12 aprile 2026
Oggi ho voluto mettere per iscritto una storia che mi ha accompagnato fin da quando ero ragazzino, una storia che ancora mi segue nelle notti silenziose. È la vicenda di Nunzia, una bambina che, negli anni del suo orfanotrofio di Borgo San Giuliano, nutriva una rabbia profonda verso la madre, una rabbia che lha guidata per tutta la vita.
Nunzia detestava tutti. E soprattutto la sua madre. Sapeva con certezza che, una volta cresciuta e uscita da quel luogo, avrebbe dovuto trovarla, anche se il pensiero di avvicinarsi le faceva rabbrividire. Non intendeva però accorpare le braccia intorno al collo della donna e urlare:
Ciao, mamma!
Preferiva osservare da lontano, poi vendicarsi. Per tutti gli anni trascorsi nellorfanotrofio, per le lacrime che fuoriuscivano mentre la madre si godeva la vita altrove, Nunzia non dubitava mai che la donna vivesse così, ignara del suo dolore.
Nunzia non aveva mai conosciuto altro che le mura dellorfanotrofio. Ogni ricordo è legato a quel luogo. Più volte era stata trasferita perché litigava continuamente, e non le importava se davanti a lei ci fosse un maschietto o una femminuccia. La punivano, la rinchiudevano nellisolamento, le proibivano i dolci, ma lei continuava a odiare gli educatori, i compagni e, in definitiva, il mondo intero.
A quattordici anni smise di picchiare. Non perché avesse improvvisamente imparato a voler bene, ma perché tutti la temevano già così tanto da non osare avvicinarsi. Il tempo passava, la noia la prendeva: si sedeva in un angolo remoto del cortile, fissava il vuoto e sognava il giorno in cui avrebbe trovato la madre e le avrebbe inflitto la sua vendetta.
Una sera, mentre era assorta nei suoi pensieri, udì una melodia strana, diversa da tutto quello che avesse mai sentito. La musica la rapiva sempre, ma quella volta qualcosa di dolce e malinconico la colpì al cuore. Si avvicinò a un cespuglio di acacia e, con cautela, lo spinse di lato. Dietro trovò luomo che il personale chiamava sveglione. Era il custode del giardino, un uomo di circa cinquantacinque anni, dal volto segnato dal tempo.
Lui suonava un flauto di legno. Nunizia, curiosa, cercò di avvicinarsi ma inciampò nel cespuglio e cadde. Luomo smise di suonare, si girò verso di lei, la guardò e, con un tono gentile, le chiese:
Vuoi imparare?
Il suo sguardo si riempì di sorpresa. Io? Davvero potrei suonare così? pensò. Il custode, che si chiamava Nicola Petroni, le mostrò come impugnare il flauto, insegnandole anche a costruirne di nuovi, sottili e aggraziati come piccole opere darte.
Con il tempo, le prime note vere cominciarono a emergere dalle sue dita. Nunzia, sopraffatta dallemozione, abbracciò Nicola. Fu allora che la loro prima conversazione prese forma.
Perché non hai una famiglia? Nessuna casa?
Ho avuto tutto, Nunzia. Casa, famiglia Dieci anni fa morì mia moglie Caterina. Pensai di non farcela senza il figlio poi mi sposai di nuovo, ma la sposa era troppo avara. Alla fine, mio figlio Sandro morì in un incidente stradale. Lappartamento in centro, con tre camere, finì per mio figlio. La nuora mi sistemò una valigia e mi mandò via in quattro direzioni.
E perché non hai lottato?
Perché a chi serve lottare? Non ho più nessuno. I miei amati se ne sono andati. Devo solo attendere il mio turno di andare via, perché non mi serve altro.
Nunzia, in quei momenti, odiava la nuora di Nicola più della propria madre. Pensava persino di vendicarsi prima di tutto, poi di farlo contro la madre.
Quando Nicola scoprì che una ragazza come Nunzia nascondeva dentro di sé una furia simile a quella di un lupo, rimase scioccato. Come poteva una bambina così fragile gestire quellodio? Parlavano spesso; con il tempo Nicola avvertì il cambiamento di Nunzia, che smise di tagliare i capelli per imitare i ragazzi e divenne più dolce. Il desiderio di risolvere i conflitti a pugni svanì.
Un giorno le chiese:
Nunzia, tra un anno te ne andrai. Hai già pensato a cosa vuoi fare?
Lei rispose confusa:
No non ho nemmeno pensato a nulla. Ho solo pensato a come vendicarmi della madre.
Immagina, allora se la vendetta fosse reale, prima la cercherai. Il denaro non importa; si tratta di chiudere quel capitolo. Così che ne pensi?
Nunzia rimase in silenzio, uscì dallorfanotrofio per una settimana e poi ritornò.
