La vita, è così com’è

Egorino, tirando su col naso, trascinava su un grande slittino un pino secco caduto ai margini del villaggio. Di giorno non si poteva prenderlo, ma zio Antonio, il guardaboschi del posto, gli aveva suggerito: “Aspetta che faccia buio, poi portalo via.”

Il ragazzo si sforzava, tirando con tutte le sue forze quel tronco pesante.

“Egor, Egorino!” Lo chiamò una voce. Era lei, Tania, la sua compagna di scuola, occhi vivaci e svelta come un fulmine.

“Che vuoi?”

“Lasciami aiutare.”

Da dove prendeva quella forza? Ma insieme, la fatica si faceva più leggera. Spingevano lo slittino, avanzando lentamente.

“E i bambini, Egorino? Chi li guarda?”

“Nonna, chi altro? Mamma è al lavoro.”

“Ah… Io sono passata per aiutarti con i compiti, ma era tutto buio e la porta chiusa a chiave. Andrea mi ha detto che sei andato verso il bosco e che gli hai ordinato di stare buoni.”

“Eh, ho dovuto chiudere…”

“È scappata di nuovo?”

“Sì, sempre verso la Russia, vuole tornare a casa, da sua madre.”

“Poverina, si tormenta e vi tormenta.”

“Già.”

Arrivarono davanti alla casa di Egorino.

“Grazie, Tania.”

“Figurati. Prendi la sega, facciamo in fretta.”

“No, ci penso io, hai fatto già abbastanza.”

“Certo, certo… O la tagli con il coltello o la finiamo insieme in un attimo.”

Presero la sega a turno, e presto sul terreno giacevano piccoli ceppi ordinati.

Dalla finestra spuntarono le faccine di Andrea, di sei anni, e di Annina, di due.

Egorino afferrò la scure e la conficcò nel legno con un colpo secco, spaccandolo in due.

Mentre lui spaccava la legna, Tania raccoglieva i trucioli.

Accumulata una buona scorta, la portarono dentro. Egorino accese il fuoco nel camino, e presto i riflessi danzarono sul soffitto.

Si era fatto più caldo.

“Facciamo una minestra? Quando torna zia Lidia non dovrà cucinare.”

“No, no, ci pensiamo noi,” si confuse Egorino, “la fa la nonna.”

“Oh, no, Egorino!” protestò Andrea. “Lascia che la faccia Tania, ricordi lultima volta? La nonna ci ha messo cavolo, piselli e pure i semi di finocchio che la mamma usa quando Annina ha il raffreddore! Era immangiabile!”

“La faccio io, Andrea, ma aiutami.”

“E tu… di chi sei?” Una vecchia scese dalla stufa, avvolta in uno scialle, con gli stivali di feltro e una giacca pesante.

“Nonna, levati la roba, ormai fa caldo.”

“Fa freddo, Dino.”

“Che Dino? Sono Egorino, tuo nipote!”

“Ah sì? E dovè Dino?”

“Lontano… tornerà presto.”

“Di chi sta parlando? Di zio Dino?”

“Sì… non capisce più niente. Da quando se nè andato, è peggiorata.”

“Perché non lha portata via? È sua madre, no?”

Egorino scrollò le spalle. Non gli piaceva parlare di quellargomento.

Dino era il padre di Egorino e dei piccoli, il marito di Lidia. Se nera andato con la sua amante, lasciando non solo la nonna sulle loro spalle, ma portandosi via tutto: aveva macellato i maialini, preso la carne, portato via lunica mucca che li sfamava e anche la giovane vitella Malina.

La mamma aveva supplicato: “Almeno lasciaci la vitella, la faremo crescere per la mucca.”

Ma lui aveva riso: “E che marito sarei, se arrivassi dalla mia sposa con le tasche vuote?”

Da quel momento, Egorino aveva odiato suo padre. Aveva svuotato la dispensa, preso sacchi di patate, diviso anche le posate. E Lidia, in silenzio, contava le forchette che lui si portava via…

Quando Lidia tornò a casa, i bambini avevano già cenato. Egorino leggeva una fiaba ad Andrea al lume di una lucerna. La nonna sedeva sul letto, accoccolata vicino alla stufa, e Annina dormiva con un dito in bocca.

“Mamma,” sussurrò Andrea, “che caldo che fa! Egorino ha portato la legna, lha tagliata con Tania e ha acceso la stufa. Tania ha fatto una minestra buonissima. Annina dorme, e la nonna è scappata due volte verso la Russia, ma labbiamo riacciuffata.”

Lidia si tolse il cappotto, sorrise e accarezzò i capelli ribelli di Andrea.

“Egorino… quanto pesi sulle spalle.”

“Non importa, mamma. Siediti, mangia, la minestra è davvero buona.”

Dopo cena, Lidia si mise a rammendare. Bussarono alla finestra.

“Chi sarà? Egorino, vai a vedere.”

Con una folata daria gelida, entrò una donna rotonda, avvolta in uno scialle.

“Uh, che freddo! Stanotte gelerà, altro che marzo pazzerello! Lidia, ti ho portato un po di ciccioli e un pezzo di lardo, tieni.”

“Grazie, Valeria, ma non dovevi…”

“E che dici? Hai farina?”

“Sì, un po. “Ne prendo un pugno, domani faccio gnocchi di patate col grasso, te ne porto un po. E voi, bambini, dormite che domattina cè scuola. Egorino, cresciuto come un pino, ormai. Tania è passata prima da me, mi ha detto che eri nel bosco. Bravi tutti e due, bravi. La legna tira su il morale, lo so.” Uscì con un cenno, lasciando dietro di sé una scia di goccioline di neve sul pavimento. Fuori, il vento sibilava tra i tetti, ma dentro la casa il caldo reggeva, e il fuoco crepitava piano, come se anche lui, esausto, si fosse finalmente arreso al riposo.

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La vita, è così com’è
Accanto al vecchio olmo