Un sogno in una confezione blu
Giulia stava alla finestra della cucina, con un foglio sgualcito tra le mani, contemplando i grossi fiocchi di neve che cadevano lenti oltre il vetro. Morbidi e abbondanti, si posavano sul davanzale formando uno spesso strato, e quel silenzio bianco le dava un senso di pace. Quel dicembre, a Milano, sembrava quasi uno di quelli di tanti anni fa, quando la neve era davvero neve e Natale aveva ancora il sapore dell’infanzia.
Giuli, che fai lì piantata? la voce di Vittorio arrivò dalla sala, dove trafficava con scatole piene di vecchi addobbi natalizi. Guarda che ho trovato quel Babbo Natale, ti ricordi? Quello che abbiamo comprato al mercatino, nel novantatré.
Eh, sì, lo vedo rispose lei, senza voltarsi. Vitto, è finito il latte. E manca anche il pane fresco. Vai tu a fare un salto alla Coop?
Proprio adesso? nella sua voce cera una punta di protesta, quasi da bambino. Giuli’, sono già le sette e fuori è buio. Volevo mettere le luci tutti insieme.
Si voltò allora. Vittorio era seduto per terra circondato da palline di vetro, con i capelli bianchi spettinati e gli occhiali storti sul naso. Stringeva in mano un vecchio pupazzo ed era così felice, con quellentusiasmo sincero, che Giulia provò un piccolo rimorso.
Va bene, vado io si ammorbidì. Ma tu intanto sistema lalbero, eh? È già il ventinove, Vitto. Dopodomani vengono gli ospiti e non abbiamo ancora messo niente.
Lo faccio, lo faccio disse lui con un gesto della mano. Sai, oggi in tram ho visto una pubblicità Un telefono nuovo, si chiama PianetaNeve. Pare che abbia una fotocamera pazzesca, scatta persino al buio come fosse giorno. E una memoria incredibile, trecentododici giga! Ci puoi mettere tutte le foto dei nipoti che vuoi.
Giulia rimase un attimo in silenzio mentre infilava il cappotto.
Trecentododici? ripeté. E quanto costa ‘sta meraviglia?
Eh… Vittorio si grattò la testa. Sui ottocento euro, forse di più… Ma che oggetto, però!
Ottocento euro? ripeté lentamente Giulia. Vitto, il tuo telefono è dellanno scorso. E va benissimo.
Sì, va ammise lui, evitando il suo sguardo. Era solo un pensiero buttato lì, tutto qua.
Lei chiuse la cerniera fino al mento e prese il berretto dalla mensola.
A me tante cose sembrano interessanti mormorò. Ma mica per questo compriamo tutto.
Non ho mica detto che dobbiamo comprarlo alzò finalmente gli occhi su di lei, leggermente amareggiato. Ho solo condiviso. Non si può nemmeno sognare?
Sognare si può Giulia infilò i guanti. Solo che i nostri sogni sono diversi. Io sogno un divano nuovo, così la schiena mi fa meno male oppure mettere da parte qualcosa per i nipoti e i loro corsi. Tu, invece, sogni i telefoni.
Vittorio si girò di nuovo verso le sue scatole.
Vai, va pure. Qui me la cavo.
Giulia rimase ancora un attimo sulluscio a guardare la schiena curva del marito, poi sospirò e uscì.
La neve scricchiolava sotto le sue scarpe, e quel suono le alleggeriva lanimo. Camminava piano, attenta a non scivolare sui tratti gelati del marciapiede. La Coop distava appena due isolati, ma la strada le parve più lunga per la stanchezza della giornata e il buio.
