La madre di Luca, senza preavviso, decise di trasferirsi da loro e si trovò davanti a una porta che non si apriva.
Luca, davvero vuoi il beige? Sembra la sala dattesa di una clinica, mette una tristezza infinita! Meglio quello con il riflesso dulivo, almeno dà calore al soggiorno, protestò Martina, ferma tra le corsie del negozio di fai-da-te, stringendo un rotolo di carta da parati e fissando il marito con occhi imploranti.
Luca, slanciato, con la schiena leggermente curva e gli occhiali scivolati sul naso, si sfregò il ponte con un gesto stanco. Da tre ore vagavano tra scaffali, indecisi sulla tappezzeria. La fatica della ristrutturazione del loro nuovo appartamento, comprato con un mutuo che li avrebbe legati per ventanni, li aveva sfiancati, ma era una stanchezza dolce. Finalmente nessun padrone di casa a dettare regole, nessuno a controllare ogni foro nel muro, nessun orario imposto.
Marti, va bene anche a righe viola, basta che oggi finiamo, cedette lui, abbozzando un sorriso esausto. Per me i colori sono tutti uguali. Limportante è che piaccia a te e che sia semplice da mettere.
Allora è deciso! esclamò Martina, lanciando il rotolo nel carrello. Prendiamo lulivo, ci abbiniamo delle tende di lino e sarà perfetto. Finalmente niente più consigli non richiesti.
Quella frase niente più consigli non richiesti era diventata il loro scudo. In cinque anni di matrimonio avevano cambiato mille case in affitto, e il primo anno, per inesperienza, lo avevano trascorso dalla madre di Luca, la signora Carmela. Martina rabbrividiva ancora al pensiero. La suocera era una donna invadente, rumorosa, convinta che tutto ruotasse intorno a lei. Sapeva tutto: come si prepara il ragù (Martina, secondo lei, sbagliava sempre), come si stirano le camicie (Martina lasciava le pieghe apposta per far sfigurare il marito), e quando era il momento giusto per avere figli (per Carmela, Martina era arida perché non era rimasta incinta subito dopo le nozze).
Fuggire dalla suocera per andare in affitto era stato un sollievo, anche se costoso. Ora, dopo anni di risparmi e lavoretti, avevano finalmente il loro rifugio.
Quella sera, carichi di pacchi, tornarono a casa. Laria profumava di intonaco e legno nuovo odore di rinascita. Ordinarono una pizza, stappando una bottiglia di Barolo, e si sedettero sul pavimento del soggiorno, fantasticando su come sistemare i mobili.
Non ci credo ancora, sussurrò Martina, poggiando la testa sulla spalla di Luca. Una casa nostra. Nessuno che entra senza bussare, nessuno che rovista nei miei cassetti. Ti ricordi quando tua madre mi spostava la biancheria perché non era piegata come si deve?
Luca fece una smorfia. Amava sua madre, ma ne riconosceva linvadenza.
Non pensiamoci, chiese lui. È lontana, nel suo paesino, con lorto, le galline, le amiche. Ha altro a cui pensare. La sentiamo una volta a settimana, basta e avanza.
Lidillio fu spezzato da un campanello insistente e autoritario. Era tardi, quasi le dieci. Non aspettavano nessuno, e coi vicini non avevano ancora confidenza.
Martina e Luca si scambiarono uno sguardo.
Aspetti qualcuno? sussurrò lei.
No. Forse una consegna sbagliata? O magari i vicini sotto, se facciamo troppo rumore?
Luca si alzò, si spolverò i pantaloni e si avvicinò allingresso. Martina, con un brutto presentimento, lo seguì.
Luca guardò dallo spioncino e si irrigidì. Le spalle tese, pronto a un colpo. Si staccò dalla porta e si voltò verso la moglie, il volto pallido.
Chi è? domandò Martina a fior di labbra, anche se il cuore già le suggeriva la risposta.
Mia madre, sussurrò Luca.
Cosa? Tua madre? Qui?
Sì. Con le valigie.
Il campanello suonò ancora, questa volta lungo, ininterrotto, come se qualcuno tenesse premuto apposta. Poi iniziarono i colpi decisi, da padrona di casa.
Luca! Apri! So che siete dentro, vedo la luce! Non fate finta di niente! la voce di Carmela trapelava anche attraverso la porta blindata.
Martina sentì un gelo dentro. Non era una semplice visita. La suocera viveva a duecento chilometri di distanza. Non poteva essere lì per caso. E le valigie…
Non aprire, disse Martina con fermezza, afferrando il braccio del marito mentre lui istintivamente si avvicinava alla serratura.
Marti, come faccio a non aprire? È lì fuori. I vicini sentiranno, Luca sembrava un ragazzino colto in fallo.
Luca, sono le dieci di sera. Non ha avvisato. È arrivata con i bagagli. Capisci cosa significa? Se apriamo, resterà qui. Per sempre.
