi.

È tuo marito?

Il compagno. Non siamo sposati. Solo coinquilini. Mi ha presa con la bimba quando mia madre non cera più. Non puoi capire Lucia Ora non ho più nessuno. Più niente. Madre, padre, nonni Tutti andati Rimasta sola. Il primo marito giocava dazzardo Lo amavo Ho sopportato tutto. Mi riduceva così, anche incinta lo portavo da tutte le parti, pensavo fosse malato Non puoi odiare un malato, vero Lucia?

No. Ma devi starne alla larga. Come da un cane rabbioso: non ci dai baci. E così con certi uomini. Vi siete separati?

Non lo so Lhanno trovato vicino alla stazione, prima che nascesse Anastasia Mi dissero che era finito sotto un treno Ma forse

E quellaltro? Chi è?

Un amico. Eravamo amici con loro. Poi ha lasciato la moglie e si è rifugiato da me. Prima solo ospite, poi Non so perché sono successe queste cose, Lucia Avevo così freddo, così tanta solitudine

E ti ha aiutata?

Perché lo dici? Hai visto tu stessa

Scusa. Sì, ho visto. E basta, non voglio più. Le chiavi di casa tua dove sono?

Credo in tasca

Riposati!

Ma non posso! Devo passare a prendere Anastasia allasilo! Che ora è?

È tardi ormai, andiamo nel corridoio così chiami tu e spieghi che passo io a prenderla.

E perché tu?

Perché, se non sbaglio, non cè nessun altro che possa.

Nessuno annuì, fiacca, Daria.

Il destino sorriderà, ritessendo antichi fili e arrotolandoli su una nuova spoletta.

Così, la storia prende unaltra direzione, che dipende solo da loro. Non sono più le bimbe di un tempo. Troppe cose sono cambiate per capire chi sia forte e chi meno.

E in fondo non serve. Il tempo fa il suo lavoro.

Cè solo una cosa sicura non si perderanno mai più.

Il destino sorride e attorciglia sulla spola altre due sottili fili dorati.

Che i figli di queste due donne si incontrino, si sorreggano come fecero le loro madri.

Gli insulti, le offese, restino in passato, come Lucia-Zucca solo un ricordo di quella ferita che spinse verso unamicizia che molti dicono non esistere.

Il destino, ricordando questo detto, scuote le spalle.

Che importa se qualcuno la considera cosa rara? Il destino, se ne intende, sa che lamicizia femminile cè. Spesso, dove vige una sola regola:

Dai, e ti sarà dato.©

Autrice: Ludovica LaviniEd ecco, nellatrio dasilo, mentre Lucia teneva la mano di Anastasia e i passi di Daria suonavano esitanti dietro di loro, le voci di un tempo svanivano tra i muri colorati e i giochi sparsi sul pavimento. Nessuno più gridava. Le bambine giocavano, nessuna diversa, nessuna in fuga. Lucia si abbassò alla piccola Anastasia, che la fissava coi grandi occhi di chi non sa ancora nulla della lotta, e sorridendo aggiustò il berretto sulla fronte ricciuta:

Andiamo, tesoro, oggi la mamma ti porta a mangiare il gelato.

Anche tu, Lucia? domandò la bambina, stringendole la mano.

Sì, anchio. Sempre insieme a voi.

Uscirono nel sole del pomeriggio, la città pulsava viva e indifferente. Un soffio daria fresca rincorse le loro ombre lunghe sul selciato. Dove tutto era cominciato, un nuovo inizio stava fiorendo.

Nessuna zucca, nessun soprannome: solo nomi propri, storie che sintrecciano e germogliano ancora. Ora Lucia sapeva: non cè resa possibile, se accanto a te, anche solo in memoria, rimane la voce che ti chiama per davvero.

Fuori dallasilo, davanti a una vetrina di dolci, Daria rise di cuore dopo tanto tempo. Lucia la osservò; dentro di sé, tutte le lacrime piene di paura si erano trasformate in una luce mite, discreta la grazia di chi è sopravvissuto e non ha perso la tenerezza.

Il bambino di Lucia e Anastasia si erano già presi per mano, sincamminavano avanti, ignari testimoni del dono che ogni rinascita si porta dietro. Lucia posò una mano sulla spalla dellamica.

Dai, andiamo. Questa volta, il gelato lo scegli tu.

E tra il profumo dolce e i colori sciolti delle vetrine, nessuna ombra più, solo futuro.

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Lucia la Zucca – Un racconto tutto italiano
Le pretese della mamma