Aveva passato tutta la giornata a preparare: prima aveva lavato tutte le finestre nonostante le insistenze di Vittorio (chi vuoi che se ne accorga?). Poi aveva stirato la tovaglia, provato qualche insalata, scritto la lista definitiva della spesa: tre chili di arrosto, patate, carote, barbabietole, due dozzine di uova, maionese, prosciutto cotto per linsalata russa, piselli, cetrioli sotto aceto, formaggio stagionato e formaggio spalmabile per il panettone gastronomico, aringhe, mele, mandarini…
Alla Coop era un gran formicolare. Tutti nervosi e sudati per la corsa agli acquisti delle feste. Giulia prese il carrello e iniziò a caricare la roba, controllando ogni volta la lista. Alla sezione salumi incontrò la vicina, Letizia.
Giuli! esclamò Letizia, entusiasta. Anche tu a fare lultimo sprint?
Eh sì, sorrise Giulia. E tu, sei a posto?
Quasi fece una smorfia Letizia. Domani solo più le insalate, sono scoppiata… Hai visto i prezzi? L’insalata russa già pronta costa dieci euro al chilo! Fino allanno scorso erano sette!
Eh, linflazione sospirò Giulia. Io la faccio da me, almeno risparmio.
Mica scema! Letizia scosse la testa. Io invece questanno mi sono detta: mi voglio bene, ordino tutto fatto e via. La salute prima di tutto. Ma tu inviti tutti da te, vero?
Sì, arrivano mia figlia con il marito e i bambini, e poi gli amici di Vittorio, Sergio e Tania.
Ecco, allora non avrai mica il tempo di fermarti mai. Ma almeno Vittorio ti aiuta?
Giulia ci pensò un attimo.
Sì, a modo suo.
Letizia sogghignò con comprensione e non disse altro. Poi si salutarono e Giulia proseguì tra gli scaffali. Il carrello diventava sempre più pesante. In mente faceva il conto: le feste svuotavano sempre il portafoglio, ma come si fa senza? Il Capodanno è festa di famiglia, i figli aspettano… Le tornò in mente la storia del telefonino. Ottocento euro. Signore, con quei soldi ci sarebbe stato assai altro…
Si fermò davanti agli scaffali del cioccolato e afferrò la tavoletta che sognava da mesi, quella con lamponi e mandorle. Poi buttò locchio al prezzo, sospirò, e la rimise giù. Prese invece una semplice tavoletta al latte, che costava un terzo.
Alla cassa il conto finale la fece stringere le labbra, ma pagò con la carta senza fiatare, e uscì trascinando i sacchetti che parevano ancora più pesanti con la neve che ormai cadeva fitta.
La strada del ritorno fu una fatica. I manici delle borse le scavavano le dita nonostante i guanti, la neve le sferzava il viso e il collo. A metà strada si appoggiò su una panchina per tirare il fiato: la schiena le faceva male, le gambe rischiavano di cederle. Aveva sessantun anni, e il corpo iniziava a ricordarglielo spesso.
Alzò lo sguardo verso la finestra della loro casa, il quinto piano con la luce accesa. Di sicuro Vittorio aveva già montato lalbero e si stava gustando il tè, guardando le notizie dal suo telefono che, dopotutto, funzionava benissimo. Immaginò per un attimo Vittorio con il nuovo, scintillante PianetaNeve, felice come un ragazzino, e provò una strana miscela di tenerezza e fastidio.
Vivevano insieme da trentotto anni. Si erano conosciuti alla fabbrica: lei era in contabilità, lui faceva lingegnere. Allora, Vittorio le era sembrato un principe: alto, coi riccioli e gli occhi sognanti. Recitava poesie, la portava alla Scala, le regalava fiori. Poi era nata la figlia, la vita era cambiata: pannolini, notti in bianco, soldi sempre contati. Vittorio non aveva mai smesso di sognare, Giulia invece aveva tenuto in piedi la casa. Non se ne era mai lamentata, era il suo ruolo e laveva accettato volentieri. Ma a volte, mentre era fuori al freddo con le borse e lui stava al caldo, avrebbe voluto chiedergli: ma nei tuoi sogni, cero anchio?
Giuli, che fai, ti sei impalata? sentì chiamare dallalto e trasalì. Era Vittorio, che si sporgeva dal balcone. Vuoi una mano?
