— Dammi una seconda possibilità, — si lamentò di nuovo la ragazza, estraendo un fazzoletto dal suo piccolo taschino e asciugandosi rapidamente il naso.

Dammi un altro turno, ripeté la ragazza, tirando fuori dal piccolo taschino un fazzoletto di carta, pulendosi il naso con velocità.
Il fazzoletto era bianco, con un sottile bordo azzurro e dei fiori ai quattro angoli.

«Che toccante», pensò il professor Andrea Bianchi. «Ah! Come capisco bene che non sopporto le lacrime femminili!»

Nessuna speranza, Daria. Prova l’anno prossimo, cara. Intanto, ti propongo di diventare infermiera in ospedale. Il lavoro è sporco, duro, ma ti darà una vista dallinterno, dove davvero si lavora. Vedi, tutti noi disse Andrea, scrutando il cortile dellistituto pieno di studenti immaginiamo il camice candido, gli strumenti scintillanti, i corridoi sterili e luminosi. E noi, semidioi, annuiamo ai pazienti, mentre loro ci guardano supplichevoli, quasi sottomessi. È così? il professore si chinò sotto il cappellino di stoffa della ragazza, fermandosi un attimo. Quante lentiggini hai, Ginevra! Il sole ti bacia, ti ha accarezzata tutta.

Allora scoppiò a ridere. Gli sembravano divertenti quelle piccole lentiggini dorate sul viso della giovane e il pensiero di un sole che la baciava a bocca aperta, mentre sua moglie festeggiava il compleanno e quella sera sarebbero partiti per la cascina dove nuotavano persici e lucci agili. Le api ronzavano nei loro alveari, e Andrea, con la loro compagnia, sembrava insegnare loro il senso della vita.

Daria, con gli occhi spalancati, si accigliò. «Professore, sta ridendo Strano. È tutto così sbagliato, non va bene! Mi stavo preparando, ma ho confuso tutto, mi sono messa in imbarazzo davanti alla commissione, stringendo il biglietto sudato tra le mani tremanti, temendo di alzare lo sguardo.»

Ehm Scusi, non rido di lei. Lei, Daria, è una ragazza molto bella si aprì Andrea, imbarazzato. Facciamo un gelato? Non ce la faccio, fa troppo caldo! tirò su il colletto della camicia, incrociando sotto lascella la vecchia cartella. Ma non è per un ristorante o un teatro, è solo per un gelato. Ecco, i soldi frugò nella tasca dei pantaloni sotto il cappotto di lana, tirò fuori delle banconote stropicciate. Vai a comprarlo per me e per te. Ti aspetto sul balcone.

Ginevra alzò le sopracciglia, scrollò le spalle.

Che tipo preferisci? chiese sottovoce.

Qualunque, ma in fretta. Se rimango qui, il posto si inzupperebbe, e non ti metterò a fare linfermiera. Corri, Daria!

Andrea osservò con piacere mentre la giovane si avvicinava, con i suoi piccoli piedi tremolanti, verso il chiosco dei gelati.

Che ragazza, proprio una bambina! commentò, scuotendo la testa. Da dove spunta tutta questa energia?

Seduto su una panchina, accanto alla sua valigetta, il professore estrasse dalla giacca un altro fazzoletto, più grande, a quadri verdeazzurri, brutto da vedere. Si pulì il fronte, poi la gola, imbronciandosi. Che schifo essere sudato, stanco, vecchio. Che fastidio sentirsi grande accanto a una fanciulla così delicata. E non perché voglia flirtare, ma perché la vita mi ha lasciato solo a guardare giovani come lei, coraggiose, testarde, sicure.

Daria rimase lì, imbarazzata.

Perché mi studia così? chiese, porgendo al professore un cono di crema avvolto in carta.

E per me? sbuffò Andrea, guardando le sue mani vuote. Avevo detto di prenderne due! Non ascolti!

Il suo sguardo divenne fisso, come quello di una trota che il pescatore vuole catturare il giorno dopo.

Basta! Ti hanno ordinato, ma non fai! Ti dicono, ma non ascolti! Tu

No! Ho capito! Subito! la ragazza, con la sua cappellina rossobianca, corse indietro al chiosco, comprò un altro cono e tornò saltellando. Ecco! si sedette di nuovo accanto alla valigetta.

Mangia ordinò il professore. E poi addio. Ho tante cose da fare, devo portare la moglie alla cascina, caricare le sacchi, dove vai adesso?

