Olga viveva da alcuni anni in una piccola casetta ai margini del villaggio. Tuttavia, ogni volta che sentiva una cosa del genere, scoppiava a ridere:

14 aprile 2025

Vivo da diversi anni in una casetta modesta ai margini del borgo di San Pietro. Quando la gente mi chiama sola, mi scoppia una risata: «No, non è così! Ho una grande famiglia!» I contadini del paese sorridono e annuiscono, ma dietro di me si scambiano sguardi, facendo il gesto di chiudere una mano allattaccatura della tempia, come a dire: «Quella donna è strana, la sua famiglia è solo una bestiola». Proprio a quelle bestiole mi riferisco quando parlo della mia famiglia. Non mi importa del giudizio dei paesani, che credono che, se si tiene animali, debbano essere bestiame o pollame, oppure un cane da guardia e un gatto per i topi.

Io ho cinque gatti e quattro cani. E, credetemi, tutti vivono dentro la casa, non in cortile come dicono gli altri. Si racconta tra vicini perché sanno che parlare con una pazza è inutile; io mi limito a sorridere e a rispondere: «Basta strade, qui a casa siamo tutti felici».

Cinque anni fa ho perso marito e figlio nello stesso giorno, in un tragico incidente sulla autostrada: il loro ritorno da una battuta di pesca è finito quando un camion carico è venuto contro la loro auto. Quando ho ricominciato a respirare, ho capito che non potevo più restare nellappartamento che mi ricordava loro, né camminare per le stesse vie e i medesimi negozi. E poi cerano quegli sguardi compassionevoli dei vicini

Sei mesi dopo ho venduto lappartamento e, con la gatta Duse, mi sono trasferita in un piccolo villaggio, comprando una casetta ai margini del bosco. D’estate curavo il orto, e quando l’inverno è arrivato ho trovato lavoro nella mensa del centro sociale. Da lì ho portato a casa, a poco a poco, tutti i miei animali. Alcuni mi hanno seguito chiedendo lelemosina alla stazione, altri venivano alla mensa in cerca di cibo.

Così si è formata, intorno a me, una grande famiglia di anime affini, un tempo sole e afflitte, che il mio cuore ha curato. Lamore e il calore sono stati più che sufficienti per tutti. Il cibo non è mai stato abbondante, ma è bastato. Ho capito che non potevo continuare a portare animali a casa allinfinito e, più volte, mi sono promessa: «Non ne prenderò più».

Marzo è finito, e con i giorni di sole è tornato febbraio, coprendo il terreno di neve spessa e pungente, soffocando i passanti tardivi e urlando con il vento gelido durante la notte. Sono corsa verso lautobus delle sette ore, lultimo servizio serale per il mio paesino. Avevo due giorni di riposo davanti, così dopo il lavoro sono passata nei negozi, riempiendo le borse di cibo per me e per la mia famiglia pelosa, portando anche qualche cosa dalla mensa. Le due braccia portavano sacchi pesanti.

Tenendomi la promessa, cercavo di non guardare altrove, pensando ai miei animali che mi attendevano a casa, lasciandomi scaldare da quel pensiero. Ma, come dice il detto, «solo il cuore ha gli occhi», e quel cuore mi ha fermato a pochi passi dal bus. Sotto una panchina giaceva un cane. Lo fissava con gli occhi vuoti, quasi di vetro, coperto di neve. Persone passavano di fretta, avvolte in sciarpe e cappucci. Nessuno lo vedeva?

Il mio cuore si è stretto dolorosamente; ho dimenticato lautobus e le promesse. Sono corsa alla panchina, ho gettato le borse e ho allungato la mano al cane. Il suo sguardo si è lentamente animato. «Grazie al Signore, è viva!» ho esalato. «Vieni, piccola, alzati, vieni con me»

Il cane non si muoveva, ma non opponeva resistenza mentre lo sollevavo. Era quasi rassegnato, pronto a lasciare questo mondo crudele. Non ricordo più come sono riuscita a trascinare le borse e il cane verso la stazione, ma una volta dentro mi sono accoccolata nellangolo più remoto dellattesa, accarezzando la piccola bestiola, riscaldandone le zampe gelate. «Forza, piccola, risvegliati, ancora dobbiamo arrivare a casa. Sarai la quinta per tenere il conto», mi dicevo.

Dalla borsa ho tirato fuori una polpetta e lho offerta. Allinizio rifiutò, ma riscaldata dal mio tocco ha cambiato idea: il naso si è mosso, gli occhi si sono animati e ha ingoiato. Dopo unora, il cane e io stavamo ancora alla fermata, lautobus era già partito. Ho improvvisato un collare con la cintura e una corda; il cane, ormai chiamato Milla, mi seguiva già aderente ai piedi, quasi incollata.

Dieci minuti più tardi, incredibilmente, ci siamo sistemati sul sedile caldo di un’auto ferma. «Oh, grazie! Non si preoccupi, metterò il cane sulle ginocchia, non spargerà nulla», ho balbettato. Il conducente ha risposto con un sorriso: «Non cè problema, lasci che si sieda sul sedile, non serve sulle ginocchia. È una cagnolina grossa». Milla si è accoccolata tremante sulle mie ginocchia, miracolosamente riuscendo a stare lì.

«È più caldo così», ho detto, sorridendo. Luomo ha annuito, ha guardato il collare attorno al collo di Milla e ha alzato di grado il riscaldamento. Viaggiavamo in silenzio, io stringevo la cagnolina che si scaldava, osservando i fiocchi di neve che sfrecciavano sotto i fari, luci bianche nella notte.

Il guidatore, di tanto in tanto, scrutava il mio profilo, la donna che teneva stretta la sua salvezza a quattro zampe. Ho capito che aveva intuito il motivo del mio viaggio. Era un po stanca, ma serena e felice. Ha fermato lauto davanti a casa, mi ha aiutata a portare le borse. La neve era talmente alta da farci spingere con la spalla la vecchia cancello, le cerniere arrugginite si sono spezzate e il cancello è caduto sulla sua spalla.

«Non ti preoccupare», ho sospirato, «è ora di ripararlo». Dal dentro la casa sentivo un coro di abbai e miagolii. Ho affrettato ad aprire la porta e lintera famiglia è balzata fuori verso il cortile. «Mi avete persa? Sono qui, dove mi portate! Ecco il nuovo arrivo»

Milla, timida, sbucava da dietro le mie gambe. Gli altri cani scodinzolavano, annusando le borse ancora tenute dalluomo. «Entrate, se la nostra grande famiglia non vi spaventa. Volete del tè?», ho detto. Luomo ha posato le borse, ma è rimasto fuori: «È tardi, devo andare. Ma nutrite la famiglia, li aspettavo».

Il pomeriggio successivo, poco prima di pranzo, un rumore ha rotto il silenzio del cortile. Ho indossato la giacca e sono uscita; era lo stesso guidatore di ieri, fissando nuovi cardini al cancello, con gli attrezzi sparsi intorno. «Buongiorno! Ieri ho rotto il cancello, sono tornato a sistemarlo Mi chiamo Vladimir, e lei?» ho risposto. «Livia»

Il suo sguardo si è soffermato sui miei animali curiosi, che lo hanno annusato mentre si accovacciava. «Livia, non stia lì fuori, entri in casa. Finisco presto e poi potremo prendere del tè. Ho anche una torta in macchina e qualche leccornia per la sua grande famiglia».

Il giorno si è concluso con una tazza di tè, una fetta di torta e il rintocco di risate felici provenienti dal cortile, mentre la neve continua a cadere leggera sul villaggio.

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