Ritornando a casa dal mercato con la mamma, l’ho notato per la prima volta.

15aprile2026

Oggi mi sono svegliata con il cielo di Roma ancora coperto da una coltre di neve, come se il cielo volesse nascondere qualche segreto. Mentre mi avvicinavo alla fermata dellautobus, ho notato qualcosa di insolito: un cucciolo, piccolo e gracile, seduto sul marciapiede come se fosse un uomo. Non era il tipico cane randagio che trovi nei pressi dei binari, ma un piccolo cucciolo che osservava silenzioso il traffico, alzando di tanto in tanto la testa per scrutare i passanti, come se stesse cercando qualcuno.

Mamma, guarda! ho strappato il colletto della giacca di Marta, la mia mamma, e ho indicato il cucciolo. Un cagnolino!

Era minuscolo, con le ossa in evidenza, orecchie grandi e una camminata titubante, quasi come un adolescente che non ha ancora imparato a controllare le proprie gambe. Quello che però mi ha colpito di più sono stati i suoi occhi: stanchi, ma non spenti, con una profondità che non si può descrivere a parole, ma che si sente subito.

Marta ha lanciato unocchiata rapida al piccolo, ha sospirato e ha detto:

Non toccarlo. Probabilmente è pieno di pulci, non è nemmeno stato vaccinato. Non lo possiamo mettere sullautobus. Se noi ce ne andiamo, anche lui se ne andrà.

Il bus è arrivato, dopodiché ne è arrivato un altro, ma il cucciolo è rimasto lì, spostandosi da una zampa allaltra, a volte girandosi intorno, ma senza mai alzarsi. Sembrava aspettare, come se stesse scegliendo qualcuno tra la folla. Quando mi ha guardato, ho quasi sentito una voce interiore sussurrare: «Sei venuto qui per me, vero?»

Mamma, per favore ho iniziato a implorare, ma le parole adulti mi sfuggivano. Ho solo guardato con gli occhi pieni di lacrime, il cuore che batteva impazzito. Starà gelato

Marta ha strizzato gli occhi, ha alzato lo sguardo verso il grigio del cielo, poi di nuovo verso il cucciolo, ed è soffiata lentamente:

Se nessuno lo prenderà entro sera, lo porteremo a casa. Ma ricorda, questa è una tua responsabilità. Se papà si arrabbierà, dovrai spiegargli da sola.

Ho annuito, quasi credendo che la vita di qualcuno dipendesse da quel gesto. Sono corsa di nuovo verso la fermata, ho tolto la sciarpa e lho avvolta attorno al cucciolo come una coperta. Il piccolo non si è opposto. Ha soffiato un respiro quasi infantile e ha infilato il naso nella mia giacca.

A casa, ho mangiato in fretta, quasi a ingoiare ogni boccone come se fosse lultimo. Non lo facevo per gioia, ma per disperazione: ogni briciola sembrava lultima speranza.

Mi sono accasciata sul vecchio divano, il cucciolo accovacciato sul mio mantello. Il sonno mi ha avvolto, e ho pensato che, forse, fosse il momento di smettere di lottare, di fuggire, di sperare. Basta, ho pensato. È tempo di riposare.

Come lo chiameremo? ha chiesto Marta, mentre sistemava il piatto vuoto sul tavolo.

Ho riflettuto un attimo, poi mi è venuta in mente una data importante:

Oggi è il 12aprile.

E?

Gabriele ho risposto.

Marta ha alzato un sopracciglio, sorpresa.

In onore di?

Del primo astronauta, il mio primo eroe. Gabriele è il mio Gagarin.

Marta ha sorriso, ma il nome è rimasto: Gabriele, Gabriele.

Allinizio non è stato facile. Il gatto di casa, una strega di nome Minù, è saltata sul comodino e si è accoccolata sopra la sua coperta. La nonna ha subito commentato che la casa adesso puzzava di cane. Papà, in missione di lavoro, mi ha telefonato lamentandosi di una fastidiosa allergia, lasciandomi il senso di essere lunica a dover tenere a bada la confusione. Ho ascoltato, ho annuito e non ho mollato.

