La figlia ha tradito suo padre

Figlia che svela il padre

Milena è corsa nellingresso prima che Irene riuscisse ad andarle incontro. I piccoli stivaletti battevano sul parquet, la cuffietta scivolata di lato, la sciarpa che trascinava dietro come una coda.

Mamma, mamma, che fame! Nel pianerottolo cera un profumo di focaccia, zia Lucia stava sfornando, ma papà ha detto che non cera tempo, io volevo entrare!

Vieni qua, tesoro. Irene si abbassò, slacciò i bottoni del cappottino. Ma a casa ci aspettano patate e funghi. Lo sai che le adori.

Sì che le adoro. Milena affondò il naso tra i capelli della madre. Oggi profumi bene.

Lo dici tu, o lo dice papà?

Milena rise, si liberò e corse in soggiorno. Irene si rialzò. Comparve Stefano nellingresso, si tolse il giubbotto e lo appese senza guardarla.

Comè andata la passeggiata? chiese Irene.

Bene. Passò verso la cucina, Quanto manca?

Venti minuti.

Tornò ai fornelli. La padella sfrigolava, la cipolla ormai dorata, le patate quasi pronte. Irene scostò il coperchio, assaggiò, aggiunse un po di sale. Fuori calava già la sera. Ottobre a Milano portava notte presto, e a lei piaceva stare in casa quando fuori correva il vento, mentre il profumo di cena si spandeva e dalla camera arrivava la voce della figlia che giocava con le sue bambole.

Aveva quarantadue anni. Non ci pensava ogni giorno, non contava gli anni con preoccupazione come molte sue amiche. Sapeva solo: quarantadue, sposata, madre, vicedirettrice in una piccola agenzia immobiliare. Sette anni di matrimonio. Milena sei anni. Un trilocale al quinto piano a Lambrate, in una strada tranquilla dove al mattino si sentivano anche gli uccellini. La vita era stabile. Non perfetta. Ma abbastanza, da sentire la terra sotto i piedi.

Stefano entrò in cucina, prese il succo, ne versò un bicchiere. Guardava fuori in cortile. Irene lo osservava di sottecchi. Quarantasei anni, le tempie ormai argentate, qualche ruga agli occhi che una volta chiamava “sorrisi nascosti”. È sempre stato alto, robusto, con un profumo di dopobarba Dolce & Gabbana che lei aveva imparato a collegare allidea di casa.

Milena si è comportata bene? domandò ancora, solo per parlare.

Sì.

Dove siete andati?

Al parco. Abbiamo dato da mangiare alle anatre.

Lo chiedeva anche laltra domenica.

E allora, siamo andati.

Posò il bicchiere nel lavello e se ne andò. Irene lo seguì con lo sguardo. Da settimane sentiva qualcosa di strano in lui. Non permetteva a se stessa di pensarci sul serio: la stanchezza, il lavoro, lautunno. Gli uomini sono silenziosi, pensava. È normale. Non era il tipo da cercare tragedie dove non cerano.

Chiamò tutti a tavola.

Milena arrivò per prima, con il suo orsacchiotto Lino. Lo metteva sempre sulla sedia accanto, e Irene ormai non discuteva più questa abitudine.

Anche Lino vuole le patate, annunciò Milena.

Lino aspetta. Prima tu, Irene le riempì il piatto.

Stefano si sedette, infilò la forchetta nella pietanza, fissò il piatto.

Papà, anche quella signora al parco ama le anatre? chiese Milena, con semplice curiosità, come fanno i bambini.

Irene posò la padella.

Quale signora? domandò.

Quella che papà ha baciato.

Il silenzio cadde improvviso, si poteva sentire la goccia nellacquaio. Irene si voltò lentamente. Stefano non alzò lo sguardo.

Milena, disse calmissima, raccontami ancora.

Siamo andati dalle anatre, papà ha trovato una signora e si abbracciavano così, Milena mimò due adulti che si stringono, e lui la baciava. Io davo il pane alle anatre. Poi siamo tornati a casa.

Come si chiamava la signora? Irene si stupì della domanda.

Papà lha chiamata Giulia.

Stringeva la mano al bordo del tavolo, non per debolezza. Solo per avere qualcosa a cui aggrapparsi.

Vai in camera, tesoro. Porta con te il piatto, oggi puoi mangiare in stanza, va bene?

Davvero?