Daria si pulì il labbro con il dito, alzò le spalle. Il gelato era troppo dolce, stucchevole, quasi grasso. Solo a berlo dava sete

Non lo sai? Sei ancora qua? sbottò Andrea, calpestando il pavimento. Dove abiti?

Non importa. Accoglitemi, per favore! Fai un altro esame, ti prego! implorò Ginevra. Posso raccontare tre o quattro biglietti, ma mi sono impazzita, ho confuso tutto

Basta! Non puoi avere la testa in subbuglio, cosa farai al lavoro? Taglierai lappendice o la milza? minacciò il professore con il dito.

Come si può tagliare una cosa al posto di unaltra? esclamò Daria, spalancando gli occhi. Vuoi un altro gelato? Due? afferrò la mano di Andrea, che si sottrasse, sbuffando.

Non lo voglio, e non ti consiglio. Vai via, Daria Krasilnikova. Devo andare, la moglie mi aspetta. Torna lanno prossimo, è tutto.

Si alzò, salutò e si allontanò per il viale del parco senza voltarsi. Daria, con la sua cappellina bicolore, rimase seduta, il respiro stretto, mentre nascondeva nel cespuglio una piccola valigetta, quasi giocattolo.

«È finita è davvero finita» singhiozzò il naso costellato di lentiggini, le mani cadute sulle ginocchia. «A casa mi rideranno. Nessuno credeva che avrei studiato medicina»

Nel piccolo borgo di San Giovanni, diviso dalla strada sinuosa in due quartieri eternamente rivali le case a più piani e le casette con i balconi fioriti nessuno credeva davvero che la minuscola Ginevra, simile a una cavalletta, potesse entrare in facoltà di medicina e tornare col camice bianco, a dare istruzioni alle infermiere più anziane.

Giovani dellospedale di San Giovanni correvano senza guardarsi indietro. Nessuno strumento, nessuna condizione adeguata; le finestre erano coperte da vecchi tendaggi di lana, e il capo medico, il dottor Nicolò Fabbri, credeva ancora che le fasciature alcoliche curassero ogni malattia. Le riserve di alcol svanivano a vista docchio, e il dottor, pallido, gonfio, con vene blu sul naso, occhi cerchiati, labbra secche, raramente usciva, non si sentiva in dovere di assumere giovani, moderni, alle sue cure.

Ginevra, determinata, aveva studiato, ma aveva fallito in biologia e genetica. Non era il suo destino.

Andrea Bianchi era sparito dalla vista, ma Daria rimaneva sulla panchina con il cono di gelato in mano.

«Adesso ho sete» pensò, tirò fuori la valigetta dal cespuglio, si voltò e corse verso la fermata del treno, sperando di arrivare in tempo. Il tram di sera la faceva paura; ogni cespuglio sembrava un fantasma, ogni fruscio una voce spettrale, eredità della nonna chiacchierona che da bambina le narrava demoni e spiriti. Daria si rannicchiò sotto le coperte, ascoltando il cigolio del portone, il fruscio delle piume, il verso dei polli, il canto del gallo al chiaro di luna, i latrati dei cani nella viuzza, il russare del nonno nella stanza accanto, tutto un concerto di paura che la faceva tremare.

Il nonno, poi, era scomparso nellospedale per una polmonite, senza che il dottor Fabbri potesse salvarlo. Il suo ultimo respiro fu un lamento sommesso.

È tutto finito, sbuffò la sanitaira Tamara, mentre guardava Daria. È stato dura.

Il sentiero verso casa rimaneva avvolto da cespugli e case di mattoni abbandonate, piene di presenze invisibili. La piccola figura trascinava la valigetta, piangendo.

«Non ho preso i punti, cara. Verrà lanno prossimo!» sembrava sussurrare il professore nella sua testa. «Perché ti sono stata così cara? Solo perché ti ho creduta?»

Un ragazzo, forse Vito, la raggiunse, afferrò la valigetta.

Che ci fai qui? chiese Daria, infuriata. Restituiscila, la porto io.

Calmati, ragazzo! sbuffò Vito. Sono stato il tuo più grande sostenitore. La zia ti ha chiamata, sapevi?

Daria, col cuore che batteva forte, si gettò tra le braccia di Vito, lo stringendo con forza, poi lo abbracciò con la guancia al petto, piangendo amaramente. Alla fine, Vito la baciò.