Arrivo! gridò lei, sollevando i sacchetti. Aveva le mani ormai intorpidite, ma si fece forza.
In casa cera tepore e profumo di pino. Vittorio aveva davvero montato lalbero: stava nellangolo del salotto, alto e folto, ancora spoglio. La ghirlanda era lì accanto, avvolta ordinatamente.
Bravo, lo lodò Giulia, scalciando via gli stivali bagnati. E le palline?
Pensavo di metterle insieme prese le borse e le portò in cucina. Vuoi un tè?
Sì, lo seguì, iniziando a togliersi la giacca da appendere sul termosifone. Vitto, quando ti hanno dato la tredicesima?
Si fermò mentre metteva lacqua a bollire.
Due giorni fa rispose senza voltarsi. Perché?
Così Giulia iniziò a sistemare la spesa nel frigorifero. Pensavo di metterne via una parte. Per un divano nuovo, o per i nipoti, per i compleanni.
Ci ho già pensato replicò subito lui. Ho già messo metà dei soldi in una busta, è sopra larmadio.
Metà? E quanto ti hanno dato?
Quattromila euro. Ne ho messi duemila da parte, il resto lo usiamo per la festa.
Giulia annuì e tornò alla spesa. Duemila euro per la cena, duemila da parte: sembrava un piano saggio. Cercò di scrollarsi dalla testa il pensiero degli ottocento euro per il telefono.
La serata trascorse tranquilla, quasi dolce. Misero insieme le palline, Vittorio riuscì a districare i cavi delle luci e lalbero si accese in mille colori. Giulia, seduta sul vecchio divano, sorseggiava tè mentre lui trafficava con la stella da mettere in cima.
Storta notò lei.
Da lontano non si vede, ribatté lui. Giuli, non essere pignola. È unora che sono qui sopra. Che importa se è un po stortina?
Si morse una guancia e non replicò. Vittorio scese dalla sedia, fece qualche passo indietro e valutò lopera.
È venuto bello, vero, Giuli?
Sì, ammise lei. Davvero bello.
Si sedette al suo fianco, la strinse a sé. Rimasero in silenzio a guardare le lucine che pulsavano. Fuori cadde ancora neve, e la città si preparava alla festa: ora tutto sembrava al suo posto. Giulia appoggiò la testa sulla spalla di lui e chiuse gli occhi. Forse sbagliava sempre a criticare, pensò. Forse doveva solo essere più grata: una casa calda, una famiglia sana, il marito vicino…
Giuli, sussurrò Vittorio, dormi?
No.
Pensavo Per i regali di questanno, che ne dici se si fa solo roba simbolica, senza esagerare?
Lei riaprì gli occhi.
Ti ho già preso un regalo replicò cauta. Uno buono. Credo ti piacerà.
Ah, sorpreso, pensavo avessimo deciso di non spendere niente.
Non avevamo deciso nulla, Vitto. Questa è una tua invenzione dellultimo momento. E poi, che Capodanno sarebbe senza regali?
Eh, hai ragione si passò la mano sulla fronte. Io invece non ancora Vabbè, domani vado.
Domani è già il trenta gli ricordò. Ci saranno le code ovunque.
Trovo il tempo, promise, poco convinto.
Lei si alzò, raccolse le tazzine e andò in cucina. Vittorio rimase sul divano, con lo sguardo perso sullalbero. Giulia lavava tazze, pensando che tanto lui se ne sarebbe scordato, e che lavrebbe risolta con una scatola di cioccolatini presa allultimo da qualche tabaccaio. Come al solito.
Non era per il valore, ma per il gesto. Non si aspettava nulla di costoso, solo unattenzione, la prova che aveva pensato davvero a lei. Guardò il proprio riflesso nel buio della finestra: una donna stanca, i contorni del viso svaniti, i capelli bianchi sulle tempie che non si ostinava più a tingere. Quando era successo tutto questo?
