Ha sempre detto che ero la sua unica. Poi ho scoperto che aveva un’altra… sin dai tempi dell’università.

Ricordo ancora quando Marco mi assicurava che io ero la sua unica. Poi, con il passare degli anni, scoprii che la sua vita aveva unaltra storia, risalente ai tempi delluniversità.

Lo trovai per caso, mentre cercavo di stampare i biglietti per il concerto di Lucio Dalla. Il computer di Marco era bloccato; pensai fosse un nuovo aggiornamento e inserii il vecchio codice di accesso. Il desktop mostrava ununica cartella, senza nome, con la data di due giorni prima. La aprii, e un brivido freddo mi attraversò la schiena.

Allinterno cerano decine di fotografie della stessa donna: al mare di Rimini, in un bar di via Garibaldi, davanti a uno specchio. Selfie intimi, scattati con dolcezza, e in alcune compariva anche lui, lo stesso Marco che al mattino mi baciava la fronte chiedendomi se avessi voglia di qualcosa per cena.

Il primo pensiero fu che fosse un errore, forse sua sorella o una cugina. Ma bastarono pochi clic per aprire messaggi, file, date. La loro storia si intrecciava ben prima che noi ci incontrassimo, e non aveva mai avuto una conclusione.

Io ero soltanto una delle due, probabilmente quella che, per ventanni, ha vissuto nellinganno più grande.

Sapevo che Marco aveva avuto una giovinezza turbolenta. Studiò alluniversità di Bologna, era il cuore della compagnia, aveva mille amici e suonava la chitarra nei locali. Ammetteva di aver poco pazzo prima di incontrarmi, ma non entrava mai nei dettagli. Non insistevo: tutti abbiamo un passato.

Quando ci conosciamo, Marco aveva trentanni, io ventotto. Era maturo, calmo, affettuoso. Dopo un anno mi propose di sposarmi. Compremmo un appartamento in una zona di Napoli, nacque nostra figlia, e mai mi diedi motivo di dubitare di lui. Tornava puntuale, era premuroso, presente. Quando partiva per trasferte, mi mandava un messaggio: mi manchi. Io rispondo con un cuore e credevo di essere il suo tutto.

Ma quella donna era sempre stata al suo fianco.

Si chiamava Alessandra. Trovai la sua email, il cognome, perfino il numero di telefono. Il cuore mi batteva allimpazzata, la mente era un turbine di domande, ma temei ogni risposta. Prima di chiedere a Marco, tre notti passai senza dormire, facendo finta di andare tutto bene. Preparavo la cena, parlavo con la figlia, ricevevo pacchi, ma dentro di me tutto urlava.

Alla fine non ce la feci più. Mi sedetti di fronte a lui al tavolo da pranzo, lo guardai negli occhi e gli dissi:

Chi è Alessandra?

Rimase immobile. Dopo un attimo distolse lo sguardo, poi sorrise, ma non era il sorriso che conoscevo. Era un sorriso vuoto.

È una vecchia storia rispose niente di importante. Eravamo insieme alluniversità, ma è passato molto tempo.

E adesso? chiesi.

Il silenzio fu lungo, poi la sua voce si fece più profonda.

Non ci siamo mai lasciati.

Mi spiegò che non sapeva come fosse arrivato a quel punto, che aveva provato a rompere con lei più volte senza successo, che lei non si era mai sposata, che a volte si vedevano qualche volta allanno, a volte solo una volta, ma sempre.

Ti ho amata entrambe disse in modo diverso, ma ugualmente.

Volevo urlare, lanciare piatti, piangere, ma rimasi ferma, osservando luomo con cui avevo condiviso più di ventanni e che, in quel momento, ammise di aver vissuto una doppia vita.

Perché mi hai sposato? chiesi.

Perché ti amavo rispose senza esitazione e pensavo che tutto si sistemasse da sé.

Pensare di gestire due cuori, due mondi, due esistenze? La sua convinzione era così assurda.

Allora compresi che nulla di quello che avevamo vissuto era come lo immaginavo. Ogni anniversario, ogni viaggio, ogni risata condivisa aveva unombra di cui non ero a conoscenza.

