Forte e Indipendente: Una Donna Che Decide il Suo Destino

Forte e Indipendente

Durante i suoi anni universitari, Silvia aveva ascoltato in rete tanti coach e psicologi improvvisati che predicavano limportanza di essere una donna forte e indipendente, che non avesse bisogno di nulla dagli uomini. Così, aveva deciso di diventare proprio così.

Incontrò Marco, a cui piacque subito la sua “forza e indipendenza”. Al primo appuntamento, lui propose di dividere tutto a metà. Oh, quanto Silvia era fiera di non dipendere da un uomo!

Presto andarono a vivere insieme. Laffitto dellappartamento era diviso equamente, e per la spesa mettevano i soldi in una scatoletta. Se uno dei due portava qualcosa di goloso, laltro doveva contribuire. A volte capitava che Marco comprasse una torta, ma se Silvia non aveva i soldi per la sua metà, poteva mangiarla solo se gliela prestava, oppure rinunciarvi. Se invece era Silvia a comprare la famigerata torta, Marco pagava comunque la sua parte, anche se lei diceva di volerla offrire. Lui aveva sempre soldi, a differenza sua.

Marco amava darle lezioni su come spendere: *«Perché prendere lautobus per due fermate? Si può benissimo camminare. Perché comprare il salume costoso se cè quello più economico e ugualmente buono?»*

Se uscivano in macchina, Silvia pagava metà della benzina. Contavano tutto: quanti vestiti lavava, quante volte faceva la doccia, quanta elettricità consumava

Quando Silvia si ammalò, dovette prendere un congedo, comprare medicine e cibi specifici per la dieta. Finì tutti i suoi risparmi e dovette chiedere a Marco dei soldi per il cibo del mese successivo e per laffitto

Fu allora che Silvia capì: non era lei la “forte e indipendente”, era lui un tirchio.

La relazione si incrinò, e Silvia iniziò a cercare un altro appartamento. Durante la ricerca, conobbe un agente immobiliare, Enrico, che le trovò un bel posto a un prezzo onesto. Non solo, ma iniziò a corteggiarla. Pagò il trasloco e rifiutò di farsi ridare i soldi.

Al primo appuntamento, Silvia cercò di pagare il suo caffè, ma Enrico si mise un dito sulla tempia e la chiamò *«pazza»* quando provò a dargli i soldi per la benzina dopo che laveva accompagnata a casa.

Allinizio, Silvia si sentiva a disagio: non doveva dipendere da un uomo! Per questo, organizzò una cena per festeggiare il trasloco. Enrico arrivò con dei fiori, e il primo pensiero di Silvia fu: *«Quanto dovrò dargli per questi?»* Ma si riprese subito.

Da quel giorno, iniziò una storia damore. Con Enrico, Silvia scoprì che non doveva contare i soldi fino allo stipendio o preoccuparsi di non riuscire a pagare laffitto. Che poteva ammalarsi quanto voleva senza temere di rimanere senza cibo.

Silvia sposò Enrico. Ora è debole e dipendente, ma è davvero meraviglioso!

