Mio marito ha portato a casa un ragazzino arrabbiato.

Guarda, tu non immagini che giornata mi è successa… Stamattina, appena sono tornata dal lavoro, ho trovato Marco incavolato nero, che ha subito lanciato le chiavi sulla credenza. Non si era nemmeno tolto la giacca e già camminava sbattendo i piedi per casa. Ho capito subito che cera qualcosa che non andava dopo 10 anni di matrimonio li riconosco i suoi passi già sul pianerottolo.

Io stavo girando gli spaghetti e ho fatto finta di niente, ma avevo già la schiena tesa. Lui arriva in cucina e senza nemmeno salutare, con quella sua voce scura, mi fa:
Perché sei così silenziosa?
Io non sapevo se dovevo rispondere o lasciar perdere, allora gli ho chiesto semplicemente se aveva fame e se voleva mangiare.

Marco ha ignorato la domanda. Si è seduto sulla sedia, che ha scricchiolato sotto il suo peso, e dopo un attimo di silenzio mi dice che lo ha chiamato Daniela.

Quando mi ha detto Daniela, mi si è gelato il sangue. Sai, quella è il fantasma del passato, la ex compagna di Marco, quella con cui ha avuto un figlio tanti anni fa. Un capitolo che ho sempre sperato rimanesse chiuso.

Allora, seccata, gli domando:
Ancora soldi vuole la tua Daniela? Non le hai appena mandato i soldi per la scuola a quel come si chiama Pietro?

Lui si gratta il mento imbarazzato, come fa sempre quando non sa come dirmi le cose.
Stavolta non è per quello. Daniela si sposa, con un tipo dellautosalone. E… aspetta… è anche incinta.

Io non riuscivo a capire perché lui fosse così cupo.
E allora? Che se la goda questa nuova vita. Ma a noi che ce ne frega?

E lì, mi guarda con quegli occhi da cane bastonato e mi dice che Daniela vuole mollare Pietro alla nonna, che vive in qualche paesino sperduto della Calabria. Ma sotto sotto lancia la palla a Marco: “Se sei uomo, portatelo tu: sei pur sempre il padre.”
Mi è caduta la pentola: ma stiamo scherzando?

Ma tu sei matto? Non sei nemmeno segnato come padre sul certificato, lei ha lasciato lo spazio vuoto! provo a farlo ragionare.

Marco inizia a difendersi a parole, dice che il ragazzino cresce senza padre e che lui non può tirarsi indietro.
Ma scusa, hai pensato a nostra figlia? A Martina, che ha quattro anni? Dove pensi di far dormire Pietro? In una stanza sola, quarantacinque metri quadri, tu vuoi far convivere una bimba e questo ragazzino che nemmeno conosci? Che cresce come capita, tra una nonna svampita e una madre che pensa solo a sé?

Marco si arrabbia, si mette a urlare anche lui. Difende Pietro, come se fosse un santo, dicendo che non è colpa sua, che bisogna dargli una possibilità, che magari è un bravissimo bambino. Arriva addirittura a proporre di portarlo da uno psicologo.
Io sbotto che tanto non abbiamo i soldi, che già fatichiamo con il mutuo, il nido di Martina, lauto che si rompe sempre…

Marco, testardo, risponde che si troverà un secondo lavoro, farà le domeniche nei cantieri, e che io non capisco le sue responsabilità di padre.

Grazie, così mi lasci pure da sola! glielo sbatto in faccia. E io dovrei accollarmelo? Stirargli, seguirlo nei compiti, sopportare il suo muso lungo… per cosa? Che per lui sei solo il tipo che ogni sei mesi manda dei soldi, non sei il padre. E io dovrei tirare avanti come sempre?

In quel momento capisco che ha già deciso. Che in questa casa Pietro arriverà, che a me tocca solo accettare. Non ti nego che le lacrime mi venivano agli occhi.

Gli dico, col cuore pesante:
Se lo fai entrare qui, io non posso più dormire nello stesso letto con te. Lui è una tua responsabilità, non la mia né quella di Martina. Io penserò solo a nostra figlia, mangiare con lei, vivere con lei. Tu occupati di Pietro come meglio credi.

Glielho detto così, senza troppi giri di parole, e lui ha risposto che avrà diritto di prendere suo figlio, che non serve il mio consenso. Ho sentito come una fitta. Esistevo ancora per lui? O nella sua testa ormai esisteva solo quel senso di colpa da padre?

Così per giorni non ci siamo parlati. Io facevo la mia vita, dormivo voltata, rispondevo solo con dei sì e dei no. Speravo che, vedendo il muro che avevo eretto, avrebbe rinunciato. Invece lui si muoveva ancora più convinto, andava da avvocati, raccoglieva documenti, chiamava Daniela e la nonna di Pietro.