Non feci scenate, non lo cacciai di casa, ma dissi una sola frase:

Non so più chi sei.

E uscii, facendo una passeggiata senza cellulare, lasciandolo con la sua cartella di foto e ricordi.

Passarono mesi. Non tornammo insieme, ma non ci separammo nemmeno formalmente. Marco scriveva lettere, mi inviava email, ma io non le leggevo, temendo che ogni parola fosse unulteriore menzogna.

Un giorno Alessandra si presentò alla porta con un mazzo di rose. I suoi occhi erano caldi ma stanchi. Ci sedemmo in cucina; mi fissò dritta e disse:

Credevo che non sapessi di me. Solo due anni fa mi ha confidato che eravate insieme. Scusa.

Rimasi senza parole. Due anni fa? Vuol dire che da diciotto anni lui credeva che io fosse lunica?

Capì allora che aveva mentito a entrambe. Costruiva tutto su mezze verità, su comodità, senza mai scegliere.

Io, invece, feci la mia scelta.

Chiesi la separazione. Non per sempre, ma abbastanza da respirare, per pensare a me stessa, non a lui.

Mi chiesi a lungo come non avessi visto tutto, ma forse non volevo vedere. Forse ero troppo innamorata, troppo fiduciosa.

Oggi so una cosa: non permetterò più a nessuno di vivere la propria vita a metà. Se devo essere lunica di qualcuno, lo sarò davvero, o non lo sarò affatto.

