Abbiamo deciso che la vostra recinzione si trova sulla nostra terra” – dichiarò il vicino, arrivando con due operai.

Abbiamo deciso che il tuo recinto è sul nostro terreno annunciò il vicino, accompagnato da due operai.
Le tue galline di nuovo nei miei orti! È la terza volta questa settimana! Non vi siete mica impazziti?

Grazia Bianchi stava sulla porta del cancello, stringendo in mano una mazzetta di carote smagliate. La vicina Lidia, una donna robusta avvolta in un accappatoio a fiori, sbuffò:

Che importa le galline! Vanno dove vogliono, non le si può fermare!

Allora mettile nel pollaio! Ho piantato il mio orto per tutto maggio!

Allora ripara il tuo recinto, così non si aggireranno più rispose Lidia, voltandosi verso casa sua. Tutte le lamentele, lamentele. Vivi così e sii felice.

Grazia voleva rispondere a denti stretti, ma si trattenne. Litigare con Lidia era inutile; quella donna poteva discutere per ore, convincendo che il nero fosse bianco.

Ritornata al suo orto, Grazia constata il danno: le carote erano sbriciolate, le zucchine schiacciate, le cipolle sradicate. Le lacrime le salivano alla gola. Aveva curato ogni piantina, e in mezzora quelle galline le rovinavano tutte.

Il borgo di San Pietro era piccolo, con una trentina di case, tutte conosciute a memoria. Grazia vi aveva vissuto tutta la vita: era nata lì, si era sposata, aveva avuto una figlia chiamata Ginevra. Suo marito, Marco, era morto cinque anni fa per un infarto. Ginevra era partita da giovane per Milano, si era sistemata, aveva messo su famiglia, e tornava solo ogni due mesi per un weekend.

Grazia rimaneva sola con la casa, lorto, le galline e una capra. Si manteneva con la pensione e con i piccoli guadagni dallorto. Ginevra la aiutava con qualche soldo, ma Grazia cercava di non chiedere troppo; la figlia aveva le proprie spese e il nipotino da crescere.

Lidia era arrivata tre anni prima, acquistando la casa della vecchia Antonella, che si era trasferita in città con il figlio. Allinizio i due si salutavano, scambiandosi torte di ricotta. Poi però cominciarono le “piccole” seccature: le galline di Grazia finivano nel suo giardino, la spazzatura attraversava il muro, la musica a volume da far vibrare le finestre.

Ma queste erano solo le scintille rispetto a quello che sarebbe accaduto dopo.

Dietro la casa di Grazia, lungo la strada, sorgeva una vecchia dimora cadente, vuota da una decina danni. Il proprietario era morto senza eredi e la casa cadeva a pezzi. Una primavera arrivarono degli acquirenti, demolirono la vecchia struttura e iniziarono a costruire una nuova abitazione.

Grazia osservava i lavori con curiosità. Il nuovo edificio saliva a due piani, di mattoni, con grandi vetrate. I muratori lavoravano dallalba al tramonto, il mixer di cemento ruggiva, i camion andavano e venivano.

Verso fine estate la casa era quasi finita. Arrivarono i nuovi proprietari: un uomo di circa quarantacinque anni, alto, vestito elegantemente; una donna più giovane, slanciata, anchessa ben vestita; e un ragazzino di dieci anni.

Grazia decise di farsi conoscere: preparò una torta di mele e attraversò la strada. Il cancello non era ancora stato installato, solo i pali. Entrò nel cortile, dove luomo rovistava nella sua auto.

Buongiorno si avvicinò Grazia. Sono la sua vicina, dalla casa di lì. Grazia Bianchi.

Luomo si raddrizzò, la guardò.

Buongiorno, sono Antonio Vercelli rispose, senza stringere la mano, probabilmente a causa del suo vestito semplice e dei pantofole consumate.

Ho portato una torta gli porse la confezione. Di mele. Si accomodi pure.