Giuli, vieni a letto? chiamò Vittorio. Domani cè da correre.
Sì, rispose lei, spegnendo la luce della cucina.
La mattina del trenta cominciò che era ancora buio. Solo qualche rumore di automobili filtrava dalla strada. Vittorio dormiva allargato su metà letto, russando piano. Giulia si svegliò prima della sveglia, si mise la vestaglia e scivolò in cucina.
Sapeva già cosa la aspettava: tutto da finire, le insalate, larrosto, la tavola da sistemare. La sera sarebbero arrivati la figlia con il marito e i nipoti, Martina e Michele. Li attendeva con emozione, ma anche un po di ansia. Michele, dieci anni, era diventato taciturno e sempre attaccato al tablet, Martina invece, otto anni, faceva storie su tutto e non mangiava mai niente. Caterina, la figlia, si lamentava di non saperli più gestire, ma Giulia pensava che fosse solo colpa di troppo lavoro e poco tempo con loro…
Mise su il bollitore e tirò fuori la barbabietola dal frigo, iniziando dalla Insalata di aringhe, la preferita di Vittorio. Strato dopo strato: aringa, cipolla, patata, carota, barbabietola, maionese. Preparava tutto a occhi chiusi ormai.
Vittorio arrivò in cucina alle nove, spettinato e assonnato.
Buongiorno, le diede un bacio sui capelli. Sveglia super precoce oggi?
Tanta roba da fare rispose, continuando a tagliare patate. Siediti, ti faccio una frittata.
Ma no, basta pane e marmellata.
Si fece un caffè, si preparò un paio di tartine e si sedette a tavola, già immerso nel telefono. Giulia lo guardò un attimo di sottecchi e tornò al suo lavoro. Come sempre: lei operosa, lui tra le notizie.
Vitto, chiamò, oggi vai a prendere il regalo?
Eh? alzò la testa. Sì, sì, dopo pranzo vado.
Mi raccomando, eh, non scordare.
Non scordo, promise, già col naso nello schermo.
Giulia tacque. Sapeva già come sarebbe andata: si sarebbe scordato o si sarebbe ridotto allultimo a comprare qualcosa a caso. E lei avrebbe lasciato correre, perché discutere prima delle feste non aveva senso, era più facile fare finta di nulla.
La giornata passò in un lampo. Fece linsalata russa, larrosto di pollo con patate, lantipasto di salumi. Vittorio gironzolava avanti e indietro per casa, rispondeva svogliato alle sue domande sul regalo.
Vado adesso, disse dopo lennesima sollecitazione, uscendo sbattendo la porta.
Giulia rimase sola nella sua solita montagna di piatti e vassoi da sistemare. Era esausta, la testa le girava dallodore di maionese e arrosto caldo. Ormai era quasi tutto pronto: la tavola apparecchiata, lalbero acceso, i regali per i nipoti impacchettati sotto lalbero. Tra questi, una grossa scatola blu: il regalo per Vittorio.
Si sedette un attimo sul divano e rivisse mentalmente la sua ricerca per quella giacca. Tre negozi, mille dubbi, alla fine optò per la Boreale, calda e robusta, piena di tasche. La commessa giurava fosse la migliore per qualità e prezzo. Era costata centottanta euro, una spesa non da poco, ma Giulia pensava che Vittorio se la meritava: la giacca vecchia aveva le maniche lisa e la cerniera che si incastrava ogni volta, e perfino lui, che non si lamentava mai, spesso si stringeva le spalle quando aspettava il tram sotto la neve.
Sperava davvero che, scartando il regalo, si sentisse visto, apprezzato. Sperava che anche lui, anche solo per una volta, le regalasse qualcosa di pensato col cuore. Non cioccolatini di fretta, una cosa vera. Ma sapeva che era difficile.
Vittorio tornò dopo quasi due ore, con un piccolo sacchetto in mano. Dal suo viso, Giulia capì subito: aveva preso la prima cosa che aveva trovato.