Quando è arrivato il giorno in cui Marco doveva andare a prendere Pietro, io sono scappata con Martina al Parco Sempione. Labbiamo girato tutto, tra le giostre e le nuvole di zucchero filato, sperando di rincasare a notte fonda, quando il ragazzino fosse già addormentato. Ho sperato fino allultimo che fosse tutto un errore e che tornasse a casa da solo.

Figurati.

Torno a casa e già nellingresso noto delle scarpe da ginnastica sfondate accanto alle vecchie scarpe di Marco, e accanto una borsa sportiva spelacchiata e polverosa con un giaccone che penzolava fuori. Dalla cucina arriva odore di patate fritte e voci basse.

Martina si lancia in casa, urlando che ha cavalcato il pony, ma si blocca subito sulla soglia. Io le vado dietro e lo vedo, Pietro, seduto dove di solito siedo io. Magro da fare paura, con una maglietta che non vede la lavatrice da tempo e pantaloni che pendono dalle ginocchia consumate. Sembrava appena uscito dallorfanotrofio. Aveva la testa tagliata rasata, forse per via dei pidocchi, mi viene da pensare. Stava con la schiena curva e fissava il piatto di patate.

Marco era tutto un sorriso, addirittura seccato che nessuno accogliesse Pietro con un applauso. Ragazzi, vi presento mia moglie Francesca, e questa è Martina, tua sorellina, dice come se fossimo la famiglia del Mulino Bianco.

Pietro alza appena la testa, guarda dritto e non saluta. Io gli rispondo un buonasera freddo come il ghiaccio, lo fisso dritto negli occhi. Marco insiste con le presentazioni, ma il ragazzino non apre bocca, mangia con la furia di uno che non sa se domani mangerà di nuovo.

Ho tolto Martina dalla cucina, lho preparata per dormire e sono rimasta sveglia tutta notte, pensando a questa situazione. Da quel giorno, Pietro diventò il fantasma di casa nostra. Non parlava, girava come unombra, evitava me e Martina, si chiudeva in sé stesso.

Un mattino, trovo la mia tazza preferita, quella che usavo dal liceo, rotta a terra. Pietro era lì che si nascondeva dietro una fetta di pane, facendo finta di niente.
Sei stato tu? gli chiedo.
Lui: È caduta.
E io: Le tazze non cadono da sole. In questa casa si chiede scusa.
Silenzio. Mangia in fretta, quasi come se gli avessero detto sguinzaglia il cibo che domani non è detto ci sia.

Martina lo guarda male, ogni giorno di più. Non vuole condividere niente con lui. Al primo litigio con i giochi, urla che non lo sopporta e che se ne deve andare. Pietro risponde solo con sguardi cattivi, senza aggiungere una parola. Io non mi fido, non posso lasciarli soli nemmeno quei cinque minuti.

Quando sono costretta a lasciarli soli, un pomeriggio, torno che li trovo insieme a disegnare per terra. Un miracolo. Pietro spiega a Martina come fare la criniera di un cavallo, parla piano ma almeno parla. Martina gli offre le sue caramelle.
Dai, prendi, è buona. Quando sono triste, la mamma mi dà una caramella e mi passa, gli dice lei.
Lui la guarda, poi la prende, ma quasi di nascosto.

A Marco ho raccontato la scena, anche se a metà. Era tutto fiero, Lo vedi? I bambini si capiscono tra loro.
Io però non riesco a fidarmi, nemmeno a volergli bene. Sento solo uninfinita stanchezza, la casa mi sembra troppo piccola, vorrei sparire.

Poi, una tragedia. Un giorno sento Martina piangere disperata nella camera. Trovo la sua bambola preferita, distrutta, la testa staccata. Lei urla che è stato Pietro, che le ha detto che tanto era una bambola stupida, e glielha rotta apposta. Io perdo la testa, lo prendo e lo trascino fuori dalla stanza. Marco ci separa appena in tempo. Da quel giorno in poi le regole: la porta della camera chiusa a chiave, e Pietro non deve avvicinarsi a Martina senza un adulto.

Settimane pesanti, silenzi. Lui sempre più cupo, io e Marco sempre più estranei. Però vedi manca il lieto fine, amica. Non lo so se riusciremo mai ad accettare Pietro davvero in questa casa. Forse sì, forse no.

Una sera, però, li sento ridere. Martina sta insegnando a Pietro una filastrocca sciocca. Non ridevano davvero, solo sorridevano, ma per me è già una piccola vittoria. Non posso volergli bene, non ora, forse mai. Ma almeno la rabbia si sta affievolendo.

Marco dice che ci vorrà tempo, che limportante è la pace. Forse ha ragione. Forse no. Lunica certezza è che, almeno per ora, la nostra vita è questa: un po tirata, un po arrangiata, con una figlia, un marito testardo, e il figlio di unaltra che ogni giorno cerca solo il suo piccolo posto al sole, qui, nella nostra casa italiana.

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