Casa sommersa
Siete impazziti! dissi senza indietreggiare. Avete trasformato lappartamento in cui siamo cresciuti in una discarica. Ci fate vergognare davanti ai vicini.
Lappartamento è intestato a quattro persone osservò Chiara. Ho una quota anchio. E Marco pure.
E non vi permetteremo di ridurre la nostra proprietà a un ricettacolo dimmondizia. O adesso prendete i sacchi per la spazzatura e vi mettete a pulire, oppure
Oppure cosa? mio padre Enzo socchiuse gli occhi. Ci buttate fuori di casa? Non ne avete il diritto!
Vi facciamo sfrattare per via legale tagliai corto. E vi sistemiamo in una stanza tre per tre. Ci metteranno poco lì a spiegarvi le regole digiene.
Chiara già teneva un fazzoletto profumato sul naso mentre salivamo le scale. Dalla porta del numero quarantotto filtrava un odore denso, con una nota acre di roba marcia e vecchia.
Mio fratello Marco mi stava accanto, rabbrividendo mentre si aggiustava il colletto della giacca. Bussò, visto che il campanello era ormai scomparso sotto uno strato di polvere unta.
Pensi che apriranno? mormorò Marco.
Dove credi che possano andare? rispose Chiara, sistemando la borsa sulla spalla. La vicina di sotto ieri ci ha chiamati tre volte. Dice che dagli sfiatatoi sono uscite le blatte in colonie.
La porta si socchiuse e si vide il volto di mia madre. I capelli, arruffati e unti da settimane, formavano delle trecce disordinate; sulla vestaglia cera una grossa macchia scura.
Che volete? gracchiò senza nemmeno un saluto. Siete qui a controllare di nuovo?
Mamma, facci entrare esortò Marco, stringendo la porta con la spalla. Non siamo qui per controllare niente. Dobbiamo parlare.
Entrammo. Chiara quasi inciampò sulla pila di vecchi giornali accatastati nellingresso.
Sopra cerano una ciabatta deformata e una confezione vuota di latte.
La superficie della credenza era coperta di scontrini, bollette, croste di pane secche e uno spesso strato di polvere grigiastra, così che lo specchio non si vedeva.
Madonna santa mormorò Chiara guardandosi intorno. Mamma, dovè papà?
In salotto sbuffò mia madre dirigendosi verso la cucina, dove il lavandino ospitava una montagna di piatti sporchi. Guarda la televisione. Cosa vi fissate così? Come se foste qui per la prima volta.
Proprio questo è il punto: non è la prima Marco si avvicinò al soggiorno.
Mio padre era seduto in una poltrona sfondata. Intorno a lui aveva costruito una sorta di nido con scatole vuote di pizza surgelata, involucri di plastica e una montagnetta di semi di zucca.
La televisione lampeggiava, riflettendo sul vetro appannato dellantica vetrinetta, dietro cui le tazze spuntavano immerse nella polvere.
Ciao papà Marco si avvicinò alla finestra, cercando di aprire le tende.
Lasciale stare! ringhiò Enzo senza girarsi. La luce mi dà fastidio. State zitti o tornate da dove siete venuti.
Chiara andò in cucina, sollevò con disgusto un angolo dello strofinaccio sul tavolo. Sotto, qualcosa di rossiccio e minuscolo si agitava. Scattò indietro, sentendo salire la nausea.
Mamma, qui si è superato ogni limite si rivolse a lei. Non potete continuare a vivere così!
La signora Ferrero, la vicina del quarantacinque, ha detto che farà un esposto allASL. Finirete per essere sfrattati o pieni di multe!
Sentila, la signorina pulita! mia madre fece un gesto esasperato, quasi urtando la mensola appiccicosa col gomito. Siete voi con Marco ad avermi guastato la vita. Da piccoli non facevate altro che sporcare.