Antonio afferrò la torta con un gesto quasi disgustato.

Grazie, la terrò da parte.

Uscì la donna, lo guardò con un sopracciglio alzato.

Chi è?

Una vicina rispose Antonio. Ha portato una torta.

La donna scrutò Grazia con unaria di supremazia tale da farla sentire una mendicante.

Capito. Grazie, signorina. Può andar via.

Grazia si ritirò, arrossita. Nessuno aveva mai usato quel tono con lei. Si allontanò tornandosi indietro, sentendo le guance bruciare.

Da quel giorno i nuovi vicini non parlarono più con lei. Si chiusero in sé, installarono un alto recinto intorno al loro lotto, telecamere, allarme: sembrava una fortezza.

Grazia cercò di ignorare tutto. Che cè da fare? Sono ricchi, che vuoi?, pensava, ma almeno non la disturbavano.

Una mattina il cancellino bussò. Indossò il vestito da casa e uscì. Lì cerano Antonio e due operai in tuta.

Buongiorno, Grazia Bianchi disse Antonio, senza un briciolo di cordialità. Abbiamo deciso che il suo recinto è sul nostro terreno. Abbiamo misurato: invade di un metro e mezzo la nostra proprietà.

Grazia rimase senza parole.

Che recinto? Che metro e mezzo?

Questo, indicò il vecchio recinto di legno che separava i due appezzamenti. Secondo i documenti la linea di confine è qui. Puntò verso la casa di Grazia.

Ma quel recinto è qui da trentanni! Lho messo io, insieme a Marco!

Il tempo non conta. Ciò che conta è che occupa la nostra terra.

Da dove lo prendete?

Antonio tirò fuori una manciata di fogli.

Ecco il piano catastale. Vede? La nostra linea è qui, la sua è lì. Quindi un metro e mezzo di più è nostro.

Grazia prese i fogli, ma i numeri e le linee le erano indecifrabili.

Non capisco. Il mio lotto è sempre stato così.

È così o no, ora occupa la nostra zona. Vogliamo che sposti il recinto.

Spostarlo? Ma siete matti! Cambiare tutto il recinto!

È un vostro problema. Avete due giorni: o lo fate voi, o lo demoliamo noi.

Grazia sentì la terra svanire sotto i piedi.

Non avete diritto!

Lo abbiamo. È la nostra terra. Se non lo fate da sola, andremo a far valere la legge.

Antonio si allontanò, seguito dagli operai. Grazia rimase al centro del cortile, stringendo quei fogli incomprensibili, la testa che girava. Cosa fare? A chi rivolgersi?

Il primo passo fu chiamare la figlia.

Ginevina, ho un problema. I vicini dicono che il mio recinto è sul loro terreno.

Mamma, che vicini? Che recinto?

Grazia raccontò a balzi Antonio, i documenti, le minacce.

Non può essere. Quellostacolo è lì da trentanni, lo ha messo Marco, lo ricordi?

Già, è vero. Allora è tutto in regola. Stanno solo facendo il prepotente.

Cosa devo fare?

Ginevina pensò un attimo.

Hai i documenti della casa? Il titolo di proprietà?

Certo, li ho.

Guardali, dovrebbero indicare i confini.

Grazia trovò una vecchia cartellina con il titolo. Cerano numeri, ma non ne capiva il senso.

Devi chiamare un geometra, farlo venire a fare misure corrette. E non spostare nulla, né demolire il recinto.

E se loro lo demolissero?

Che provino. Chiama subito la polizia.

Messa giù la cornetta, Grazia si domandò dove trovare il geometra. Chiamò Lidia, laltra vicina, che abitava nella casa accanto.

Lidia, sai dove trovo un geometra?

Ma cosa succede?

Grazia spiegò. Lidia sbuffò.

Accidenti, sono proprio audaci! Un metro e mezzo?! Quello è sempre stato lì!