Era un bacio timido, quasi goffo, come due uccellini che si attaccano. Daria si fermò un attimo, poi si avvicinò di nuovo, tirando le labbra verso di lui.

È sbagliato, ma sono felice che sei tornata, sussurrò Vito. Se fossero rimasta qui, sarei venuto da te.

Daria annuì.

Nel frattempo, il professor Bianchi, vestito di nuovo in quel cappotto di lana, prese dal tavolo di Nadia, la segretaria, la lista degli aspiranti.

Karanesca, Carcetti, Caracchi Oh, Dio! scandì con il dito scheletrico i cognomi, irritato.

Sta cercando qualcosa? chiese Nadia, togliendosi gli occhiali, pulendoli con il fazzoletto bianco con bordo azzurro.

Il fazzoletto! sbuffò il professore.

Nadia, imbarazzata, lo guardò. Lho comprato al mercato.

Niente! stizzì Andrea. Kova, Kolbina, Kostova Dove è? continuò a frugare.

Nadia, incinta, si raddrizzò, tirò fuori una mela e iniziò a masticare, nervosa.

Non è qui! Non è venuta! sbuffò Andrea, ricordando la moglie Taecchia, che gli aveva rubato tutta la pazienza. Ho chiamato il direttore, ho chiesto ammissione fuori concorso, ma nessuno ha voluto

Signor Bianchi, non la ascoltiamo più, vero? rise la dottoressa Faddea, professore di radiologia, irritata.

Non cerco nessuno! gridò Andrea, uscendo dal tavolo per una carrellata di gelati.

Comprò una coppa di crema, si sedette sulla panchina e iniziò a mangiare lentamente.

Va bene, così deve andare, concluse. Ho una trota nel laghetto, dei persici, e la moglie è di nuovo al compleanno.

Perché, tra tutti i falliti, ricordò ancora Ginevra Krasilnikova? Molti lo avevano corteggiata, ma lei non offriva nulla, solo la promessa di studiare bene. È per questo che laveva impressa nella memoria, pura e ingenua.

Il tramonto arrivò sulla villa di Taecchia, dove la moglie, con i capelli raccolti, guardava il marito. Gli uomini bruciavano spiedini, cantavano con la chitarra, parlavano di pesca e calcio. Le donne, compresa la festeggiata, sorseggiavano prosecco sul portico, sfogliando riviste di moda.

Allimprovviso, Andrea si sentì pallido, tremò, afferrò laria con la bocca.

Che succede? bisbigliò Taecchia, stringendo il braccio di lui. Muovi!

Il loro amico Igor, alla guida, urlò: Dove il pronto soccorso?

Un vecchio, il signor Luigi, indicò: Dritto verso il borgo, cè lospedale, ma è lunico.

Guidarono verso la piccola struttura a tre piani, con intonaco gialloverde scrostato e muffa sui muri.

Dovè la sala dattesa? chiese Igor, disperato. È un infarto!

Il custode, stanco, rispose: Ovunque, signore. Linfarto è una vecchia storia.

Taecchia corse dentro, cercando una barella. Andrea, con laiuto di Daria, si sdraiò sul letto, il cielo della finestra appena schiarito. La moglie, sul sedile di metallo, dormiva. Andrea cercò di toccare la sua mano, ma non poté muoversi, emise un gemito e chiuse gli occhi.

Allora la porta si aprì e una infermiera in camice blu, con una sciarpa in testa, entrò. Acqua, per favore! disse, sollevando la testa di Andrea.

Krasilnikova? Sei tu? chiese il professore, sorpreso dal naso costellato di lentiggini.

Sono io, Andrea. Ma non ti preoccupare. Il dottor Fabbri ha detto che non cè stato infarto, è qualcosaltro. gli porse il bicchiere.

Andrea bevve, annuì.

Daria, cosa fai qui? Ti ho cercata per due anni, e ora si lamentò, ma Daria gli diede un dito sulle labbra, chiedendogli di tacere.

Verrò, questanno verrò sicuramente. Lanno scorso sono tornata, Vito mi ha incontrata alla stazione, ci siamo sposati, è nato Sergio, così piccolo che non potevo lasciarlo. Ho iniziato come infermiera, come mi avevi detto. Ho imparato molto

Qui? Che si può imparare? protestò Andrea.

È orribile concordò linfermiera. Ecco perché voglio diventare dottoressa, cambiare tutto!

