Ritornato dopo un anno
Era passato tanto tempo ormai, ma ricordo ancora quel giorno come se fosse ieri. Era una sera fredda di novembre a Firenze, e quando uscii sul pianerottolo per buttare la spazzatura, lo vidi ancora lì vicino alla porta di casa. Il mio Gigi. Rosso, fiero, con il petto candido come la neve e quello sguardo pigro e quasi ironico negli occhi. Sembrava impossibile che fosse proprio lui a rovesciare il coperchio della pentola in cucina poche ore prima. Gli feci un cenno col capo: lui nemmeno una mossa dorecchio.
Al ritorno il tappetino era vuoto.
Non mi sono preoccupata subito. Sapevo che ogni tanto scendeva al piano di sotto, magari si sdraiava davanti a unaltra porta, come aveva già fatto. Lho chiamato per nome. Ho girato tutti i pianerottoli, ho controllato le rampe delle scale, sono uscita in cortile. Niente.
Gigi non si era mai allontanato troppo. Aveva una sua piccola routine: ingresso, panchina davanti al portone, il cespuglio di erba gatta e poi a casa. Non gli importavano le macchine, i piccioni, gli altri gatti. Lui era uno che osservava. E quella sera semplicemente scomparve.
A sera inoltrata, avevo già girato tutto il cortile. Lo chiamavo, fischiavo, scuotevo la scatoletta di croccantini, sentendomi un po sciocca. Ma il silenzio era totale. Solo i vicini, anziani ormai, si scambiavano occhiate compassionevoli:
Non è ancora tornato?
No, son già ventiquattr’ore che non si vede.
Eh, i gatti… son così, se la cavano da soli
Ma per me, Gigi non era solo un gatto. Era di famiglia. In sette anni, non era mai sparito.
Il terzo giorno iniziai ad appendere volantini. Su ogni foglio, una foto: Gigi sul davanzale, Gigi tutto raggomitolato, oppure quello sguardo scontroso rivolto allobiettivo. Arrivarono delle chiamate. Qualcuno disse di averne visto uno simile al mercato di San Lorenzo. Presi lautobus, persi unora intera. Era sì rosso, ma era un cane. Non era Gigi.
Dopo una settimana, venni a sapere che in palazzo si aggiravano certi ragazzi. Uno aveva persino domandato di chi fosse quel gatto bravo, che stava spesso davanti alla porta del quinto piano. Diceva che era dolce, sicuramente di valore
Pensi che labbiano preso?
Mi sa di sì, risposi, e finalmente non riuscii più a trattenere le lacrime.
Il tempo passava. Un mese, poi due. Cercavo di distrarmi, immergermi nel lavoro, nei piccoli gesti quotidiani della casa, ascoltare i passi sui pianerottoli sperando che fosse lui. Ogni volta il cuore saltava un battito, finché capii che era inutile. Tolsi la ciotola, ma la copertina la lasciai; la lavavo, la asciugavo e tornavo a stenderla. Chissà, magari
Un giorno, la mia amica Lucia arrivò portando un gattino grigio, vivace, sempre pronto a reclamare attenzione.
Non puoi restare così da sola, come se fossi in lutto, mi ha detto.
Ho deciso di tenerlo. Lho chiamato Pelù. Era buffo, tenero, affettuoso. Ma non era Gigi. Quando lo accarezzavo, sentivo sempre quel vuoto. Non per colpa del piccolo, ma perché il cuore non si era scordato il suo amico più caro.
Poi passò quasi un anno. Era inverno. In città si camminava tra i cumuli di neve, e il ghiaccio copriva anche i gradini del portone. Tornavo dal lavoro con la borsa colma, brontolando per il freddo e perché avevo dimenticato ancora una volta di comprare il tè. Allimprovviso, sentii un leggero graffiare. Quasi un soffio.
Mi fermai. Mi avvicinai. Aprii la porta.
Cera lui.
Sul tappetino, cera Gigi. Smagrito, sporco, con le orecchie gelate, le zampe che tremavano. Ma negli occhi aveva quello stesso sguardo di sempre. Come a rimproverarmi: Ma doveri finora?
Faticai a crederci. Mi abbassai, gli allungai la mano:
Gigi?
Non miagolò. Si alzò lentamente, si avvicinò e mi sfiorò la mano con la testa.
Mi sono commossa. Proprio lì sul pianerottolo, col pane nello zaino e la giacca pesante addosso, scoppiai in lacrime. Lui, invece, continuava a strusciarsi, quasi volesse convincersi che era davvero a casa.
Lho portato dentro. Acqua calda, bagno, pappa. Ha mangiato come non aveva mai fatto prima. Poi, dritto sulla poltrona, si è arrotolato e si è addormentato, tutto acciambellato.
Il giorno dopo, dal veterinario. La coda, congelata: tolta via la punta. Un paio di denti rotti. Il fisico, provato. Cicatrici, lividi. Ma vivo. Vivo!
Qui di sicuro lhanno tenuto dentro qualcuno, disse il veterinario. È rimasto docile, ma troppo malconcio. Probabilmente rubato, poi abbandonato. Ma la strada di casa, lha trovata.
È tornato da solo
Ogni tanto succede. Hanno fiuto, memoria. Noi umani non immaginiamo quanto siano svegli questi animali.
Da quel giorno, Gigi dorme solo nel mio letto. Non considera più la sua vecchia copertina. Non ha più voglia di uscire. Allinizio ha scacciato Pelù, poi ha ceduto. Ora mangiano dalla stessa ciotola, si leccano come fratelli.
A volte mi domando: e se non avessi aperto la porta in quel momento? Se fossi arrivata più tardi?
Ma lui mi ha aspettata. Fino alla fine. Un anno dopo, debole e magro, ma vivo.
Ora, anche se esco solo un minuto sulla scala, controllo sempre che la porta sia ben chiusa.
Sempre.
Se anche a voi è accaduto qualcosa di simile, raccontatemi la vostra storia. Sono importanti, le vostre storie.