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Ha sempre detto che ero la sua unica. Poi ho scoperto che aveva un’altra… sin dai tempi dell’università.
Solo con il test del DNA! Di figli di altri non ne vogliamo, – ha dichiarato la suocera – Solo centomila euro! – ha sorriso Elisabetta. – Mi sembra che tu abbia valutato la libertà di tuo figlio un po’ troppo a buon mercato! Non è che magari riesci a raccattare anche duecentomila? – Se serve, li trovo, – ha sbottato Maria. – Quindi accetti? Se la questione è solo di soldi… – Maria, dimmi una cosa: ci hai pensato a lungo prima di propormi questo? – chiese Elisabetta. – Mettiamo da parte il discorso dei soldi per ora! Parliamo da donna a donna! – Ti risparmierei la predica, – disse Maria con la faccia storta, – nessuno è senza peccato! E tu, mamma di tanti figli, dovresti capire cosa si fa per il proprio bambino… – Quindi vuoi comprarmi? – ribatté Elisabetta. – O vuoi comprare la mia Dasha? Visto che siamo in difficoltà, pensi che basti pagarci e tutto vada a posto? E tuo Ivan prima ha riempito la testa di storie a mia figlia, l’ha messa incinta e ora… Nemmeno so come dirlo… Sparisce o corre sotto la gonna della mamma! Per sistemare le sue bravate! – Elisabetta, parliamo chiaro, – disse Maria. – Ivan ha solo diciotto anni! Non è pronto per una famiglia e un bambino. Deve studiare! Trovare lavoro! Come farà con il peso di una famiglia già sulle spalle? – E prima tuo Ivan non ci pensava, quando stava dietro a mia Dasha? – ironizzò Elisabetta. – Ora deve imparare a fare l’uomo responsabile! Ha fatto un figlio, ora si comporti da adulto! Altrimenti ci sono tribunali e alimenti… Maria rimase a bocca aperta. – Attenta che ti entra una gazza in bocca! – sbuffò Elisabetta. – E solo perché sto tutto il giorno a lavorare, non vuol dire che non vedo niente! – Io sono venuta in pace, – tentò Maria di calmarsi. – Sono pronta a pagare, come si dice, il disturbo! – E per cosa vorresti pagare? – chiese Elisabetta. – Per la gravidanza? O perché Ivan da due mesi scappa da Dasha? Vuoi pagare per l’aborto di mia figlia, o già ti prepari a versare le prime rate degli alimenti, quando Dasha partorirà? Maria si confuse. Ma l’ultima opzione non le piaceva per niente. Qualsiasi momento potrebbero venire a cercare suo figlio per il mantenimento! – Non confondermi! – Maria alzò il dito. – Offro soldi veri per chiudere questa storia una volta per tutte! Come lo risolvi, a me non importa! Fate aborto, tenete il bambino, datelo in affidamento, ma Ivan non deve essere coinvolto! Se i soldi non bastano, dimmi quanto vuoi! Se serve, chiederò un prestito a mio marito! – Maria, ma vai pure… – disse Elisabetta. – Io sono una donna perbene, non posso dirtelo in faccia dove andare. Tu, con una proposta del genere, di ‘perbene’ non ne hai mai sentito parlare! Quindi sai già dove andare, per quanto e dove ficcare i tuoi soldi! – Elisabetta, risolviamo con civiltà! – rispose Maria, furiosa. – Vai in pace! – concluse Elisabetta. – O ti mando il cane! Non era chiaro se Maria fosse riuscita a proteggere il figlio, ma finché Elisabetta era arrabbiata, sua figlia non avrebbe avuto contatti con Ivan. Così lui aveva tempo di riflettere e continuare a studiare. E se Elisabetta cambiava idea, Ivan ormai sarebbe stato lontano, spedito all’università in città. In città ci si può nascondere bene, per anni! Maria dovette trattenersi dal fare una scenata: – Guarda che orgoglio! Disdegna i soldi! E io sono venuta con le migliori intenzioni! E lei… il cane! Ma dai! Con gente come lei, nemmeno a sedersi nello stesso campo: ti stritola dal primo momento! Allora Maria non immaginava che la storia non fosse finita, ma appena cominciata. Anche se, in fondo, era iniziata un po’ prima. I genitori raramente scoprono i guai dei figli in tempo. Di solito troppo tardi per poter riparare le cose. Quando Maria ha sentito che ‘Ivan ha messo incinta Dasha’, le è mancato il respiro. – Che Ivan ci abbia provato con Dasha? Ma lei è… – per non dire stupidaggini, Maria si corresse subito – vien da una famiglia numerosa! Non ci ha mai pensato Ivan! – Ti dico quello che ho saputo, – disse Ignazia. – Se non credi a me, chiedi a tutti in paese! L’hanno già saputo tutti, tranne te! Maria si chiuse in casa sotto le risate di Ignazia. Né marito né figlio c’erano: erano andati nel bosco, sarebbero tornati tardi. Maria avrebbe dovuto fare le faccende, ma tutto le cascava dalle mani. Il pensiero della notizia di Ignazia non la lasciava. La notizia era proprio un incubo! – Ma perché? Per chi? Cosa ce ne facciamo? Si logorò tutta la giornata. E quando il figlio arrivò, partì l’interrogatorio: – Dove sei stato? Non ci sono brave ragazze