Prendi anche Lino, forza.

Milena volò via, contentissima per quel permesso straordinario. Irene attese che la porta si chiudesse. Guardò Stefano.

Teneva la testa bassa, immobile.

Stefano.

Irene, io

Lascia stare. Dimmi solo se è vero quello che ha detto.

Tacque a lungo. Così a lungo che lei capì subito quale sarebbe stata la risposta. Se fosse stata una sciocchezza, un malinteso, lui lavrebbe spiegato subito. Gli uomini che non hanno nulla da nascondere spiegano subito.

Sì, disse infine.

Irene annuì. Gli tolse il piatto, mise in lavello, coprì la padella. Si asciugò le mani al suo strofinaccio blu a quadretti, quello comprato lanno prima alla fiera con Milena.

Da quanto?

Irene, ascolta

Ho chiesto: da quanto?

Sei mesi.

Sei mesi. Giugno. Ricordò giugno. Tutti e tre al mare in Liguria, la prima volta di Milena tra le onde. Stefano la teneva sulle spalle, lei li fotografava. Lui sorrideva, nella foto.

Chi è lei?

Lavora Non importa.

Per me importa.

Irene, parliamone con calma. Ti prego.

Si chiama Giulia?

Lui tacque. Sì.

Irene uscì dalla cucina. Andò in camera, chiuse la porta (non a chiave). Si sedette sul letto, fissò il buio dietro i vetri. Lampioni accesi, pioggia sottile lungo il vetro. Aspettava di piangere, ma non veniva. Solo una pesantezza, come un sasso in petto. Non dolore. Solo comprensione.

Probabilmente restò così mezzora. Poi arrivò Stefano.

Irene, posso parlare?

Parla.

Si sedette sulla poltrona ereditata da sua madre. Lei pensò che sarebbe stato il caso di buttarla, domani stesso.

Non so da dove iniziare.

Inizia dove vuoi. Non cambia niente.

Non è come credi.

Stai vedendo unaltra da sei mesi. Cosa credi che pensi?

Non Non mi sono innamorato. Era altro.

Spiegami.

Si passò le mani sul volto. Il suo gesto di sempre. Quando è stanco. Quando non trova le parole. Quando si sente colpevole.

Sono stanco, Irene. Non di te, né di Milena. Di tutto. Tutti i giorni uguali, lavoro, casa, lavoro, casa. Mi sembrava di non esserci più. Solo una funzione. Marito, padre, lavoratore. Ma io sono una persona.

Anchio, disse lei piano. Anchio sono stanca, anchio. Ma non cerco conforto fuori.

Lo so.

Allora perché?

Perché lei ascoltava.

Irene lo fissò.

Sono sette anni che ti ascolto.

Sì, ma tu hai sempre le risposte giuste. Lei no. Lei restava lì, in silenzio. Non dovevo spiegare nulla.

Quindi serviva solo una donna che tace?

Non in quel senso

E allora in che senso?

Non rispose. Si alzò ed andò alla finestra. Il rumore dellauto in strada, lo scroscio delle gomme sullasfalto bagnato. Dalla stanza, la voce di Milena e Lino.

Sa che sei sposato?

Sì.

Sa che hai una figlia?

Sì.

E le sta bene così?

Non era una domanda. Silenzio.

Ascolta, Stefano. Irene parlava con lentezza, come quando in ufficio spiega qualcosa dimportante. Non urlerò. Non chiederò perché. Ho capito tutto. Hai scelto. Non una volta. Sei mesi, ogni volta ti sei giustificato con una scelta. Non è uno sbaglio. È una decisione.

Voglio aggiustare le cose

Non si può.

Con lei è finita. Non la vedo da tre settimane.

Tre settimane? Quindi era già finita e nessuno sapeva nulla.

Non sapevo come dirlo.

Non volevi dirlo affatto. Se non fosse stato per Milena e le anatre, non avrei mai saputo nulla. Saresti tornato, come se niente fosse.

Non replicò.

Domani vedrai dove andrai a stare disse Irene. Hai gli amici, i tuoi genitori a Brescia. Non importa dove. Milena la porto io a scuola. Le tue cose, le prendi nel weekend.

Irene, sei seria?

Serissima.

Vuoi il divorzio.

Sì.

Ma è già finita! Io

Non perché è finita. Ma perché è stata. Sei mesi. Giugno. Ricordi? Tutti insieme al mare, mentre pensavi a lei. Questo non cambia, capisci?