O finirai come quel dottore, quello che mi guardava ironizzò il professore.

Anchio pensavo così, Andrea rispose Daria, sistemando la coperta. Ma ora capisco che lui è stanco, non ha più forze

Dobbiamo distruggere questa struttura! esclamò Andrea, battendo il cuscino con il pugno. È tutta muffa, correnti daria, niente cura!

Andrea! implorò Taecchia, cercando di calmarlo.

Daria sorrise. Sembra il vecchio stregone di una leggenda, ma senza barba!

Che? sbuffò Andrea. Krasilnikova!

Io. Io sono Krasilnikova. Non sei tu un incantesimo, sei solo un uomo stanco. disse, prendendo la mano di Taecchia e offrendole una tazza di tè con biscotti.

Nel frattempo, il dottor Fabbri, ora più grigio e sporco, tornò nella stanza, con laria di chi ha bevuto troppo.

Che caos! gridò, ma Daria lo fermò, indicando la porta.

Andrè, è ora di stare tranquillo.

Il professore,Con la promessa di ricostruire lospedale e la speranza nel cuore di Daria, Andrea si alzò, salutò il tramonto e si incamminò verso un futuro che, forse, avrebbe finalmente curato anche le proprie ferite.

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— Dammi una seconda possibilità, — si lamentò di nuovo la ragazza, estraendo un fazzoletto dal suo piccolo taschino e asciugandosi rapidamente il naso.
Di nuovo con queste storie?? Qui comando io – e decido io chi entra e chi no. Attento, che potresti essere proprio tu quello che dovrà andarsene da qui… – Tu? – Ivan sogghignò. – Ricordi chi è davvero il padrone di casa? *** Un’altra mattina storta nell’appartamento di famiglia. Ma quando mai sono serene, qui, le mattine? Il sole brilla dispettoso oltre la finestra, ma dentro la stanza di Ivan non entra un filo di luce – forse perché Ivan non ha chiuso occhio, e, irritato, si gira e rigira senza pace. Quando finalmente si riadagia sotto il piumone… – Ivan! – tuona la voce che arriva dal corridoio, – Dove sei? Esci, per favore! Quando pensi di alzarti? Ivan impreca tra sé e si copre la testa col cuscino. Di nuovo. Papà, Michele, detto anche solo “Michele”, nel suo solito repertorio. E ancora non sono nemmeno le otto. – Mi sto preparando per andare al lavoro, papà, – borbotta Ivan con voce sonnolenta, – Se continui, farò tardi. Può ancora starsene a letto un’oretta. Un’ora di riposo che non ha avuto la notte. – Lavoro? Ma va’ là! – Michele è già affacciato sulla porta e sembra un gigante, anche se non supera il metro e settanta, – Altro che lavoro, stai solo stravaccato… Alzati! Mi servono dei soldi! Ivan si mette a sedere. Soldi. Che novità. – Per cosa? – domanda già rassegnato. – Ma sei tardo, Ivan? – sospira Michele teatrale, – Devo proprio spiegarti tutto come a un bambino? Voglio portare Ludovica fuori a cena. In un bel ristorante. Devo farla colpo, quella lì… Sai che non si accontenta di poco… “Quella lì”, cioè Ludovica, è una che coi soldi degli altri ci va a nozze, sennò Michele per lei è come il due di picche. Michele ormai ha perso ogni senso della misura: quello che guadagna finisce tutto in svaghi e impressioni, poi piovono richieste e, più spesso, pretese. – Papà, ne ho pochi anch’io, – Ivan prova a trattare, come ormai fa da mesi, – Solo per questa settimana: abbonamento del bus e pranzo. Tra il cambio di sanitari, mi sono già prosciugato… Ivan, davvero, sta in difficoltà. E finanziare le “impressioni” paterne non ne ha più voglia. – Pochi? – Michele alza le sopracciglia come se fosse Ivan a chiedere a lui un regalo, non un prestito, – Ma quanti pochi? Trovali! Sono soldi per tuo padre! E poi… – si infila nel portafoglio di Ivan, – Qui comando io! I TUOI soldi sono i MIEI soldi, è chiaro? Si fa come dico io! Prendo quello che mi pare! Peccato che nel portafoglio non ci sia più nulla. Quel che resta del suo stipendio, Ivan lo tiene sulla carta. – Dove stanno i soldi? Nella mia