in paese? Vane dovette confessare. Pensava di resistere fino a fine vacanze e scappare in città, dove faceva la scuola professionale. Lì sì che l’avrebbero perso di vista! Ma non si scampava dalla rabbia della mamma. Ivan piangeva e cercava di impietosirla. Ivan non era un bel ragazzo, non brillava, fisico mediocre. Nessuna attrattiva per le ragazze. Ma età e ormoni facevano il loro, e gli amici lo prendevano in giro che sarebbe rimasto zitello. – Ma Dasha ha detto di sì! – Dasha direbbe sì a chiunque! – sbottò Maria – Ha diciannove anni e i ragazzi la evitano! Chi si vuole legare a una famiglia di poveri? Sono in tanti, il padre è malato! Sposi Dasha e poi mantieni parenti per tutta la vita! – Mamma, è buona e dolce! – singhiozzava Ivan. – E che è brutta non ti ha frenato? – urlò Maria. – Ma come hai fatto… Ivan arrossì e abbassò gli occhi. – Ma che iella! – Maria si mise le mani nei capelli. – È successo solo un paio di volte… – confessò Ivan a bassa voce. – Bastano quelle! – rispose Maria indignata. – Tra poco si vedrà il risultato! Tu fra un anno devi andare all’università! Con un bambino addosso, ti mettono le alimenti! – Magari non è mio…? – provò Ivan. – Speriamo sia così, ma chi mai si prenderebbe Dasha, – sospirò Maria. – Comunque, se non riusciamo a trovare un accordo, solo il test del DNA! Di figli di altri non ne vogliamo! – E lei giurava che mi sarebbe rimasta fedele… – disse Ivan. – Speriamo ti abbia mentito! – borbottò Maria, prendendo il portagioie con i risparmi. – Grisha! Questa era una faccenda per il marito, quindi Ivan si allontanò. – Grisha, qui non c’è quasi niente! – gridò Maria. – C’è sul conto, – rispose calmo Grisha. – Fra una settimana scade. Te lo sei scordata? – Eh sì, c’è da perdere la testa! – disse Maria accasciandosi con il portagioie. – Hai sentito che ha combinato Ivan? – È cresciuto! – sorrise Grisha. – Prepariamo il matrimonio? – Sei fuori? Quale matrimonio? Con chi? – Maria quasi soffocava dalla rabbia. – Mai nella vita! Pagheremo per farcela scampare! Centomila bastano? – E che ne so io? – rispose Grisha. – Anche se, Elisabetta ora prenderebbe volentieri anche pochi soldi! – Ma con pochi centesimi non se ne esce, – scosse la testa Maria. Contò i contanti, poi pensò a quanto c’era sul conto. – Abbiamo duecentomila, – disse. – Ne offro cento, se vuole di più do duecento! Fra una settimana potremmo arrivare a cinquecento. Maria annuì, convinta del proprio piano. – Vuoi venire con me? – chiese Grisha. – Avessi sorvegliato meglio il figlio, non servirebbero ‘ste offerte! – sbuffò Maria – Vado da sola! *** La risposta di Elisabetta non chiarì molto, e chiedere a Dasha era inutile: non comandava niente. Ivan terminò le vacanze senza problemi e se ne andò in città per studiare. Gli vietarono di tornare prima dell’estate successiva. Fuori dal paese, Ivan era fuori discussione. La gente parlava solo di Dasha, che si vedeva incinta, poi con il bambino. E se la prendevano con Elisabetta. – Non è riuscita nemmeno a farsi dare l’assegno! Ora dovranno digiunare! Elisabetta sentendo queste chiacchiere rispondeva che non erano affari loro! – Non chiediamo l’elemosina! Ce la faremo lo stesso! A fine giugno Ivan tornò al paese, ma i genitori lo tenevano in casa. Tanto, appena terminati gli esami, sarebbe tornato in città. Non doveva farsi vedere! Ivan però fallì gli esami, neanche a pagamento lo presero. – Grisha, vai dal maresciallo e vedi di trovare una soluzione! Se lo mandano in militare, si dimentica tutto! Magari l’anno prossimo ci riprova! Non ci fu modo di evitare la leva. E dato che Grisha insisteva, si prese qualche botta e anche quindici giorni fuori. Al suo ritorno, spiegò come Ivan poteva ottenere la dispensa: – Basta che si sposi con Dasha e riconosca il bambino! Finché il figlio non compie tre anni, la leva è sospesa! Poi ne fa un altro, altra dispensa! E così via, finché non raggiunge l’età! – Ti hanno fatto perdere il cervello! – gridò Maria. – Non augurerei simili parenti nemmeno al peggiore nemico! – Allora andrà a militare! – rispose Grisha. Maria non voleva il figlio in militare, meno ancora sposato con Dasha. Ma non c’erano alternative. – Andiamo a chiedere pietà, – si arrese Maria. – Grisha, prendi i soldi! – Dopo che ti ha mandata via? – rideva Grisha. – Con tutto quello che si è sentita in questo anno? Magari è meglio lasciarlo fare il militare! Non voglio che Elisabetta ci faccia il giro del paese! – Mi inginocchio! E anche tu! – aggiunse Maria. – Chiederemo, pregheremo! – Non ci credo che lei accetti, – scosse la testa Grisha. – Non dopo tutto questo! Meglio mandare Ivan a vivere in montagna fino a trent’anni! – Prendi i soldi e andiamo! – ordinò Maria.