Stefano abbassò la testa.

Avrai bisogno di unaltra Irene… così funziona?

È solo un caso il nome, non lho fatto apposta…

Lo so. È solo ironico.

Ma non cera niente da ridere.

La notte, stette dalla sua parte del letto, ascoltando lui che si girava dallaltra. Sul mattino sveglia già prima delle sette. Sentiva Stefano in cucina, le ante. Non dormiva. Pensava a come spiegare qualcosa a Milena. Semplice, chiaro, che non facesse del male. I bambini devono volere bene a entrambi i genitori. Era una legge che ormai aveva adottato, ferma, anche se il dolore restava fisso dentro al petto.

Alle sette svegliò Milena, la vestì, preparò i panini, le annodò le scarpe, ritrovò il guanto infondo al mobile. Stefano sedeva con la tazza in mano, guardava lei e la figlia. Milena disse ciao papà, lui ciao stellina ed era il momento più doloroso di tutti. Perché era un buon padre. Era la verità.

Alla scuola, la maestra Angela chiese come andasse. Irene rispose: bene. Una bugia. Ma la verità non era ancora pronta a uscire.

Al lavoro, tre riunioni, due contratti firmati, venti mail. Dopo pranzo, entrò il direttore, Signor Ludovico, uomo bonario con i suoi sessant’anni e sempre le caramelle Rossana sul piattino.

Signora Irene, tutto bene? Sembra un po stanca

Un po stanca, male dormito.

Eh, lautunno fa dormire peggio a tutti.

La sera, a piedi a prendere Milena, sebbene ci fosse il tram. La piccola raccoglieva foglie: gialle, arancio, una addirittura rossa.

Mamma, papà è a casa?

No, amore. Papà sta un po dallo zio Riccardo.

Perché?

Noi grandi, a volte, abbiamo bisogno di stare un po da soli.

E verrà a trovarci?

Certo. Papà ci sarà sempre per te.

Milena ci pensò su.

Va bene, e porse la foglia rossa. Per te. La più bella.

Irene la prese, la teneva come fosse preziosa.

Il divorzio arrivò dopo tre mesi. Stefano non si oppose, anche se per due settimane si fece trovare alla porta, mandando messaggi lunghi che Irene lesse solo una volta, poi lasciò perdere. Chiedeva una possibilità. Che aveva capito. Che era stato un errore. Irene non era arrabbiata. Solo stanca, come se avesse già superato tutti i possibili discorsi. Laveva già superato dentro di sé.

Rispose una volta: Stefano, non sono arrabbiata. Non voglio più essere tua moglie. Sono due cose diverse. Per lassegno parla pure con lavvocato. Milena ti vuole bene, non cambierà.

Stefano smise di cercarla. Iniziò a pagare regolarmente, il sabato andava a prendere Milena. Irene la consegnava nellandrone, faceva un cenno: calzini di scorta, a casa per le sei, se tardi avvisa. Stop. Nessuna domanda sulla sua vita. Non voleva sapere.

Linverno passò lento. Irene pensava che il primo inverno dopo la fine fosse sempre così: fuori fai tutto giusto, ma dentro lavori senza sosta invisibile. Prepari colazione, accompagni, lavori, torni, metti a letto, siedi. Tutto si fa. Ma qualcosa di pesante lavora dietro lo sterno.

Imparò a sistemare il rubinetto. Più facile di quanto credesse. Prima chiamava Stefano, anche quando brontolava. Ora guardò un video, comprò la guarnizione a un euro e la sistemò da sé. Poi restò a fissare il lavandino che non perdeva più. Quello era orgoglio, capì dopo.

I conti, prima, li faceva Stefano. Lui, sistematico, sapeva ogni uscita. Adesso Irene comprò un quadernone rosa insieme ai quaderni per i disegni di Milena. Scriveva ogni sera. Imparò dove risparmiare, dove no. Dove il denaro andava speso bene.

A febbraio decise di tornare full time. Prima avevano organizzato i turni per Milena. Ora mise daccordo la signora Teresa del terzo piano, anziana e gentile, che prendeva Milena tre volte a settimana. In cambio, Irene faceva la spesa a Teresa. Un patto equilibrato.

Al lavoro aumentarono le responsabilità. Stipendio solo dopo qualche mese, ma accolse con lo stesso spirito del rubinetto. Si può fare da soli. Si può.