casa dove stanno i MIEI soldi? A questo punto Ivan sorride ironico. – Sei proprio sicuro che questa sia casa tua, papà? Sei sicuro? Il padre per un attimo smette di arraffare tra le cose altrui. – Cosa stai dicendo? – Dico solo quello che anche tu sai, – Ivan si siede meglio, finalmente sente di avere le carte in regola, – È della nonna questa casa. E la nonna l’ha lasciata a me. Lo sapeva come suo figlio se li spende i soldi. E sapeva che a te non si può proprio affidare niente. Che una volta avresti buttato via anche le mura. La nonna, Anna Patrizia, era una donna di testa. Aveva visto Michele restare al verde un paio di volte, vendendo perfino la macchina che lei gli aveva regalato e sperperando tutto in una settimana. Per fortuna, allora Ivan era già maggiorenne, lavorava e aveva potuto aiutare il padre a uscire dai guai. Così la nonna decise di tutelare il nipote, intestandogli tutto. Formalmente la casa è di Ivan, e di fatto anche: pagava lui bollette, spesa, perfino le ciabatte ai piedi del padre. Michele, invece, vive come un ospite parassita: si presenta solo per mangiare, dormire e tirare avanti una richiesta di soldi dietro l’altra. – Quindi, papà, – Ivan si alza, finalmente padrone in casa sua, – Qui decido io, e i miei soldi restano miei. Se vuoi portare Ludovica al ristorante, trovati un altro modo. Michele vorrebbe rispondere, ma non gli esce nulla se non un sibilo. – Me la pagherai… – Ricordati di farlo mentre magni la mia spesa, – ribatte Ivan. – Già che in questa casa di utile tu non porti nulla, almeno la memoria, usala. Non è facile. Ivan suo padre lo ama. Ma non può più vivere da servo. Qui il padrone è lui. Se a papà non va, si trova la porta. Anche la sera si sfoga in solite lamentele. Quando rientra, Ivan trova casa piena: Michele, già alticcio, seduto in posizione d’onore attorniato dai compari e, ovviamente, Ludovica, che cincischia ammiccando. – Ecco il mio figliolo! – proclama Michele, – È arrivato! Vedete? Proprio mio figlio, non mi considera niente! Si nasconde i soldi, mi vuole cacciare. Si sente il padrone di tutto! Ivan si ferma sulla soglia, sfiancato dalla stanchezza. – Papà, che bettola hai organizzato? – dice, – Fai tutto lo show che vuoi, ma i tuoi amici qui non li inviti più. Chiedo a tutti di uscire. Domani mi sveglio presto. Qualcuno inizia pure a mettersi in piedi, ma Michele li blocca: – Ma stai cacciando i miei ospiti? Da casa mia? Non ti sembra di esagerare con queste arie da padrone? Per Ivan non è affatto presto. – Da casa mia, papà, – lo corregge Ivan, e tutti si ammutoliscono, – E sì, chiedo a tutti di andarsene. Tu, se vuoi, resti. Ma questa banda per me è fuori. Tutti lo fissano. Ludovica si stringe a Michele, indecisa tra la fuga e la sfacciataggine. Gli amici, da sghignazzoni, passano la serata musoni. – Ragazzi, si va, – mugugna uno. – Dai, Michele, basta così, – aggiunge un altro, – È tardi. Michele, vedendo andare via la compagnia, sibila: – Mi hai messo alla berlina davanti a persone rispettabili… Ed è tuo padre, quello che insegni! – E se il padre ha bisogno di andare a scuola adesso? – Vediamo poi chi la spunta! Ma Ivan lo ignora, chiude la porta della sua stanza. La mattina il sole splende ancora, ma a Ivan non interessa. Il padre fa la vittima, non parla, si aggira come un fantasma rabbioso. Ivan decide di fare pace: – Papà, – lo chiama, – Scusami per ieri. Ho esagerato davanti ai tuoi amici. Ma non volevo offenderti, sono solo tanto stanco. Non dovevo dirle quelle cose davanti a loro. Ivan tira fuori il portafoglio. – Tieni, – porge i soldi, – Porta Ludovica fuori. Divertitevi. Michele si illumina: – Davvero? – chiede. – Davvero, – annuisce Ivan. Michele afferra il denaro e sparisce in camera per prepararsi alla serata. Ivan lo guarda e si sente vuoto. Ha dato i soldi, pace fatta… ma