Dicono solo di avere dei fogli, ma noi conosciamo la storia.

Vai al consiglio del paese, il presidente è il signor Vittorio. Ti aiuterà.

Così fece. Si vestì un po meglio e si diresse al consiglio. Il presidente, Vittorio, un uomo di sessantanni, lascoltò pazientemente.

Capito. Qui nel nostro territorio cè un geometra del catasto, le do il numero. Lo chiami e gli spieghi la situazione, verrà a fare le misure e dirà la verità.

È costoso?

Non è uno straccio. Circa cinquemila euro.

Grazia inghiottì, cinque mila euro, quasi metà della pensione. Ma doveva fare qualcosa.

Chiamò il geometra, che promise di venire il giorno dopo.

Non fare nulla finché non arriva, né lasciarli toccare il recinto gli consigliò al telefono.

Ritornata a casa la tensione era alta. Aveva vissuto lì tutta la vita, senza creare problemi a nessuno, e adesso degli sconosciuti le reclamavano il terreno.

Nel pomeriggio di nuovo bussò il cancello. Era Antonio.

Hai deciso?

Non ho deciso nulla. Ho chiamato il geometra, lo farò venire a verificare.

Antonio sorrise, beffardo.

Un geometra? Non servirà a nulla. Ho tutti i documenti a posto, la zona è delimitata legalmente.

Allora mi mostri dove pensa che sia la mia linea?

Ascolti, signora passò a tono più autoritario. Perché spendere soldi? Sposti il recinto di un metro e basta, così ci troviamo tutti contenti.

Spostare di un metro? Allora lorto non mi rimarrà più quasi nulla!

Allora lo faccia più piccolo. Ha tanto bisogno? È sola, no?

Grazia sentì il sangue ribollire.

È il mio terreno, la mia casa. Nessuno può dirmi cosa fare!

Possiamo, se lei viola i confini. Questo è tutto, la avverto: ho una settimana. Dopo agirò diversamente.

Antonio se ne andò. Grazia tornò in casa e scoppiò in lacrime. Così ingiusto, così amaro. Aveva passato tutta la vita qui e ora questi arrabbiati volevano strapparle un pezzetto di terra.

Quella notte non riuscì a dormire. Pensava a cedere, a spostare il recinto, ma era ingiusto!

Al mattino chiamò Ginevina.

Mamma, come va?

Ho chiamato il geometra, arriverà domani.

Bene. Sei sicura di dove era il recinto?

Certo. Marco piantava i pali con il metro.

Ci sono altri vicini dallaltra parte? Forse confermeranno?

Lidia, che è qui da sempre, dovrebbe ricordare.

Chiamala quando arrivi il geometra, così può testimoniare.

Il giorno stabilito il geometra, un uomo di cinquantanni con gli occhiali, arrivò con uno strumento laser. Grazia lo accolse, chiamò Lidia.

Mostri i documenti del lotto? domandò il geometra.

Grazia gli porse la cartella. Luomo lesse a lungo, annotò.

Il vostro lotto è di ventiquattro centiare. Ecco i confini. Ora misuriamo.

Camminò per il terreno con il laser, segnando punti. Lidia osservava.

Allora? chiese Grazia, impaziente.

Calcoliamo.

Dopo venti minuti, il geometra alzò lo sguardo.

Il recinto è al posto giusto. La linea di confine coincide con il muro.

Grazia tirò un sospiro.

Davvero?

Assolutamente. Guardi il disegno mostrò il foglio. Nessun metro e mezzo di invasione.

Allora da dove il vicino ha tratto il suo ragionamento?

Il geometra scrollò le spalle.

Non lo so. Forse i suoi cartografi hanno sbagliato, o forse vuole solo prendere terra.

Cosa faccio adesso?

Le fornirò una perizia ufficiale con timbro. La consegnerà al signor Vercelli. Se tornerà a fare problemi, lei può denunciare.