Ludovico era contento. Le diceva che era la miglior vice, doveva solo darsi più spazio. Irene rideva. Non era questione di spazi. Non aveva mai pensato di averne bisogno.

Cera un collega che notava da tempo: Matteo Rinaldi dellufficio accanto. Trentotto anni, divorziato, senza figli. Sapeva queste cose dufficio. Biondo, non alto, con labitudine di strizzare un occhio quando rifletteva. Parlava piano, non interrompeva mai, sapeva ascoltare davvero.

Si incontravano a prendere il caffè. Allinizio solo questioni di lavoro, poi chiacchiere sulla pioggia, sul parcheggio sempre pieno. Dialoghi senza impegno.

A marzo portò una torta per tutti. Fatta da mia madre, da solo non la finisco. Era di mele e cannella. Irene assaggiò, disse che era buonissima.

Sua madre cucina bene, commentò Irene.

Meglio di chiunque altro, rispose lui serio. Sono di parte.

Va bene.

Vero. E se ne andò con la tazza.

Irene lo osservò senza pensare a nulla.

In primavera iscrisse Milena al corso di danza. Lo chiedeva da tempo, Stefano non era daccordo. Ora decideva da sola. Al primo incontro, Milena in body rosa ascoltava linsegnante con aria seria. Un calore si diffuse nellanima di Irene.

Aspettava nel corridoio, accanto a una mamma con due gemelle. Chiacchierarono. Poi altre volte. Fino ad aprile, in un bar. Monica era lopposto di Irene: rumorosa, sempre piena di storie. Ma insieme stavano bene.

Sei sola? chiese Monica, senza giri.

Sì.

Da tanto?

Da ottobre.

Difficile?

Irene pensò, davvero.

Dipende. A volte sì. A volte no. A volte meglio.

Meglio? Monica sorprese.

Sì. Nessuno con la tv alta, o che lascia i calzini in giro. Faccio tutto io, almeno a modo mio.

Risero.

Sei in gamba, disse Monica. Altre pianterebbero grida.

Anchio ho pianto. A novembre, dicembre. Poi basta. Tanto non serve.

Il quotidiano era impegnativo. Tutto passava nelle sue mani. Chiamare lidraulico, dentista per Milena, far cambiare le gomme dellauto a noleggio, responsabilità per ogni decisione. Sistemare i documenti della casa, dividere le proprietà.

Con lavvocato, la signora Silvia Ferrari, solo lessenziale. Irene ascoltava e annotava. Non per sfiducia in Stefano, che fu corretto, solo per conoscenza. Mai più ignorare qualcosa della sua vita.

Il sabato Stefano veniva per Milena. A volte lo vedeva. Era dimagrito. Una volta, in aprile, rimase davanti alla porta.

Irene, su iniziò.

Milena ha il thermos, lo interruppe. Lo ama in macchina. Restituiscilo vuoto.

Avevo finito. Volevo solo dire che quella storia è chiusa da tempo.

Lo so.

Lo sai?

Non mi importa.

Come, non ti importa?

Non cambia nulla, lho già detto. Stammi bene.

Sei cambiata.

Sì. Milena, vieni! Papà è qui!

La bambina balzò, afferrò la giacca, la mano del padre, andarono via. Irene chiuse la porta, ci si appoggiò per un istante. Poi andò in cucina, a fare il solito del sabato quando Milena era via: pulizie, armadi, o solo leggere. Una nuova, silenziosa libertà.

Ricominciò a leggere. Durante il matrimonio aveva smesso: stanca, o la tv sempre accesa sulle scelte di Stefano. Ora leggeva: biblioteca, consigli di Giuseppina, la bibliotecaria saggia. Le letture riempivano un po il vuoto, mai del tutto, ma attutivano.

Lestate fu diversa. Lanno prima, insieme al mare; ora portò Milena dalla madre, a Piacenza, nella vecchia casa con il giardino, il ribes che la piccola mangiava dalla pianta, e la gatta Bianchina della vicina.

La madre non chiese nulla per tre giorni. Solo cure e cibo. Alla quarta sera, chiacchierando in terrazza:

Come va, figlia mia?

Meglio, davvero.

Si vede.

Allinizio era durissima. Non volevo fartelo sapere.

Lo sentivo comunque.