è come se non bastasse. Tutto il giorno Ivan pensa solo a una cosa: l’appartamento. Non ne può più di vivere con un padre che si comporta da adolescente cinquantenne, e andarsene sarebbe da stupido: la casa è sua! Ma cacciare il padre… è disumano. È il padre, dove andrebbe? Nessuna risposta. Stremato, Ivan la sera si addormenta. Papà torna dal ristorante non solo. – Ivan? Dormi? – entra Michele in gran spolvero, – Siamo giusto un attimo. C’è anche Ludovica. – Ciao, – Ivan si tira su nervoso. – Ciao carissimo, – fa lei, civettuola. – Ecco… ci siamo messi d’accordo: lei viene a vivere con noi! – spara Michele. Ivan si alza di scatto. – Cosa? Nessuno si trasferisce qui! Michele si gela, non si aspettava questa reazione. – Di nuovo con queste storie?? Qui comando io – e decido io chi entra e chi no. Occhio che potresti essere tu a doverti levare… – Tu? – sogghigna Ivan, – Ricordi chi davvero è il padrone di casa? – Non mi interessa cosa c’è scritto nei documenti! – urla Michele, ma subito si addolcisce per Ludovica, – Ivan, capisci… vogliamo stare insieme. Dove vuoi che andiamo, sotto i portici? Io la porto nella mia casa! – No, – taglia corto Ivan. – E se non ti dai una calmata, qui dentro presto non ci resterà nessuno tranne me. Michele è una furia. Gli brucia che il figlio lo comandi davanti alla sua donna. – Va bene, – sussurra cattivo, – Vediamo chi la spunta. *** Il giorno dopo, shock. Ivan, tornando dal lavoro, vede per strada sotto casa… i suoi vestiti, i suoi libri, gettati qua e là. – Ma che… – corre. Arriva alla porta. Non si apre, la chiave non funziona. Papà ha cambiato serratura. – Papà! – grida Ivan, – Apri! – Via di qui! – grida Michele da dentro. – Questa è casa mia! E non me ne frega niente dei documenti! Ho buttato fuori le tue cose! – Sfondo la porta! – Prova! Ivan capisce che non otterrà nulla. Potrebbe chiamare i carabinieri, ma qualcosa gli dice che non risolverebbe. Domani si vedrà. Raccoglie la roba. Una parte la sta già raccogliendo la vicina, Caterina, che si offre di ospitarlo quella notte. Ivan accetta. Dormire da Caterina e sua madre è strano, ma accogliente. È la prima volta che si sente in pace da mesi. La mattina aspetta che Michele e Ludovica escano, poi si precipita, chiama il fabbro. – Ecco i documenti della casa, – mostra, – Rompa pure la serratura. È mia. In pochi minuti Ivan è dentro. – Mi cambi subito anche le serrature. Poi, avvia le grandi pulizie: raccoglie tutto quello di padre e compagna, lo sistema nei sacchi e li mette fuori, senza lanciare nulla dal balcone. In quel momento Michele prova ad aprire: – Ma che succede… non si apre… la chiave non va… – bisbiglia, poi capisce, – Ivan sei lì? – Bastano le urla, – risponde Ivan, – Non avrai altri set di chiavi. – Mi hai cacciato?? – Tu cosa ti aspettavi? – Apri, ho dentro la roba! – strilla Ludovica. – I vostri sacchi sono sul pianerottolo, – risponde Ivan, uscendo, – Li trovi tutti dietro di te. Io non sono quello che butta via la roba degli altri. Michele cerca di forzare, ma Ivan lo ferma semplicemente mettendosi davanti alla porta. – Via, papà, – dice serio, – E anche tu Ludovica. Ora nessuno prova più a buttarmi fuori da casa MIA. E di certo non in maniera così meschina. Michele capisce che non ha chance. – Ti porto in tribunale! Ma Ivan sa che bluffa. Gli ha solo fatto capire che le sceneggiate sono finite. La sera, mentre Ivan sta lavando tutto ciò che aveva trovato per terra, arriva Caterina con una torta fatta in casa. – Ciao, – sorride, – Un dolce ci sta, ti va? – Certo. – Immagino la discussione con tuo padre… – Beh, ha deciso di andarsene. Da solo. Poi racconta tutto. – Guarda che io, le loro cose, le avrei lanciate dalla finestra, – scherza Caterina, – Tu sei stato anche troppo buono. E insieme, finalmente, si godono un po’ di tranquillità.