Ecco qui le porse la busta. Secondo me ti piace.
Lei la guardò: un profumo di marca sconosciuta, confezione molto appariscente.
Grazie, rispose senza entusiasmo. Molto bello.
Davvero? si illuminò lui. La commessa mi ha giurato che va di moda adesso.
Sì, certo, ripeté Giulia, appoggiando la busta sul tavolo. Vitto, ma ti ricordi almeno che profumo uso io?
Lui restò senza parole.
Be, quello famoso Chanel? Aspetta…
Io non uso profumo, lo fermò lei. Sono allergica. Te lho detto cento volte.
Scese il silenzio; lui arrossì lentamente.
Hai ragione Scusa. Me ne dimentico sempre. Se vuoi domani lo cambio.
Lascia stare, Giulia si girò verso la finestra. Non importa.
Giuli, perdonami, dai fece per avvicinarsi, ma lei lo bloccò con un gesto.
Non fa niente, Vitto. Bada piuttosto a prepararti: tra unora arrivano Caterina e i bambini.
Lui rimase ancora un po nella stanza, poi uscì. Giulia, sola, fissò il sacchetto del profumo con un misto di rabbia e amarezza. Non per il regalo sbagliato, ma perché non aveva neanche tentato di ricordare cosa le piacesse davvero. Trentotto anni insieme e lui non aveva imparato a vedere. Lei, per lui, era diventata aria, scontata come lacqua.
Le venne da piangere, ma si morse la lingua. Non era il momento. Gettò la busta nel mobile e si mise a preparare la tavola.
La figlia Caterina arrivò alle sette, con marito e bimbi. Lei sentì il trambusto sulle scale, il campanello, e di colpo la casa si animò.
Nonna! urlò Martina, la prima a catapultarsi dentro gettando berretto e piumino in giro. Dovè lalbero?
In salotto, amore, spiegò Giulia abbracciandola. Vai a vedere che bello.
Michele la seguì, muto e con lo sguardo già sul tablet. Caterina scosse gli occhi.
Michele, basta con quel coso! Siamo a casa della nonna.
Lascialo stare, intervenne Vittorio dalla sala. Cate! Igor! Entrate pure, vi sistemo qui le borse.
Partì il solito bailamme delle feste: Igor mise in frigo le bottiglie, Caterina piazzò una torta, i bambini si inseguivano tra una stanza e laltra, Martina voleva toccare tutte le decorazioni, Michele si sedeva sul divano con gli occhi incollati al tablet. Giulia si dava da fare in cucina, Vittorio sistemava il tavolo.
Dai, mamma, ti aiuto entrò Caterina, legandosi il grembiule. Sarai distrutta.
Eh, abbastanza ammise Giulia. Ma ormai ci sono abituata.
Sei una forza, davvero, le sorrise la figlia, ma con un velo di tristezza. Fosse per me, invece Sarei sempre stanca. Non riesco mai a stare con i bambini, cè sempre troppo lavoro.
Ma provi mai a parlare con loro? chiese timidamente Giulia, mentre tagliava le aringhe.
Tutte le sere, è sempre la stessa storia. Risponde tutto bene e torna a giocare da solo. Sarà letà
Voleva aggiungere altro ma dalla sala arrivò il suono del campanello: Sergio e Tania, amici di sempre. Il resto della serata passò in fretta tra brindisi, chiacchiere e risate, battute e aneddoti daltri tempi. Tutto perfettamente tipico, allitaliana.
Alle undici scattò il momento dei regali. I nipoti scartarono giochi e dolci, Caterina e Igor donarono ai genitori un buono per una cena fuori, Sergio e Tania portarono una batteria di pentole. Tutto come da copione.
Ora tocca a noi annunciò solenne Vittorio.
Giulia prese la grande scatola blu e gliela porse.
Buon anno nuovo, Vitto.
Lui la scartò con meraviglia e una strana commozione. Una giacca Boreale, blu scura, con mille tasche e rivestimento termico.