Te lo ricordi, Chiara? Sempre pappa sul pavimento o plastilina sul tappeto. A un certo punto ho smesso di pulire: tanto sarebbe tornato tutto come prima. Mi ci sono abituata.
Mamma, abbiamo trentanni! urlò Chiara. Siamo andati via di casa da quindici! Ora le nostre case brillano perché non possiamo più vivere nello sporco dopo essere cresciuti qui. Di chi è la colpa adesso? Noi non ci siamo più!
Ma labitudine resta si infilò mio padre dalla stanza. Non ti giustificare con loro, Teresa. A noi va bene così. La tua vicina Ferrero si facesse i fatti suoi.
Marco tornò in cucina, si strinse le spalle e disse:
Basta. Io e Chiara abbiamo deciso. Domani andate in clinica.
Mamma si immobilizzò con la tazza sporca in mano.
Quale clinica? Stiamo bene!
No, mamma. Non è normale dormire in mezzo alla spazzatura. Vi abbiamo prenotato da un geriatra e da uno psichiatra. Potrebbe essere depressione o come si chiama la sindrome del collezionista.
O anche lAlzheimer. Abbiamo paura per voi, capite? Speriamo sia una malattia curabile.
Ci credete pazzi? finalmente papà si alzò dalla poltrona. I pantaloni avevano lorlo cascante, la canottiera piena di buchi. I vostri genitori in psichiatria?
Non in psichiatria, soltanto a fare degli esami Chiara si avvicinò a lui. Papà, guarda intorno. Questa è una discarica. Non vi dà fastidio?
Ci va bene così fu la risposta secca di mamma. Se non mollate, verremo ai vostri appuntamenti. Basta che la piantiate!
Così fu deciso.
***
Chiara e Marco passarono tutta la settimana successiva portando i nostri genitori dai migliori specialisti della città.
Speriamo solo che si tratti di depressione sussurrava Marco, appoggiato al muro della sala daspetto. Apatia, mancanza di forze… almeno si cura. Psicoterapia, antidepressivi…
Sì annuiva Chiara. O magari uno squilibrio ormonale. Perché se sono solo così… non so come farò ad accettarlo.
Nel gabinetto della psichiatra ci fecero entrare tutti assieme. La dottoressa, una signora di una certa età, studiò a lungo i risultati delle analisi, delle risonanze e dei test. I miei genitori avevano il volto impassibile.
Dottoressa? Chiara si inclinò in avanti. Ci sono disturbi?
La dottoressa si tolse gli occhiali e li posò con calma sul tavolo. Prima fissò noi, poi loro.
Ecco esordì ho eseguito ogni test. Ho controllato lafflusso di sangue al cervello, escluso demenza, verificato la tiroide. Depressione clinica non ne vedo.
I vostri genitori sono perfettamente orientati, memoria intatta, ragionamento integro.
Quindi? Marco aggrottò le sopracciglia.
La dottoressa sospirò.
Dal punto di vista medico, i vostri sono sani. Non cè diagnosi psichiatrica.
Ma vivono dentro una discarica! gridò Chiara. Non si può respirare!
Vedete la dottoressa lanciò unocchiata a mamma esiste la trascuratezza domestica. Ai vostri genitori non importa. Sono pigri.
Stanno bene così, per loro non ha senso sforzarsi. Si tratta di abitudini e scelte, non di malattia.
Un silenzio glaciale cadde nella stanza. Allimprovviso mamma sorrise trionfante.
Avete sentito? indicò noi Stiamo bene! La dottoressa lo ha detto! Ci avete credute dei matti.
Chiara trattenne a stento le lacrime. Sperava almeno fosse una malattia…
***
Riportammo i nostri a casa. In una sola settimana, la spazzatura era aumentata. In cucina, sul tavolo, bucce di patate lasciate lì da mamma; ci zampettavano sopra gli scarafaggi.
Allora, siamo a posto con gli esami? papà si ficcò nel suo nido di poltrona. Ora lasciateci vivere. Chiudete la porta andando via.