Gabriele si è comportato quasi a regola darte: quasi nessun abbaio, nessuna richiesta di attenzione, niente scarpe masticate. Era semplicemente lì, accanto a me, calmo, come se bastasse sapere che ci siamo luno per laltro.

È cresciuto. Le orecchie sono diventate più grandi, le zampe più lunghe, il corpo più robusto, ma il suo sguardo è rimasto tenero. Quando tornavo a casa da scuola, mi aspettava sulla porta, senza saltare, senza guaire, solo fissando i miei occhi, quasi a chiedere: «Come è andata la giornata?»

Il suo istinto era perfetto: se ero malata, si accoccolava accanto a me senza muoversi; se piangevo per i compiti, mi portava la palla, come a dire «Gioca con me, non piangere». Se litigavo con un compagno, si sedeva sul mio grembo e poggiava la testa, come a dire «Non sei sola».

Linverno di quellanno è stato vero inverno: forti bufere di neve, gelo pungente, e il Tevere, congelato, trasformato in una pista di ghiaccio dove grandi e piccini scivolavano. Gabriele mi accompagnava quasi ogni giorno; lanciavamo palle di neve, lui le prendeva al volo, correva scivolando sul ghiaccio. Era una gioia immensa.

Una mattina sono andata al lago da sola: la mia amica era ammalata, mamma era a lavoro, la neve cadeva a grosso fiocco, il silenzio bianco avvolgeva tutto. Gabriele correva davanti a me tra i cespugli, mi avvicinavo al fiume ghiacciato. Il ghiaccio sembrava lucido, leggermente screpolato ma solido.

Ho messo piede dopo piede, poi un altro, e improvvisamente

Scricchiolio.

Non ho avuto tempo di gridare.

Il ghiaccio si è incrinato sotto i miei piedi, lacqua ha invaso il freddo, una fitta di panico ha trafitto il petto. Le mie mani hanno cercato disperate qualcosa a cui aggrapparsi, ma il ghiaccio si è rotto in mille pezzi. Il mio corpo gridava, non sapevo dove andare, quali vie fossero le uscite.

Un balzo improvviso.

Qualcuno mi ha strappato via dal ghiaccio, afferrandomi per il cappotto. Ho girato la testa di lato. Gabriele, con i denti nella mia manica, mi ha tirato con tutta la sua forza. Scivolava anchegli, ma non ha mai mollato. Mi ha strappato fuori, ha ringhiato, ha lottato, ma non si è arreso.

Non ricordo come siamo riusciti a risalire, solo che sotto di me cera ancora il ghiaccio rotto, i gomiti sanguinanti, il corpo tremante, e Gabriele accanto a me, bagnato, tremante, che mi stringeva con tutto il suo corpo.

Mi è stato detto che avrei potuto morire. I soccorsi, mamma, i medici: mi hanno portato in ospedale, lui al veterinario. Io con una lieve ipotermia, lui con infiammazioni, ferite e spossatezza. Siamo stati salvati.

Una settimana dopo sono tornata a casa. Gabriele mi ha accolto sulla soglia, ha premuto il naso contro il mio ventre e si è sdraiato accanto a me, senza parole. In quel silenzio ho capito tutto.

Ora Gabriele non è più solo un cane. È il mio cosmo, il mio Gabriele, il mio Gagarin personale.

È passato un anno. Ci siamo trasferiti in un appartamento nuovo, con una targa sulla porta che dice: «Attenzione, eroe dentro».

Non andiamo più al fiume, né dinverno né destate. Se parto, lui è sempre lì, a guardarmi negli occhi, non con rabbia, ma con decisione.

Talvolta si siede sul balcone e osserva il cielo per ore, come se cercasse qualcosa.

Ancora a contare le stelle, Gabriele? rido.

Non risponde, ma posa la testa sul mio ginocchio.

Il calore che mi trasmette è immenso. Caldo come il sole destate, per sempre.

Se anche voi avete un Gabriele, scrivetelo nei commenti. E non perdetevi la prossima storia: ci sono ancora tante avventure che attendono.

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Ritornando a casa dal mercato con la mamma, l’ho notato per la prima volta.
Il tempo della verità non è ancora scaduto