Giuli, sarà costata un occhio.
Non tanto quanto pensi rispose lei. Limportante è che ti piaccia. Provala.
La indossò: perfetta. Tutti si congratularono e Giulia si sentì finalmente riconosciuta.
Ora i miei regali disse lui, infilando la mano sotto lalbero. Giulia pensava già al solito pacchetto di cioccolatini. Ma invece tirò fuori un enorme pacco argentato, decorato con fiocchi blu. Troppo grande per essere cioccolatini. Glielo porse con un viso tra lentusiasta e il colpevole.
Su, apri.
Giulia aprì: una scatola di PianetaNeve, proprio il telefono sognato da Vittorio. Letichetta diceva: settecentoottanta euro.
Vitto Ma sussurrò.
È per te la interruppe veloce. Così fai mille foto ai nipoti, la fotocamera è spettacolare
Giulia osservò il telefono nuovo, ancora lucido nella scatola. Costoso, bello, ma superfluo: il suo funzionava benissimo.
Vitto, con che soldi?
Con la tredicesima, rispose in fretta, senza alzare lo sguardo. Te lavevo detto che avevo messo da parte la metà, no?
Ma lei capì. Era una bugia. La tredicesima era quattromila euro, metà laveva messa via, metà usata per la festa. E il telefono costava settecentottanta. Da dove veniva il resto? Aveva forse Aveva comprato quel telefono per sé e ora, colta dal regalo vero, aveva avuto paura e aveva deciso di rifilarlo a lei per sembrare generoso?
Che meraviglia! esclamò Tania. Giuli, che fortuna! Un telefono così!
Sì, rispose automatica Giulia. Bellissimo.
Stringendo la scatola al petto, si alzò.
Scusatemi, vado un attimo in bagno.
Si chiuse dentro e si sedette con la scatola sulle ginocchia. La guardò a lungo, interrogandosi su quello che sentiva.
Si sentiva delusa, stanca, vuota. Più delle dimenticanze, più dei regali sbagliati, la sfiniva quella bugia: non aveva pensato a lei, aveva pensato a sé e poi aveva camuffato la propria voglia da generosità. Era una menzogna impacchettata nel cellophane.
Quando Caterina bussò alla porta, si ricompose.
Mamma? Va tutto bene?
Sì, arrivo.
Si lavò la faccia, raccolse la scatola e uscì.
In salotto brindavano già con lo spumante. Vittorio le lanciò unocchiata colma di ansia: aveva capito di essere stato scoperto.
Per un momento si fissarono, una crepa invisibile tra di loro. Giulia si avvicinò, depose la scatola e prese il suo calice.
Alla salute, propose Sergio. Che tutti i nostri sogni si realizzino!
Ai sogni fece eco Giulia e bevve di colpo.
Il resto della notte passò confuso. Giulia aiutò tutti, sorrise, sistemò le stoviglie. Vittorio cercava di starle accanto, la serviva, le riempiva il bicchiere. Ma tra loro calò un silenzio denso come il piombo.
Gli ospiti andarono via alle tre. Caterina e famiglia se ne tornarono a casa, Sergio e Tania presero un taxi. Giulia rimase sulla porta, poi si appoggiò alla porta chiusa. La casa era silenziosissima, solo lo scandire dellorologio e qualche cinguettio dallalbero.
Quando entrò in salotto, trovò Vittorio seduto sul divano che smanettava sul PianetaNeve, il suo nuovo telefono. Gli occhi gli brillavano come a un bambino.
Lo stai sistemando? chiese lei sulla soglia.
Lui balzò su, appoggiò in fretta il telefono sul tavolo.
No, stavo solo vedevo se funzionava
Va bene iniziò a sparecchiare. Vitto, mi dai una mano?
Lavorarono in silenzio, senza dirsi nulla. Ogni gesto costava uno sforzo immane.
Alla fine, Vittorio ruppe il silenzio.
