Il fratello badava alla sorella mentre la mamma lavorava; nessuno avrebbe mai potuto immaginarlo.

Marina Bianchi notò che Alessio Gallo aveva smesso di comparire alle lezioni a metà di novembre. In principio pensò che il ragazzo fosse semplicemente ammalato lautunno, i virus, nulla di strano. Ma passò una settimana, poi unaltra, e lui non tornò più. Nei cambi di lezione si scoprì a fissare lora in cui Alessio sarebbe entrato in aula, si sarebbe seduto al suo banco accanto alla finestra e avrebbe tirato fuori il suo amato quaderno azzurro di matematica. Quel banco, però, sembrava scomparso dalla foto abituale della classe.

Alla fine della seconda settimana lansia divenne insopportabile. I genitori non davano alcuna notizia né telefonate né bigliettini. Era insolito. Alessio era sempre stato uno studente diligente, un po riservato ma impenne. Amava la matematica, raramente mancava le lezioni, e i suoi quaderni erano sempre impeccabili. «Non può essere così semplice», rifletteva Marina, sfogliando il registro di classe.

Dopo la lezione si diresse verso la segreteria.

Signora Valentina Petroni, per caso sa qualcosa di Alessio Gallo? chiese, sedendosi su una sedia vicino al banco. È sparito da tempo.

La segretaria alzò lo sguardo tra le carte, aggiustò gli occhiali e sbuffò:

Nessuno ha chiamato. Forse hanno di nuovo problemi a casa. Sai comè quel quartiere.

Il quartiere lo conosceva bene: case vecchie con la vernice che si staccava, cortili dove i rifiuti giacevano ai piedi delle porte, gruppi di adolescenti rumorosi che sembravano aver colonizzato ogni panchina allangolo, eterni litigi dei vicini che si sentevano attraverso i muri sottili.

Marina aggrottò le sopracciglia.

Ma non possiamo lasciarlo così. Ha una madre, vero?

Sì, la madre cè, rispose asciutta Valentina. Ma che tipo di madre è?

Marina si alzò in silenzio.

Va bene, me ne occuperò io, sussurrò, avvolgendo il cappotto.

Che ci sia da sistemare, brontolò la segretaria. Se vuoi, cerca tu.

Marina non rispose. Corse nel cortile della scuola, con in testa ununica domanda: cosa fosse successo ad Alessio?

Nel palazzo dei Gallo laria era umida e carica di fumo di sigaretta. Una lampadina sul pianerottolo lampeggiava, le scale erano ricoperte di sporcizia. Salì al terzo piano e bussò alla porta dal colore marrone scrostato.

Cè qualcuno in casa? chiamò, ma la risposta fu solo silenzio.

Bussò di nuovo, più forte. Dopo un minuto la porta si aprì appena, e da dietro di essa spuntò Alessio.

Signora Bianchi? il suo voce tremò.

Alessio, ciao. Perché non vieni a scuola? Che cosa è successo?

Il ragazzo rimase in silenzio. Era disorientato, sfinito. Le guance erano sgonfie, sotto gli occhi cerano lividi.

Mi fai entrare? chiese dolcemente Marina.

Alessio voltò lo sguardo, come se controllasse che non ci fossero altri dietro la porta, e alla fine la spalancò.

Lappartamento era piccolo e trasandato. In un angolino della stanza una bambina di circa tre anni giocava con un cucchiaio di plastica. Alessio chiuse rapidamente la porta per la professoressa, per non farle sentire il freddo del vestibolo.

È mia sorella, Vittoria, sussurrò.

Alessio, spiegami cosa sta succedendo, disse Marina con serietà, sedendosi su una sedia. Dovè tua madre?

Al lavoro, rispose abbassando lo sguardo.

E perché Vittoria non è allasilo?

La mamma non ha avuto il tempo di iscriverla, balbettò. Diceva che non cera tempo.

Marina sospirò.

Quindi la tieni con te finché la mamma non torna?

Alessio annuì.

E la scuola?