Lo so. Ma ora va meglio. Ho trovato un equilibrio. Forse non è felicità, ma so che ce la faccio.

E Milena?

Sta bene, ama suo padre, lo vede. Non la ostacolo. È felice, nonostante tutto.

E tu? Da sola fatichi?

A volte sì. La sera, vorresti qualcuno accanto. Non Stefano, qualcuno. Qualcuno vivo. Ma poi passa: o arriva Milena o un libro. Oppure, semplicemente passa.

Sei brava.

No. Solo, non cè alternativa.

Appunto. Questa è bravura.

In autunno, un anno dopo quel venerdì di ottobre e dello stagno con le anatre, Irene si accorse di non pensarci più. Per la prima volta, non cera. Forse era solo stanca di ricordare, o forse qualcosa era davvero cambiato.

Milena cominciò la prima elementare a settembre: uniforme blu, zainetto Seven scelto insieme, astucci con adesivi, copri-libri trasparenti. Il primo giorno di scuola venne anche Stefano. Fotografarono Milena col bouquet di crisantemi, viso solenne. A volte Irene sentiva lo sguardo di Stefano su di sé, ma non rispondeva mai.

Dopo la cerimonia, lui le si avvicinò.

Grazie per avermi avvisato.

È tua figlia, rispose sbrigativa. Ovviamente.

Stai bene.

Stefano, lascia perdere.

Solo…

Lo so. Ma lascia stare. Milena, saluta papà che dobbiamo andare.

La bambina abbracciò il padre, prese Irene per mano. Non si voltò.

A ottobre, finalmente arrivò laumento. Contrattualizzato. Ludovico la chiamò in ufficio, lo comunicò. Solo in corridoio, Irene permise a se stessa un sorriso vero.

Matteo Rinaldi stava passando.

Belle notizie?

Sì. Lo stipendio.

Complimenti. E strizzò locchio.

Grazie.

Cominciarono a confidarsi di più, senza volerlo. In cucina, nei corridoi, a volte da lei per lavoro e restava qualche minuto in più a parlare di libri (Ah, lho letto anchio quel romanzo!), della scuola di Milena, del corso di danza (“Anche io da bambino facevo scacchi, serve lo stesso: prevedere le mosse dell’avversario”).

Anche la danza?

Certo. Serve prevedere il partner. Intuire i movimenti.

Milena per ora pensa solo a non cadere…

È già una qualità.

Lei rideva. Tutto molto naturale. Non pensava a qualcosa di più. Solo una compagnia piacevole, una parte della giornata di lavoro. La vita dopo un divorzio non deve per forza essere subito una nuova avventura. Questo Irene lo aveva deciso.

Novembre portò il freddo. Milena, malata, a casa una settimana, febbriciattola ostinata, Irene in smart working, controllava la fronte della figlia ogni ora. Milena era perfetta: niente capricci, solo silenziosa, con i suoi libri.

Mamma, leggimi ancora del mago.

Lo abbiamo letto tre volte oggi.

Unaltra, dai.

Milena

Peeeeer favore.

Irene leggeva. Il mago viveva in una torre, parlava con gli uccelli, aveva perso il cappello e girava per mezza storia a cercarlo. Milena ascoltava con gli occhi chiusi. Irene la osservava: nasino, ciglia ramate come Stefano, frangetta arruffata. Qualcuno aveva fatto loro del male, ma questo era ancora tutto suo.

Quando guarì, Milena disegnò il mago col cappello e lo diede alla mamma. Irene lo attaccò al frigorifero, dove ormai cera una galleria di lavori: una piccola prova che la vita andava avanti, a colori.

Arrivò dicembre con una serenità nuova, senza esaltazione ma fatta di calma. Con Milena decorarono lalbero vero, portato dal giovane vicino Nico. Profumava di resina e inverno. Milena guardava ogni pallina come un gioiello.

Questo è vecchio, osservava, il colore va via!

Lho dipinto da bambina. Viene da nonna.

Davvero? Anche tu eri piccola?

Certo.

Avevi un orso?

Avevo una bambola, si chiamava Sofia.

E dovè ora?

Sempre dalla nonna. La guardi destate?

Sì! appendeva la pallina. Mamma, Babbo Natale sa che siamo senza papà ora?

Irene si fermò un attimo.

Lo sa. Babbo Natale sa tutto.

Porterà regali solo a noi due?

A noi e uno a papà nel suo nuovo indirizzo.

