A scuola mi tiravano sempre dentro a qualche gara di olimpiadi. Un giorno mi hanno arruolato per lolimpiade di chimica. Allinizio ho pensato che fosse un omaggio alle mie doti intellettuali. Quando lo seppe, mia madre che era una chimica, e che portava un cognome nobile prima di sposare papà si comportò come una casalinga qualsiasi. In genere ride come una vera signora alla Pirandello, invece quella volta rovesciò il tè dal ridere. Fu la prima e unica volta che la vidi ridere tanto.
Poi mi mandarono a quella di fisica, poi ancora, e alla fine cominciai a sospettare che la presidenza della scuola mi spedisse regolarmente fuori, solo per dare modo agli altri di studiare in tranquillità.
Allolimpiade di biologia, almeno, non fui solo. Mi affibbiarono come compagno Attilio Crisanti anche lui sapeva distinguere un cervo da una tartaruga a un mezzo chilometro di distanza. La notizia su chi rappresentasse la scuola in biologia portò la professoressa quasi a inventarsi uno sciopero della fame. Però almeno per tutto il giorno loro non saranno in classe!, la convinsero sicuramente la preside e la vicepreside.
Così io e Attilio ci trovammo in unaula enorme, insieme ad altri sessanta sconosciuti aspiranti biologi. Ci diedero un foglio a testa, formato giornale. In quel momento, dietro una cattedra, una donna pronunciava un discorso ispirazionale. Una spilla di vetro grossa come un uovo brillava sul suo petto. Il discorso funzionava: non siamo qui per caso, la vita ci aspetta. Se ora fate casino o copiate, passerete la vita a scaricare casse al porto. Benché anche scaricare casse, diceva, non è disonorevole, e lei non disapprova.
Mi guardai intorno e sfiorai appena la spalla della ragazza seduta alla mia destra. Lei arrossì e abbassò le ciglia perfettamente truccate. A quel punto tutti cominciarono a scrivere come ossessi. Attilio si agitava:
Ma cosa dobbiamo fare, esattamente? Che si deve fare?
Neanche gli passava per la mente che avremmo dovuto scrivere qualcosa. Pensava che ci avessero portati lì solo per offrirci una gassosa. Guardando il foglio, capii che dovevamo semplicemente riempire gli spazi vuoti con le risposte. Lo spiegai ad Attilio. La donna con la spilla mi chiese cortesemente di calmarmi.
E dove sono scritte le risposte? chiese Attilio.
E lei, pungente, ci chiese da quale scuola venissimo, questi due ragazzi così ansiosi di abbracciare la scienza. Chi ha già familiarità col commissariato non lo freghi con le domande: allora ho risposto che venivamo dalla scuola centosettanta-due. Se lo annotò sul suo registro e su quello di Attilio.
Ma noi siamo della centosettantacinque! protestò Attilio.
Stai zitto, scemo, gli ho risposto.
Attilio mi diede una gomitata ma colpì la sedia della ragazza davanti. Lei girò la testa come un gufo, ci squadro e disse di non farlo più. Mi colpirono le sue lentiggini.
Che vuoi? le lanciò Attilio, Siediti e non ci disturbare.
La donna fece un ultimo rimprovero alla ragazza, che si mise a piangere. Per consolarla, la donna le parlò con tono materno: doveva contare solo sulle sue forze e avrebbe visto che ci sarebbe riuscita. Allora la ragazza si tranquillizzò e ricominciò a scrivere con decisione.
Io invece ero in difficoltà: non si può ricordare le date di nascita di Linneo e farsi lanciare occhiate da una ragazza con delle ciglia così contemporaneamente. O Linneo, o le ciglia. Se pensi a entrambi, ti esce in testa Linneo con il mascara sulle ciglia. Impensabile.
Quante specie di pesci vivono nel Po? chiese Attilio.
Novecentododici, risposi.
Sei sicuro?
Su queste cose non si scherza.
Per la domanda su Linneo, scrissi una risposta vaga e colta, che sarebbe andata bene anche nella biografia di qualche poeta novecentesco, bastava non sembrare troppo saccente.