Magari è successo qualcosa? Sta male?
Se stesse male avrebbe chiamato lambulanza, non avrebbe fatto duecento chilometri con le valigie. Chiedile dalla porta.
Luca sospirò e si avvicinò.
Mamma? Perché sei qui così tardi? È successo qualcosa?
I colpi cessarono.
Finalmente! Apri, che ho le borse pesanti e mi scappa la pipì! Siete barricati come in un bunker! rispose Carmela, offesa e impaziente.
Mamma, non aspettavamo nessuno. Perché non hai avvisato?
Ma che avviso, Luca? Sono tua madre! Serve linvito? Volevo farvi una sorpresa. Apri, dai, che i vicini penseranno che non fate entrare vostra madre!
Era la sua solita tattica: far leva sul giudizio degli altri e sul senso di colpa. Luca si avvicinò di nuovo alla serratura, ma Martina si mise tra lui e la porta, a braccia aperte.
No, sussurrò. Chiedile perché è venuta con le valigie.
Mamma, gridò Luca, cercando di essere fermo. Perché hai le valigie? Ti fermi a lungo? Qui cè polvere, lavori in corso, non cè posto per dormire.
Ma smettila! Dormo anche per terra, non mi spaventa. Sono venuta a stare da voi, Luca! Basta stare sola in paese. Vendo la casa, intanto mi fermo qui, vi aiuto, magari arrivano anche i nipotini. Ho già affittato casa mia, non ho dove tornare. Apri!
Martina chiuse gli occhi. Il peggior incubo si stava avverando. La suocera non era lì per una visita: aveva affittato la sua casa. Era una vera invasione.
Luca, disse Martina con voce bassa ma decisa. Se apri questa porta, io prendo le mie cose e me ne vado. Subito. Anche di notte.
Sei impazzita? Dove vai? È anche casa tua! sibilò Luca.
Appunto! È la MIA casa. Ho lavorato, ho fatto sacrifici. Non ho fatto un mutuo per tornare allinferno da cui siamo scappati. Ti ricordi quando ha buttato via le mie creme? Quando leggeva il mio diario? Quando mi chiamava pezzente? Non lo permetterò più.
Ma è mia madre! Non posso lasciarla sul pianerottolo!
È adulta. Ha scelto di affittare casa sua e venire qui senza chiedere, sperando che ci saremmo piegati. È manipolazione. Se entra ora, non se ne andrà più. Distruggerà la nostra famiglia, Luca. Scegli: o me, o i suoi capricci.
Dallaltra parte ripresero a bussare.
Luca! Martina! Siete sordi? Aprite subito! Mi viene la pressione! Volete la mia morte? Chiamo i carabinieri, dico che mi maltrattate!
Chiami pure, signora Carmela! urlò Martina. Chiami i carabinieri. Mostri la residenza. Lei qui non è residente, non ha diritti su questa casa. E noi abbiamo il diritto di non aprire a estranei di notte.
Cadeva un silenzio teso. La suocera non si aspettava che la nuora, sempre silenziosa, alzasse la voce.
Ah, ecco… la voce di Carmela cambiò, diventando velenosa. Sei tu, vipera, che metti mio figlio contro di me? Luca, senti come mi parla? Sei uomo o zerbino? Tua madre fuori dalla porta e questa comanda!
Mamma, non insultare Martina, disse Luca, finalmente deciso. Le parole della moglie lo avevano scosso. Martina ha ragione. Non si fa così. Non puoi trasferirti da noi senza chiedere. Abbiamo una sola stanza libera, laltra è piena di materiali. Lavoriamo, abbiamo bisogno di pace.
Ma quale pace?! Vi aiuto io! Cucino, pulisco! Vi faccio comodo!
Non ci serve aiuto, signora Carmela, tagliò corto Martina. Ci serve la nostra vita. Ha affittato casa sua? Bene. Ha la pensione e i soldi dellaffitto. Può prendere una stanza in albergo. O affittare un appartamento.
Albergo?! Affittare?! Buttare soldi?! Ma siete impazziti? Il figlio ha una casa e la madre deve andare in albergo? Ma dove siamo finiti!
Carmela iniziò a lamentarsi a voce alta, tanto che si sentì una porta aprirsi: un vicino si affacciò.
Che succede qui? chiese una voce maschile severa. Sono le undici, domani si lavora.
Oh, signore caro! Carmela cambiò subito tono. Guardi che figli! Non fanno entrare la madre! Sono venuta dal paese con i regali e mi lasciano fuori! Mi ospita lei, che non ce la faccio più?
Mamma, basta con questa sceneggiata, Luca arrossì fino alle orecchie, immaginando cosa avrebbero pensato i vicini. Ma non aprì. Ti chiamo un taxi per lalbergo più vicino e ti mando i soldi sulla carta. Domani ci vediamo in un bar e ne parliamo. Ma stasera non entri.