Milena accettò, pronta per la pallina successiva.

Avremo abbastanza regali?

Certo. Ne abbiamo abbastanza di tutto.

E Irene ci credeva. Non perché lo avesse detto a Milena, ma perché la sentiva vera.

Capodanno passarono sole. A mezzanotte, Irene brindò col succo di mela, guardando i fuochi lontani.

“Buon anno”, si disse piano. Proprio a se stessa.

Gennaio passò in fretta. Anche febbraio. Irene smise di contare i giorni: prima lo aveva fatto, settimane, mesi, per segnare distanza dal dolore. Ora i giorni erano solo giorni.

A marzo fiorì qualcosa di bianco fuori dallufficio. Irene si alzava più volte al giorno a guardare. Un giorno la trovò Matteo.

Bello, vero?

Sì. Lo guardo ogni anno.

Sono qui da otto anni, penso sia lì da almeno venti.

Io sei anni.

Eppure mai parlato di quellalbero.

Magari non lo guardavamo insieme.

Può essere, sorrise. Andreste mai a pranzo al caffè vicino a via Roma? Vi ho vista lì ogni tanto.

Sì.

Ci andiamo insieme, se vi va?

Irene lo guardò fissa.

Certo.

Fu un pranzo sereno, poi un altro. Era facile parlare, come se entrambi avessero sempre avuto parole da scambiare. Raccontava del suo divorzio, senza drammi: “Il primo anno è duro, poi tutto diventa più chiaro.” Lei lo ascoltava sapendo che parlava per esperienza, non per consolazione.

Figli?

No. Non è successo. E voi?

Una figlia. Milena. Primo anno di scuola.

Sta bene?

Bene. Legge piano, ma con espressione. Ballo, disegno.

I maghi?

È una storia a parte.

Raccontamela.

Irene raccontò. Lui ascoltava davvero. E questo era bello.

Aprile portò il caldo. Milena usciva senza cappello, Irene sapeva di insistere invano. Camminava mezzora per tornare a casa, notando i dettagli del quartiere: fiori davanti alla farmacia, un albero tagliato, i bambini che coloravano il marciapiede col gesso. La vita accadeva. Non perfetta. Diversa da come laveva immaginata quando sposò Stefano. Nessuna vita è fissata per sempre. Bisogna sistemarla ogni giorno. Ma è anche questo, saper ricominciare.

A maggio Monica la chiamò: “Andiamo tutti al parco con i bimbi domenica, porta anche Milena.” Accettò volentieri.

Il parco grande, con laghetto e anatre. Milena corse al bordo con il pane. Irene la guardava pensando allottobre prima: le anatre, la fine di tutto. Ora era solo una domenica di maggio. Milena, amiche, caffè nel thermos, niente fretta.

Stefano la chiamò la sera, Milena già dormiva.

Irene, per le vacanze destate vorrei Milena due settimane a luglio dai miei genitori sul lago. Lei adora stare lì.

Va bene, sistemiamo le date.

Daccordo Come stai?

Bene. Va tutto bene.

Veramente?

Stefano, non devo renderti conto. Ma sì.

Mi fa piacere.

Bene. Buonanotte.

Posò il telefono. Rimase a sedere, senza malinconia. Poi aprì un libro.

Giugno fu sereno. Milena finì la prima elementare, fiori per la maestra. Irene filmava. Stefano era lì, quasi nessuna parola, ma così era giusto.

Allinizio di giugno, Matteo le scrisse un messaggio: “Volevo chiedere una cosa personale, ti va?”. “Sì” rispose Irene.

Matteo le scrisse che pensava a lei, che gli piaceva parlare con lei, non voleva forzare nulla ma vorrebbe frequentarsi anche fuori lavoro, se anche lei voleva. Irene lesse due volte. Poi: “Parliamone.”

Lestate fu varia. Milena due settimane con Stefano al lago. Irene, per la prima volta sola, sistemò casa, ritrovò il silenzio, lesse due romanzi, chiamò la mamma, uscì con Matteo: un cinema leggero, una passeggiata. Raccontava della sua famiglia, la madre che faceva torte in Brianza, la passione per le montagne: sogna di vedere il Lago di Garda insieme, un giorno. Parole semplici, senza premura.

Tornata Milena, abbronzata, ginocchia sbucciate, tutta racconti: “Sai, mamma, il nonno ha un gatto rosso: si chiama Ernesto! Ernesto sa aprire il frigo! Con la zampa!”