Grazie per la giacca, Giuli. Davvero, mi hai fatto un regalo bello.
Prego.
E tu il telefono, ti piace?
Lei rimase immobile.
Vitto, lo hai comprato per te, vero?
Silenzio. Lui abbassò lo sguardo.
Come lo hai capito?
Non importa come. Importa che è la verità.
Scusami, balbettò lui. Lo desideravo tanto, ci pensavo da mesi. Poi hai tirato fuori la giacca e mi sono spaventato. Allora ho pensato di dartelo a te. Per farti contenta. Così magari non ti arrabbiavi.
Così non mi arrabbiavo? rise Giulia, breve e amaro. Vitto, ti rendi conto? Ti sei tolto un sogno per appiccicarlo a me. Come se dovessi essere io felice al posto tuo.
Non è così mormorò lui, tentando di difendersi.
È proprio così. Ti sei dimenticato di me. In tutto: quando hai preso il telefono, quando lo hai nascosto, quando hai deciso che avresti fatto finta fosse un mio regalo. Hai pensato a te, solo a te.
Ma volevo solo farti piacere protestò, offeso come un ragazzo.
Piacere? Vitto, io non volevo niente. Solo che per una volta, almeno una, pensassi a me: che ricordassi che sono allergica a tutto, che scegliessi qualcosa perché ci hai pensato tu e non la commessa, o che, vedendomi stanca, mi aiutassi senza che te lo chiedessi. Invece tu… mai. Mai.
Vittorio abbassò la testa come un bambino punito.
Non sapevo… mormorò. Scusa.
Giulia avrebbe voluto urlare, ma non aveva più voglia di litigare. Guardandolo vedeva soltanto tutta la loro stanchezza, il loro amore goffo ma reale, la paura di deludersi a vicenda.
Lasciamo perdere concluse. Vado a letto.
Entrò in camera, si infilò sotto le coperte senza neanche svestirsi. Non riusciva a dormire; sentiva Vittorio camminare ancora per casa, sistemare cose. Alla fine raggiunse anche lui la camera e si stese, facendo piano per non disturbarla.
Giuli, dormi?
No.
Non volevo farti del male. Sono sempre stato uno stupido.
Eh sì, confermò lei, senza rabbia.
Tu invece sei forte, intelligente la migliore. Io lo so che sbaglio, scordo sempre le cose, prometto e poi non mantengo. Ma ti voglio bene, Giuli. Davvero.
Nel buio, Giulia lo osservò, riconoscendo la sua sincerità senza filtri.
Vitto, quando mi hai regalato qualcosa di davvero pensato per me?
Lui ci pensò a lungo.
Non ricordo. Forse mai.
Ecco appunto. Non sappiamo più farci regali veri, Vitto. Solo cose utili, pratiche, aggiustamenti. Io ti regalo la giacca perché la tua è rotta, tu a me il telefono perché non sai che altro darmi. Ma questi non sono regali. Sono cose.
E quali sarebbero i regali veri? chiese spiazzato.
Giulia si voltò verso di lui.
Non so forse quelli fatti pensando solo alla gioia dellaltro, col cuore, ricordando cosa ci piace veramente.
Io non ne sono mai stato capace sussurrò lui. Ma posso imparare, se mi aiuti.
Gli fu vicina di nuovo; lui la strinse goffamente. Rimasero così, a sentire i rumori della città che andava a dormire, mentre, finalmente, si faceva giorno.
Lindomani si svegliò tardi. Niente Vittorio accanto: dalla cucina venivano odori e rumori. Giulia si infilò la vestaglia e andò.
Vittorio era ai fornelli a fare luovo al tegamino, la tavola già apparecchiata per due. Si voltò e le sorrise.
Buongiorno. Hai dormito? Ho pensato che oggi toccava a me preparare la colazione.
Grazie, si sedette, scaldata dal gesto. Non dal caffè, ma dal tentativo.