No papà sbottai. Niente è sistemato. Speravamo foste malati, che vi servisse aiuto. Invece siete dei maiali per vocazione, e allora la musica cambia.
Come ti permetti di parlare così a tuo padre?! mamma si avventò su di me. Sei impazzito?
Sentite. O fate pulizia, oppure vado in tribunale. Vi fanno sgomberare, mettiamo tutto a posto, e via.
Mamma urlò.
Ingrati! Vi ho cresciuti! Ho dedicato tutta la mia vita a voi, e ora mi costringete a imbracciare la scopa?!
Smettila, mamma! Chiara le si parò davanti. Siamo stati normali bambini. La pigrizia lhai sempre avuta. La colpa è sempre degli altri. Prima noi, poi il lavoro, adesso letà. Ma tu ti disinteressi di noi, di te stessa e di questa casa. Ti piace vivere nel marcio!
Sì, mi piace! urlò sbattendo la mano sul tavolo coperto dimmondizia, sollevando una nube di polvere. E allora? Cosa volete fare?
Torni qui a pulire di continuo? Non lo farai mai! Avete la vostra vita: urlerete un po, ma poi ve ne andrete. Io vivrò come voglio!
Prese una crosta di pane vecchio e la morse davanti a noi, ostentando.
Fuori! Non voglio vedervi. Psichiatri… Chiamateli per voi stessi!
Scambiai uno sguardo con Chiara. Nei suoi occhi cera solo dolore e delusione. Avrei voluto piangere.
Andiamo, Chiara dissi piano. Qui non cè più niente da salvare. La dottoressa aveva ragione. Non si può curare.
Uscimmo. Alle nostre spalle papà chiedeva di alzare la TV, mamma rideva sguaiata.
***
Non li vedemmo più per quasi due mesi. Poi, un lunedì, Chiara ricevette un messaggio dalla signora Ferrero:
Chiara, ci siamo. Sono arrivati.
Chiara non resistette e corse lì. Si fermò sul pianerottolo, osservando gli uomini in tuta bianca ed elmetto entrare nella quarantotto. I vicini erano tutti in corridoio.
È una cosa inaccettabile! sbottava una signora dellappartamento accanto. Non si riesce più a respirare in cucina, con quellaria impregnata dai loro miasmi! Fino a quando dobbiamo sopportare?
Mamma e papà furono fatti uscire di peso.
Vergogna! urlava mamma, cercando di divincolarsi. Io ho un certificato medico: sono sana! Non avete diritto di toccare le mie cose!
Gli addetti alla pulizia riempivano sacchi neri di rifiuti. Ce nerano a decine nel corridoio.
Una funzionaria dei servizi igienici rimproverò Enzo:
Come avete fatto a ridurre la casa così? Ci sono topi!
Mamma scorse Chiara e cominciò a gridare:
Chiara! Diglielo tu! strillava. Dì che non ci avete aiutato! Che tu e Marco ci avete abbandonati!
Chiara non rispose, si voltò e se ne andò. I vicini chiedevano lo sgombero della famiglia di animali, ma lei non ci badava più. Che facessero ciò che volevano.
***
Mamma e papà si fecero vivi la sera stessa. Mamma telefonò a Chiara dicendo che per qualche giorno non avevano dove dormire.
Nessuno sapeva quanto sarebbe durata la bonifica, e dopo la disinfestazione era comunque impossibile rientrare subito.
Chiara si rifiutò di ospitarli. Fece lo stesso Marco. Ormai, per noi figli, verso i nostri genitori era rimasto solo disgusto.
Quel giorno ho imparato che il rispetto per sé stessi e per le proprie radici si può anche perdere, quando dallaltra parte non resta nulla a cui aggrapparsi. Bisogna accettare che anche i genitori sono persone e che non sempre si possono aiutare.