Rimase in silenzio, poi aggiunse piano:

Non riesco. Non posso lasciare sola Vittoria, è piccolissima.

Un nodo si strinse nel petto di Marina. I suoi alunni non le avevano mai parlato di cose del genere.

Alessio, disse con dolcezza, guardandolo negli occhi. Hai mangiato da quando?

Lui alzò le spalle.

Non lo so forse al mattino.

Marina si alzò.

Non può andare così. Aspetta qui, torno subito.

Dove vai? chiese preoccupato.

A prendere del cibo, rispose, stringendo il cappotto. E un po di aiuto.

Alessio iniziò a rispondere, ma cambiò idea.

Marina uscì dallappartamento, tirando fuori il cellulare. Sapeva che non avrebbe potuto abbandonare quei due bambini.

Unora dopo tornò con le borse piene. Alessio aprì di nuovo la porta, il suo sguardo ora più vigile, meno spaventato.

Sei tornata? mormorò.

Certo, rispose Marina con allegria, entrando con i sacchi pesanti. Avevo promesso, dove è la tua cucina?

Lì indicò incerto verso un angolo.

Si diresse rapidamente, posò i pacchi sul tavolo: pane, latte, riso, mele. Nel sacchetto cera anche qualche biscotto. Alessio scrutò la scena con occhi spalancati.

È tutto per noi? chiese, gli occhi rotondi.

E per chi altro? sorrise Marina. Dove è la tua padella?

Cosa farete voi? si chiedeva, un po sospettoso.

Preparare la cena, rispose fermamente. Tu vai a giocare con Vittoria.

Alessio esitò, rimase nella soglia della cucina stringendo i pugni.

Davvero farete tutto voi? chiese incerto.

Marina lo guardò, arrotolò le maniche e disse:

Certo. E chi, se non io?

Estrasse uova, burro, prese il pane e mise sul fuoco il bollitore. La padella sfrigolò quando vi versò il burro. Alessio osservava, senza sapere come reagire.

Aless, ma perché stai lì fermo? lo invitò teneramente. Vai dalla sorellina. Deve essere annoiata.

Alessio guardò la stanza dove Vittoria stava con una bambola, guardandoli da un angolo.

È sempre così, borbottò. Sta seduta tranquilla.

Allora è il momento di rallegrare la giornata, sorrise Marina. Dai, presto la cena sarà pronta.

Lui uscì a malincuore dalla cucina, mentre Marina continuava a cucinare. Dopo venti minuti la tavola era imbandita: uova strapazzate, fette di pane, tazze di tè e una piccola ciotola di mele.

Tutto pronto! chiamò. Mangiate!

Alessio e Vittoria si sedettero. Vittoria guardò il cibo con timore, ma al primo boccone il suo viso si illuminò.

Buono, sussurrò, stringendo il cucchiaio.

Naturalmente, le fece locchiolino Marina. Ho cucinato con il cuore.

Alessio mangiava in silenzio, lanciando occasionali sguardi veloci a sua sorella. Poi, incapace di trattenersi, chiese:

Perché lo fate?

Marina posò la forchetta e lo fissò.

Perché non sei indifferente a me, Aless. Sei il mio allievo, mi preoccupo per te. È normale.

Lui arrossì, seppellendo il viso nella zuppa.

Dopo cena Marina cominciò a riordinare. Alessio volle aiutare, ma lei lo fermò.

Vai a sistemare i giochi con Vittoria. Io mi occupo del resto.

Dieci minuti più tardi entrò nella stanza. Tutto era pulito: i giochi raccolti, il pavimento spazzato.

Bravi, li lodò. Domani parlerò con la vicina. Credo possa venire a dare una mano mentre la mamma è al lavoro.

La vicina? Zia Lidia? sbuffò Alessio.

Sì, è molto buona. Parlerò con lei, e tutto si sistemerà. Tu, Alessio, verrai a casa mia.

Da te? Perché? domandò con cautela.

Per fare i compiti, spiegò. Non puoi saltare la scuola.

Lui rimase in silenzio per un attimo, poi annuì.