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Forte e Indipendente: Una Donna Che Decide il Suo Destino
Beh, almeno con la moglie mi è andata bene – Liduccia, ho appena dato le dimissioni! – chiamò sua moglie, il professor Paolo. – Mi terrai con te, un pensionato disoccupato? – Vediamo come ti comporti! – rispose Lidia. Al professor Oleg Paolo Scerbaccini, stimato docente di Matematica all’Università degli Studi di Milano, era arrivata un’email in cui si imponeva di assegnare il massimo dei voti a cinque studenti nell’esame di matematica superiore. Un paradosso tautologico spaventoso: la matematica superiore pretendeva i voti più alti… Il professore era avanti con gli anni e cresciuto nei valori più autentici della società italiana: meglio una vita dignitosa che piegarsi ai compromessi. Ma come si dovrebbe capirli questi ragazzi? Neanche il sei stiracchiavano! E se si presentavano a lezione, era già tanto… La sua coscienza da ex scout e cattolico convinto diceva tutt’altro. Ma c’era anche il rettore che non suggeriva, ordinava. Insomma: dai il trenta! E magari anche con la lode! E così sarai felice! Il professore, non giovane e non in perfetta salute (diabetico, iperteso, sovrappeso), come tanti oltre i settanta. Ma chi si preoccupa della sofferenza altrui? Gli studenti non lo amavano. Anzi, lo odiavano! Quando Liduccia, curiosa di cosa scrivessero sul marito, trovò la pagina delle recensioni, le mancò il fiato. Non per felicità, ma per orrore. Insulti di ogni lettera possibile, vietati ormai dalle piattaforme. Tutto perché pretendeva! E giudicava solo per merito. Secondo tanti “bamboccioni” – non doveva farlo: tanto l’università è privata! Paghi, passi! Ma qui non bastava pagare: dovevi anche studiare qualcosa! E questa non era l’intesa. Che razza di professore, davvero! C’era da chiedersi quanto avessero “investito” nella direzione, se arrivavano tali ordini. Non pensate che volessero sfruttare Paolo gratis. Sicuramente c’erano interessi da spartire. E ci provarono. Ma lui, astuto, amava gli scherzi: appena vide la busta in mano al rettore, capì subito il trucco. Recitò una rima che gli venne in mente: “Se prendi i soldi in nero, finisci col penale davvero!” E rifiutò la busta, mostrando subito la sua posizione civile: niente voti, ma scope per le strade! Il rettore, deluso, uscì. Oleg Paolo rimase senza soldi, ma con una grande soddisfazione morale, cara a chi è cresciuto nell’Italia migliore. Il professore era una specie di “italiano colobacino”: robusto, rassicurante, al contrario di quello della favola con la volpe… La morale: stattene a casa, perché cercare guai come Cappuccetto Rosso? L’anima italiana cerca sempre avventure… Oleg Paolo era prudente, mai in cerca di avventure. Eppure, lo trovavano. In quell’università insegnava da decenni: poi il carico era minimo, ma persino quello dava fastidio. Belle ragazze della segreteria annunciavano ordini sempre nuovi della direzione. Ordini aumentavano, paghe no! Da tempo si dovrebbe pagare la “nocività”. Le segretarie nulla sapevano di matematica, come spesso i capi. Ma per dirigere bastava il titolo! Tu dovevi sapere! E compilare scartoffie! Allora, la relazione annuale? Muoviti, musone! La segretaria lo guardava con disprezzo: che vuoi da quel dinosauro? Non sa cos’è “cringe”! Mai un “wow”! E i pantaloni? Negati! Dai, ormai tutti portano i jeans! Insomma, il lavoro dava solo soldi, non gioia: la gioia era la famiglia. Aveva una moglie amata, due figli e cinque nipoti. La storia con la moglie era speciale. La bella e ricciolina Lidia, all’inizio, non amava il giovane studente di matematica. Ma lui si era innamorato. Eppure Lidia accettò di uscire con lui, alla vigilia di Capodanno. Le inverni erano gelide. La prima cosa che chiese lui: – Hai messo la lana? Fa freddissimo! – La lana? – si stupì Lidia. – Sì: i pantaloni sono caldi? Lei arrossì, delusa. Non pretendeva rose: già tre garofani erano lusso. Nonostante il gelo, Oleg portò cinque garofani avvolti nel giornale. Glieli donò e li rimise al caldo: usanza diffusa. Come nel film amato: “I pantaloni gialli – tre volte ‘cu’!” Il film non era uscito, ma stessa cosa: i pantaloni caldi – tre volte ‘pu’! Si parlava d’alto: città, dighe, fisica e letteratura. E qui: pantaloni caldi. Che prosa! E la coppola? In inverno si usavano cappelli di pelliccia, la sua era troppo piccola. Poi Lidia seppe che lui non si curava del vestiario! Per nulla. All’epoca era quasi goffo: sembrava una caffettiera, con manico in cima… Lidia si sentì triste e scappò con una scusa, non si rividero più. Lui la ricontattò quattro anni dopo: si incontrarono per caso. E lui l’aveva amata sempre. Che dire di Lidia? A venticinque anni, ancora nubile. All’epoca ci si sposava presto. Com’è? Bella e single? Non c’era nulla di serio, uomini troppo irrequieti. I ricordi dei pantaloni caldi non le parevano più imbarazzanti. Alla seconda occasione, il dottorando Scerbaccini era cambiato: portava il cappello d’ondatra, mentre gli altri quello di coniglio. Lidia non era venale, ma lo guardò diversamente. Iniziarono a vedersi, presto fu la signora Scerbaccini e il sostegno del matematico: si innamorò dell’ironia di Oleg. Così il professore pensava alla moglie prima della lezione: che fortuna, averla! Doveva iniziare la lezione, ma mancava il quorum: su quindici, solo tre arrivati. Tanto, dicevano: “Pagato, dov’è il problema?” Non poteva aspettare: iniziò. Mezz’ora dopo arrivò uno studente straniero. – Perché il ritardo? – chiese il docente. – Ero in bagno, mal di pancia! – rispose sfrontato. – Mezz’ora? – chiese Paolo. – Di diarrea! – rispose senza scomporsi. Risate… Cosa fare? Nessun rispetto ormai! Mai visto. E nelle scuole? La lezione continuò: ma ormai la decisione era presa. Il professore decideva sempre con attenzione. S’intramurò nella decisione quando quello studente, all’appello, non rispose a nessuna domanda, eppure lui era tra i cinque “di raccomandare”… Stava lì, osservando il docente sfrontato: tanto il rettore aveva ordinato… Sai quanti soldi ho speso per te? Vedremo come te la cavi quando ti licenziano! – Perché non sa nulla? – chiese Paolo. – Son stato male! – E di che? – Mal di pancia! Sapete voi! Il bel barbuto ondeggiava sulla sedia… – Ah, vero! Mi ero dimenticato che lei è il capo degli infiltrati! Non si direbbe! – disse il professore e restituì il libretto senza firma. – Alla prossima! Lo studente ammutolito… Poi Paolo scrisse al rettore: “Volete i trenta? Dateli voi!” E fece le dimissioni, deciso a non presentarsi né a lavorare né a chiudere le pratiche. Basta lavoro, basta tutto! E adesso si arrangino: Scerbaccini era l’unico docente di matematica superiore all’Università… – Liduccia, ho dato le dimissioni! – chiamò sua moglie. – Mi vorrai con te, pensionato disoccupato? – Vediamo come ti comporti! – rispose Lidia. – Vuoi polpette o pesce per pranzo? – Siccome sono stato bravo, meglio le polpette! – scelse il professore. – Oggi fa freddo. Se esci, mettiti i pantaloni caldi! – Anch’io ti amo tanto! – sussurrò Liduccia.