Vieni al cinema con me? ho scritto su un foglietto che ho ripiegato e lanciato alla ragazza dalle ciglia nere. La risposta è arrivata subito: Sono già fidanzata, era scritto con calligrafia impeccabile. Mi hanno sempre stupito le donne: incapaci di dire subito semplicemente sì. Nemmeno mi sognavo di rovinare la sua storia; volevo solo proporre unamicizia in più. Io già ero amico di due ragazze che erano tra loro migliori amiche. I rispettivi ragazzi dormivano sonni tranquilli. Lunico che ci rimetteva era papà, costantemente costretto a passarmi qualche euro.
È meglio di me? ho scritto. Sì, è tornato indietro. E allora perché lui non è allolimpiade?, ho spedito di nuovo. La ragazza ci ha pensato su. Comprensibile.
Non è che hai confuso il Po con lAdriatico? chiese piano la donna con la spilla, passando per la terza volta accanto ad Attilio, cercando prove di brogli. Ma per trovare una scorciatoia, bisogna almeno sapere di che materia si tratta: da noi poteva frugare allinfinito.
Attilio aveva lo sguardo diffidente di un bambino che avrebbe bisogno di attenzioni mediche, ma era la sua espressione normale, lei non poteva saperlo.
Che vuole questa delloceano? mi punzecchiava Attilio interrompendo qualsiasi mia connessione emotiva qui non cè nessuna domanda su oceani.
Chi è chi con Marcello Mastroianni, ho scritto, e mi è tornato un No! con sopra disegnata una faccina che ride coi codini e le orecchie giganti. Questi orecchi mi colpirono più delle ciglia. Che fascino avevano quegli orecchi, altro che le emoticon di oggi. Mi stavo infatuando di brutto, finché Attilio tornò allattacco.
Senti, domanda importante mi fece con aria seria a che livello di con-formazione è la proteina cheratina dei capelli? Cheratina è la risposta? E lo scoiattolo rosso allora? In inverno non cambia colore?
Confermai. Poi precisai:
In inverno sono grigi.
Attilio scrisse: Rosso. Dinverno, lo scoiattolo è grigio. Si inseriva sempre bene, in ogni discorso.
La ragazza lentigginosa si girò verso di me e sussurrò: Alfa-elica.
Dove? mi guardai attorno.
Il livello di conformazione: alfa-elica, spiegò, e si rimise tranquilla.
Io fissavo quelle orecchie. Anche quelle mi conquistavano. Segnai la risposta, staccai un pezzetto di foglio e scrissi: Andiamo al cinema?. Prima o poi doveva andare a segno.
Va bene, sbatté sulla mia cartella.
Un minuto dopo, me ne arrivò un altro: Daccordo, andiamo.
Ero finito in un vicolo cieco. Due inviti andati a segno. Mi trovai davanti alla fatidica domanda: Come si chiama il piccolo del rinoceronte?. Difficile rispondere seriamente mentre due ragazze vogliono qualcosa da te nello stesso momento. Rinoceretto? Rinocucciolo? Vitellino? Rinoattilio? A destra le ciglia, davanti le lentiggini. E io scrissi: Il piccolo del rinoceronte.
Con quella dalle lentiggini ci siamo frequentati fino allinverno, fino a che i capelli degli scoiattoli non diventarono grigi. La ragazza con le ciglia, però, non si è mai fatta vedere al cinema. Che creature misteriose, le donne.
Intanto presi il secondo posto allolimpiade di biologia, e mi diedero il diploma solo dopo due mesi: avevano girato tutte le scuole per trovare un alunno col mio cognome. Lunico che trovarono era in prima elementare e alla domanda della preside: Come facevi a essere allolimpiade?, scoppiò a piangere giurando che non lavrebbe fatto mai più. Vabbé, alla fine mi recuperarono.
Rimasi lunico di tutta quella banda di biologi a sapere come si chiama il piccolo del rinoceronte. Gli scienziati ancora oggi non si sono messi daccordo sulla sua denominazione. Così sono entrato nel mondo della scienza e mi sono sentito a casa. Poi, col tempo, ho perso la strada, come si vede.
Alla fine mi sono reso conto che la vera lezione non viene dai premi o dai voti, ma da come, tra una risata di mamma, una ragazza misteriosa e un amico maldestro, si impara a stare al mondo, in mezzo agli altri, sempre un po stupiti e abbastanza vivi per inciampare nella prossima domanda.