Irene la strinse.

Bentornata a casa.

Sì! e corse in cucina. Ho fame!

Agosto fu tranquillo. Da sua madre, ancora ribes, aiuto in dispensa. Trovarono la vecchia Sofia, la bambola, Milena la guardò a lungo, ma disse che Lino resta il più bello.

Ricordale che le bambole sono speciali anche se vecchie, suggerì Irene.

Te lho detto che Sofia non parla, protestò Milena.

E allora ricorda come parla Lino!

Milena rise e si avvicinò la bambola allorecchio, poi annuì.

Ha detto che capisce.

Bene.

Settembre. Seconda elementare. Uniforme, zaino, crisantemi. Questanno Stefano venne con un mazzo per la maestra e uno per Milena: la bambina era entusiasta. Irene, da fuori, pensò che un tempo le avrebbe fatto male. Ora era solo felice per la figlia.

Dopo il primo giorno, Matteo scrisse: Comè andata?

Irene: Benissimo. Milena adora la nuova maestra.

E tu?

Anchio, bene.

Sono felice.

Messaggi semplici, ma caldi.

Ottobre, un anno e oltre. Quel venerdì diventato solo una data ormai senza peso.

Una sera, mentre Milena faceva i compiti al tavolo, Irene preparava la cena.

Mamma, ti risposerai?

Irene mescolava la zuppa.

Non ci ho pensato. Perché?

La mamma di Sara si è risposata. Adesso ha un altro papà. Non vero, dice, ma buono.

E lei come la prende?

Dice bene. Le insegna ad andare in bici.

Ottimo.

Se ti risposi, mi insegnerà ad andare in bici?

Tesoro, non so se mi risposerò.

Ma se sì?

Allora cercherò uno bravo in bici.

Risero. Milena tornò ai compiti. Irene mescolava la zuppa e pensava che a volte la figlia fa domande che lei non si pone mai. E forse dovrebbe.

Non sapeva cosa il futuro avrebbe portato. Se servisse davvero un altro accanto. Ma sapeva che con Matteo stava bene, era diverso: più calmo, sicuro, senza quella scintilla bruciante di giovinezza, ma forse per questo più autentico.

Non aveva fretta.

Una rara sabato di sole in ottobre. Cappotto, sciarpa a Milena. Parco. Anche quello dello stagno, delle anatre. Milena con la pagnotta.

Ti ricordi laltra volta?

Sì, le anatre e il gelato. Solo che il gelato era freddissimo.

Il gelato è sempre freddo.

Eh vabbè, destate si mangia!

Ora è troppo fresco.

Poco poco.

Passavano tra le foglie secche, la bimba ne calpestava a piacere, il laghetto bruciava di riflessi. Milena lanciava il pane, le anatre si tuffavano, litigavano.

Quella è golosa, mamma! urlava. Prende tutto lei!

È la più furba.

Anchio sono furba!

Lo so.

Il telefono vibrò. Matteo.

Irene sorrise nel sole, tra le anatre e la figlia.

Pronto?

Ciao, disturbo?

Sono al parco con Milena. Diamo da mangiare alle anatre.

Allora chiamo più tardi.

No, dimmi.

Irene, so che forse è presto. Ma vorrei vederti, davvero, non solo per coincidenza, se tu vuoi.

Milena si girò.

Mamma, chi chiama?

Matteo, del lavoro.

Ah. Salutalo, dai.

Irene guardò figlia, le anatre, le foglie luminose. Pensò al venerdì dottobre. Alla fine che era inizio. Non di una favola, ma di una nuova, vera parte della sua vita, che non se nera mai andata.

Le famiglie perfette non esistono. Ora lo toccava con mano, passato a fondo e tornato su. Nemmeno le persone ideali, né le storie a misura. Solo quello che scegli ogni giorno. Chi hai accanto. Mano nella mano.

Sì, rispose al telefono.

Sì?

Vorrei vederti davvero. Mettiamoci daccordo.

Pausa. Quasi poteva sentirlo sorridere.

Daccordo.

Milena finì il pane.

Mamma, è tutto finito! Le anatre hanno preso tutto!

Brave.

Ora le altalene?

Ora le altalene.

Presero la strada. Il sole splendeva ancora. Sotto i loro passi, le foglie scricchiolavano.

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