Mangiarono in silenzio, silenzio sereno stavolta. Poi lui sparecchiò di sua iniziativa e Giulia andò in salotto. Il telefono era ancora lì: oggetto bello ma inutile per lei.
Giuli, si avvicinò Vittorio. Facciamo così: provalo, se non ti piace lo tengo io e a te prendo ciò che vuoi. Va bene?
Nei suoi occhi cera la speranza ingenua che il sogno fosse comunque prossimo a realizzarsi.
Va bene accettò lei. Però prometti: la prossima volta che qualcosa ti tenta davvero, me lo dici. Ne parliamo insieme.
Promesso rispose sollevato.
Gli restituì il telefono: lui lo prese con gratitudine, già intento a personalizzarlo.
Giulia lo osservava e pensava che trentotto anni di vita insieme sono fatti così: compromessi, piccoli sotterfugi, abitudini. Lui non era perfetto, nemmeno lei. Ma, sotto la scorza della stanchezza, cera ancora affetto, sincero anche se spento.
Preparò un tè e si mise alla finestra a guardare la neve. La città si animava: bambini sulle slitte, mamme nei negozi, la vita che ricominciava. Un tempo, pensò, i regali erano veri. Fiori presi per caso, una torta improvvisata dopo cena, le passeggiate mano nella mano. Quando avevano smesso?
Giuli, vieni! Guarda che foto vengono bene!
Si alzò e raggiunse Vittorio, che la chiamava esaltato dal divano, puntando il telefono sullalbero.
Guarda che colori, che definizione!
Era vero. Lalbero era bello come mai lo avevano visto.
È venuto bene, rispose.
Dai, ora imparo anche i video. Così riprendiamo i nipoti ai compleanni.
Sì, annuì, sedendosi accanto a lui.
Arrivò una dolcezza nuova, forte, imprevista. Questuomo teneramente difettoso, infantile nei desideri era il suo compagno, la sua radice.
Vitto sussurrò.
Eh?
Ti voglio bene.
Lui si bloccò, poi sorrise.
Anchio, Giuli.
Si guardarono, finalmente senza maschere.
Fuori continuava a nevicare. Linverno sarebbe stato lungo, come sempre. Ma lì dentro regnava calore. In cucina una tavola apparecchiata, in salotto due volti segnati, ma insieme.
Giulia salì alla finestra, osservando il bianco sulle strade. Sapeva che la vita non era fatta di finali perfetti o felicità semplici. Cerano solo giorni ordinari, scelte piccole, conquiste di ogni giorno. E scopriva, ancora una volta, che la felicità spesso è solo la certezza di essere nel posto giusto. Vicino a chi conta.
Giuli, ti faccio una foto? propose Vittorio, avvicinandosi con il telefono Per ricordo.
Fai piano, non farmi venire vecchia!
Sei bellissima adesso come anni fa, controbatté lui. Scattarono insieme la foto, davanti allalbero, luno stretto allaltra.
Giulia guardò limmagine sullo schermo: due visi, segnati ma vivi. E le venne in mente la domanda che portava in cuore: torneranno a farsi regali veri, un giorno? Forse. Ma in fondo, forse questa era già felicità. Essere insieme, bere il tè preparato da lui, fotografare la vita nuova.
Vitto, oggi non voglio far nulla. Restiamo qui, tè, divano e un film in tv. Solo noi.
Lui sorrise.
Perfetto: lo volevo anchio.
E così fu. Due tazze di tè e un vecchio film, poche parole. In quel silenzio, bastava esserci. Il giorno scivolava dolcemente verso la notte, il cielo si schiariva e le stelle una ad una si accendevano.
Intanto, la neve alla finestra disegnava un tempo senza fretta. La città, la vita, le feste. Ma dentro casa, Giulia sapeva che la felicità spesso somiglia solo a questo: a un abbraccio semplice, una fotografia davanti allalbero, e la certezza di essere ancora, dopo tanto, uno accanto allaltra, in un piccolo sogno avvolto di blu e di neve.