Daccordo.

Marina sorrise.

Bene, tutto si aggiusterà, vedrai.

Così cominciarono le loro serate da Marina Bianchi. Dopo le lezioni, la accoglieva a casa sua e si immergevano insieme nel mondo dei numeri e della letteratura. A volte, lasciando da parte i libri, parlavano semplicemente.

Sa, signora Bianchi, talvolta mi chiedo: se non fosse arrivata, cosa sarebbe successo? disse una volta Alessio, disegnando cerchi nei quaderni.

Qualcuno sarebbe venuto, rispose, sorridendo.

No, ribatté serio. Nessuno sarebbe venuto.

Marina lo guardò pensierosa, poi cambiò argomento:

Ricorda, sei in matematica, non in filosofia. Che ne dici del terzo esercizio?

Alessio arrossì, ma riprese subito i calcoli. Capiva che il suo aiuto era più di una semplice verifica dei compiti.

Col passare dei mesi le sue pagelle migliorarono davvero. I professori smetterono di lamentarsi, i vicini notarono che non si aggirava più per strada senza meta. Talvolta, accompagnandolo a casa, Marina vedeva la madre di Alessio, stanca dopo il turno, ma che cercava comunque di dedicare più tempo ai figli.

Grazie di cuore, disse una volta la signora Lidia, incontrandola al piano di sopra. Se non fosse stato per lei, non so cosa sarebbe stato di Alessio.

Non cè di che, scosse la testa Marina. È un ragazzo sveglio. Gli bastava una spinta.

E la sua voce trasudava un caldo orgoglio.

Il tempo scorreva. Alessio cresceva, diventava più sicuro. Non chiedeva più perché Marina spendeva le serate per lui; accettava semplicemente laiuto come un dono, ma cercava di ricambiare con la costanza.

Come fa a fare tutto, signora Bianchi? gli chiese un giorno, sfogliando un libro di storia. Ha un lavoro anche lei.

Ce la faccio perché sei brillante, Aless. Impari in un attimo, rispose con un sorriso.

Alessio distolse lo sguardo, ma quelle parole rimasero impresse nella sua mente. Si impegnò ancor più.

Dopo sei mesi tornò a frequentare le lezioni regolarmente, e nel registro comparvero voti a cinque stelle. Marina era felice di vedere i frutti del suo impegno.

Gli anni volarono. Marina Bianchi non insegnava più in quella scuola; era in pensione, godendo della quiete nella sua piccola casa. Alcuni excolleghi la visitavano, raccontando novità, lamentandosi degli alunni, parlando di come la scuola fosse cambiata.

Lei ascoltava, ma i pensieri tornavano spesso a quei bambini che aveva sostenuto.

Una calda giornata destate, qualcuno bussò alla porta. Marina asciugò le mani sul grembiule, si avvicinò cauta e aprì. Sulluscio stava un giovane alto, con un mazzo di fiori di campo.

Buongiorno, signora Bianchi, disse, e la sua voce era incredibilmente familiare.

Alessio? socchiuse gli occhi, sorpresa.

Lui sorrise e annuì:

Sì, sono io. Volevo farle visita.

Entra, balbettò, spalancando la porta.

Si sedettero a lungo nella cucina. Alessio raccontò delluniversità, di come la madre fosse finalmente riuscita a trovare un lavoro stabile.

Grazie di tutto ciò che ha fatto per me, improvvisamente affermò, serio.

Ma dai, Aless, lo rassicurò Marina con tono dolce. Ho solo dato una mano.

No, replicò con decisione. Mi ha dato un futuro. Senza di lei non sarei arrivato qui.

Le lacrime le rigarono gli occhi.

Limportante è che tu sia felice, sussurrò, la voce tremante.

Continuarono a parlare, a rivivere ricordi. Quando Alessio se ne andò, Marina rimase in silenzio, fissando i fiori sul tavolo, consapevole che forse non cè nulla di più grande che essere al fianco di chi ha davvero bisogno, quando il sogno si fa realtà.

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