Voglio costruire, disse, e i due si iscrissero al corso di architettura. Nunzia sapeva che luniversità sarebbe stata un passo lungo, ma forse, un giorno, avrebbe potuto realizzarlo.
Il giorno della partenza, si sedettero sulla loro vecchia panchina. Con il tramonto, Nunzia partì per unaltra città dove avrebbe studiato e vissuto. Piangeva per la prima volta da anni.
Nicola, tornerò da te. Solo per un saluto, promise.
Facciamo un patto. Io rimarrò qui, ma tu devi finire gli studi, mettere le fondamenta della tua vita e, in seguito, tornerai a trovarmi.
Lui le regalò un flauto di legno, lultimo dono prima della separazione.
Quasi quindici anni dopo, Nunzia si sposò tardi, senza mai trovare davvero qualcuno che la comprendesse. A trentanni ebbe una figlia, Katia, e si separò subito dopo; la sua gioia rimaneva la piccola Katia. Con il tempo, la vita le consentì di guadagnare abbastanza da poter cercare la madre. La ricerca si concluse più presto del previsto: la madre, una donna sola e malata, era stata diagnosticata con un cancro avanzato due mesi prima del parto. I medici le avevano concesso solo un anno di vita; la donna, disperata, rinunciò alla figlia al momento della nascita.
Nunzia scoprì anche la tomba della madre, con un grande angelo di marmo a custodirla. Spesso ricordava Nicola, ma quando tornò a Borgo San Giuliano non lo trovò più; il direttore dellorfanotrofio era cambiato e quasi tutto il personale era nuovo.
Quando il tempo le concedeva un attimo di tregua, Nunzia, con Katia, andava al parco. Katia rideva, desiderando salvare il mondo, e a sei anni era già molto persuasiva: chiedeva alla madre di comprare caramelle per tutti i bambini, pane per i papiro, gelati per le anfore sotto il sole rovente. Un giorno chiese:
Mamma, comprami prosciutto, una pagnotta e qualcosa da bere.
Nunzia, guardandola, rispose:
Non so chi chiedere
Forse è meglio non sapere, mamma. Non è il caso di agitarsi?
Katia, non andremo da nessuna parte.
È un vecchio, non ha casa.
Chi?!
Nunzia temette per un attimo, ma Katia rise, come a dire ti avevo avvertita. Il vecchio si avvicinò, vestito di stracci, ma i suoi occhi brillavano di storie e poesie che nessuno conosceva.
Lascialo, mamma, non è nulla, rispose Katia.
Silenziosa, Nunzia comprò tutto ciò che la figlia aveva chiesto e si diresse verso il parco. Katia si sedette sulla panchina e indicò il laghetto:
Mamma, guarda, cè il nonno. È lui.
Nunzia vide un vecchio poco vestito, circondato da bambini. Il suo cuore si calmò. La presenza di quelluomo le ricordò il tempo trascorso con Nicola.
Quella sera, sul divano, Nunzia lesse un libro e, nel silenzio, riconobbe di nuovo la melodia. Il cuore si fermò. Corse nella stanza di Katia, trovandola col flauto in mano.
Mamma, ti ho svegliata?
Che cosa è stata quella melodia?
È il nonno che mi ha insegnato a suonare. Non riesco a superare il ponte iniziale.
Katia sospirò, stringendo il flauto.
Ti mostro, mamma. Anchio ho impiegato tempo per imparare.
Nunzia suonò la melodia fino alle lacrime, i ricordi inondarono il suo animo. Katia, spaventata, le chiese:
Perché ti sei rattristata? Ti ha colpita la musica?
No, è il ricordo.
Nunzia, con un flauto più scuro per il tempo, chiese a Katia dove abitasse quel vecchio.
Vicino al laghetto, dietro i cespugli, rispose la bambina.
Partirono subito, chiamando:
Nonno!
Il vecchio emerse dal folto, tremando come colpito da un fulmine. Guardò Katia, poi il volto di Nunzia.
Nunzia non può essere.
La abbracciò forte.
Tutto è possibile. Basta smettere di nutrire i mosconi, torniamo a casa.
Dove?
A casa, Nicola. Se non fosse stato per te, non avrei nulla; casa mia è la tua casa.
Durante il cammino, Nicola asciugò le lacrime che gli colavano dal volto. Le lacrime, diceva, erano zanzare che gli avevano rubato la gioia. Se non fosse stato Nunzia a stringere la sua mano, sarebbe caduto.
Ora, mentre ripenso a tutto questo, comprendo che lodio è una catena che ci imprigiona. Ho imparato che il perdono è lunica chiave che apre la porta di un futuro sereno. Non è il sangue a definire la famiglia, ma i gesti di chi ci accoglie quando il mondo sembra crollare.
**Lezione personale:** non lasciare che il rancore ti guidi; lascia che lamore, anche in forma più piccola, possa ricostruire ciò che il dolore ha spezzato.