Io non me ne vado! Dormo qui, davanti alla porta! Così vi vergognate! Così tutti sanno che figli siete!
Martina si avvicinò al marito, posandogli le mani sulle spalle, sentendo che tremava.
Tieni duro, sussurrò. Se cedi ora, è finita. Ricorda quellanno. Ricorda le nostre liti. Vuoi rivivere tutto?
Luca scosse la testa.
Ti ho mandato cinquemila euro, mamma, disse forte. Prendi il taxi. Ti mando lindirizzo dellHotel Centrale via SMS. Ho controllato, ci sono camere libere. Se resti qui a fare scenate, chiamo io i carabinieri. Per disturbo della quiete pubblica.
Tu… tua madre… i carabinieri? la voce di Carmela tremava. Capì che i vecchi metodi non funzionavano più. Il figlio, sempre remissivo, era diventato un muro. E dietro quel muro cera Martina.
Ti voglio bene, mamma. Ma vivremo separati. È la nostra scelta. Vai in albergo. Domani vediamo come aiutarti, se davvero hai affittato casa.
Si sentì un fruscio, qualche singhiozzo, poi il rumore di una valigia trascinata.
Vi maledirò… borbottò Carmela. Dio vede tutto… Cresciuti per questo…
Si sentì lascensore. Le porte si aprirono, si richiusero, e il rumore si allontanò.
Solo allora Luca si lasciò scivolare a terra, coprendosi il volto con le mani.
Che incubo… sussurrò. Come farò a guardare la gente domani?
Tranquillo, Martina si sedette accanto e lo abbracciò. Hai protetto la tua famiglia. Questo è da uomo vero. I vicini… chi capisce, capisce. Gli altri non contano.
Rimasero seduti in silenzio per venti minuti, ascoltando la quiete. Il telefono di Luca trillò: era la banca, confermava il pagamento del taxi. Quindi se nera andata.
La notte fu agitata. Martina si svegliava di continuo, temendo che la suocera tornasse a bussare. Al mattino erano stanchi, ma decisi a non cedere.
Alle dieci Luca chiamò la madre. Non rispose. Richiamò lei dopo unora.
Siete contenti? la voce era gelida. In questo buco, con la pressione alta.
È un tre stelle, mamma, non esagerare. Ci vediamo in un bar tra unora?
Non voglio bar. Voglio casa mia.
Ma hai detto che lhai affittata?
Sì! urlò Carmela. Ho preso la caparra, ora devo restituirla, fare brutta figura, mandar via la gente. Tutto per colpa vostra! Pensavo di venire da mio figlio, invece sono venuta dai nemici.
Mamma, nessuno è nemico. Ma bisogna avvisare. E rispettare i nostri confini.
Confini… Che moda! Una volta si viveva tutti insieme e si stava bene. Ora ognuno per sé. Va bene, basta. Comprami il biglietto del treno. Quello della sera. Non voglio più vedervi.
Luca comprò il biglietto. Offrì anche di accompagnarla in stazione, ma Carmela rifiutò sdegnata, dicendo che non voleva più vedere suo figlio. Però i soldi per il viaggio e per la caparra li prese senza problemi.
La sera, quando il treno con la mancata coinquilina partì verso la provincia, Martina finalmente tirò un sospiro di sollievo. Guardava le luci della città dalla finestra.
Tornerà? chiese Luca, abbracciandola da dietro.
Non presto, rispose Martina. È troppo orgogliosa. Ora farà la vittima in paese, racconterà che labbiamo cacciata. Ma sai, Luca… non mi importa.
Nemmeno a me, ammise lui. Ieri, davanti a quella porta chiusa, ho capito che se lavessi fatta entrare, avrei perso te. E non voglio perderti.
Hai fatto bene, sorrise Martina. Perché io sarei andata via. Sul serio.
Quellepisodio segnò una svolta. I rapporti con Carmela si raffreddarono: ora chiamava solo per le feste, con auguri rapidi. La vicina, la signora Zina, riferì che in paese Carmela raccontava che la nuora aveva stregato il figlio. Martina ci rideva su.
Ma in casa loro regnava finalmente la pace. Misero la carta da parati color ulivo, comprarono le tende di lino. Dopo sei mesi, la stanza piena di scatoloni divenne una cameretta. Quando Martina scoprì di aspettare un bambino, pensò subito al colore della culla, non al giudizio della suocera.
Un giorno, passeggiando al parco, Luca disse:
Se quella sera avessimo aperto, forse oggi non saremmo più insieme.
Probabile, annuì Martina. A volte una porta chiusa è la miglior difesa per ciò che conta davvero.
La vita andava avanti. Imperfetta, complicata, ma loro. E le chiavi di quella vita le avevano solo loro due. Nessun duplicato sotto lo zerbino.
A volte, per difendere la propria serenità, serve la forza di chiudere una porta, anche se fa male.