Pagò i cinquemila euro e tornò a casa.

La sera bussò al nuovo cancello di ferro. Antonio uscì.

Buona sera.

Il geometra è venuto, ha confermato che il recinto è corretto. Ecco il certificato.

Antonio prese il foglio, lo scrutò.

Io ho il mio certificato.

Il suo è errato. Ecco il documento ufficiale, con timbro.

Anchio ho un certificato ufficiale.

Grazia non sapeva più che dire.

Non può essere. Qualcuno sta mentendo.

Antonio sorrise di nuovo.

Facciamo così: sposti il recinto di un metro, non di un metro e mezzo, e chiudiamo la questione.

Perché dovrei spostare? È tutto a posto!

Anchio ho ragione, ma faccio un compromesso. Un metro invece di un metro e mezzo. Va bene?

Nessun compromesso! È il mio terreno!

Antonio si incrinò.

Va bene, altrimenti andiamo in tribunale. Vedremo chi ha ragione.

Andate pure! Non ho paura!

Grazia se ne andò, le mani tremanti. Il tribunale? Non laveva mai visto in vita sua.

Chiamò di nuovo Ginevina, le raccontò.

Forse devo andare da un avvocato. Che mi consigli?

Cè lavvocato Pietro Santini, è bravo, ma costa. Lo trovi al tribunale di provincia.

Grazia annotò il numero e fissò un appuntamento per il giorno dopo.

Il giorno dellincontro, in un piccolo ufficio, Pietro, un uomo di quarantanni in completo grigio, ascoltò la storia e sfogliò i documenti.

È chiaro. Il vostro titolo di proprietà indica i confini corretti, così come la perizia del geometra. Laltro ha un piano difettoso o addirittura falsificato.

E se mi citano in giudizio?

Se ci portano in tribunale, difenderemo il suo diritto. Il costo è una somma, ma vale la pena difendere la sua terra.

Grazia inghiottì, i cinque mila euro erano quasi tutta la sua pensione. Disse di non potercelo permettere.

Allora farà da sola, ma senza avvocato sarà più difficile.

Scese dallufficio scoraggiata. Il giorno successivo, due operai con picchetti comparvero davanti al suo recinto, piantando picchetti sul terreno.

Che state facendo? chiese Grazia, furiosa.

Il signor Vercelli ha ordinato di marcare il confine rispose uno. Qui ci sarà il nuovo muro.

Levatevi! Non ho dato il permesso!

Non facciamo altro, signora, solo i picchetti.

Chiamo la polizia!

Gli operai si scambiarono sguardi, scrollandosi le spalle.

Chieda pure, signora.

Grazia corse dentro, afferrò il telefono e chiamò i carabinieri. Il turno rispose e disse che avrebbe mandato lispettore.

Lispettore arrivò un’ora dopo: un giovane di venticinque anni, dal sorriso un po forzato.

Che succede?

Grazia gli mostrò i documenti, la perizia. Lispettore li esaminò.

Capisco. Dove sta il signor Vercelli?

Lì, nella casa nuova.

Andò a bussare. Dopo dieci minuti tornò.

Loro hanno anche dei documenti, ma sta a voi risolvere la questione. Se non trovate un accordo, dovrete andare in giudizio. I picchetti non sono illegali finché non si costruisce il muro.

Grazia, frustrata, tornò al cancello, aspettAlla fine, Grazia si sistemò sulla sua sedia a dondolo, guardò il tramonto dipingere di rosso i campi circostanti e, con un sorriso soddisfatto, capì di aver difeso la sua terra e il suo orgoglio, perché a volte la più grande vittoria è semplicemente poter continuare a vivere tranquilla nel proprio angolino di paradiso.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

10 + 11 =

Abbiamo deciso che la vostra recinzione si trova sulla nostra terra” – dichiarò il vicino, arrivando con due operai.
La Solitudine e le Sue Variazioni: Un Viaggio nell’Anima Italiana