Non rimpiango nulla

Non rimpiango nulla

E quando torno spero proprio di trovare la casa pulita! urlò la signora Olga Rinaldi, sbucando di corsa sul pianerottolo e sbattendo la porta con tanta forza che le finestre del pianerottolo tremarono.

Io stavo scendendo per le scale proprio in quel momento e mi bloccai di colpo, sperando di non far notare la mia presenza. Illusione: mi aveva visto.

Oh, Antonella… Buongiorno!

La signora appoggiò con noncuranza sul pavimento uno scatolone di cartone, quello della friggitrice ad aria, e iniziò in fretta ad abbottonarsi il cappotto. Doveva essere davvero di corsa.

Buongiorno, signora Olga, risposi con un sorriso educato I suoi figli hanno fatto qualche danno di nuovo?

Danni? Solo danni fanno! sbuffò la vicina, ancora alle prese con lultimo bottone.

In quellistante la scatola si mosse.

Sussultai di sorpresa, pur mantenendo una certa distanza di sicurezza.

Non che fossi mai stato particolarmente pauroso, ma pensare che ci fosse una creatura viva là dentro proprio non mi veniva in mente…

E cosa mai ci sarà?

Limmaginazione già mi proponeva strane scene, magari una friggitrice ad aria impazzita intenta a vendicarsi sparando pezzi di zucchine crude, per poi finire destinata allisola ecologica.

Guarda qua, disse la Rinaldi alzando la scatola, pronta a mostrarmi il suo contenuto.

Mi avvicinai cautamente sul pianerottolo e sbirciai allinterno.

Certo, sapevo che non ci poteva essere una friggitrice con la vita propria. Ma quello che vidi mi sorprese comunque, piacevolmente.

Dal fondo della scatola due occhi curiosi mi fissavano. Appartenevano a un minuscolo gattino.

Madonna, che amore! esclamai spontaneamente.

Un bel problema, semmai, borbottò la signora Olga chiudendo in fretta la scatola.

Da dove arriva?

I miei figli lhanno raccolto in strada… Ho proprio sbagliato lasciarlo entrare in casa. Mille pensieri per colpa di quella bestiolina. Anchio allinizio mi sono commossa per quegli occhi dolci, ma si sa: Non è tutto oro quel che luccica. Di aspetto cara, ma con lo stesso carattere del mio ex marito.

Vedrà che crescendo si calmerà, la rincuorai. Forse deve portarlo dal veterinario per i primi vaccini?

Il veterinario? Altro che veterinario, Antonella! Non ne posso più. Ho deciso che lo porto dai miei, alla casa in campagna. Starà meglio lì!

La guardai stranita, sperando che stesse scherzando.

Ma dallo sguardo accigliato e laria dura capii che faceva sul serio. E poi, non era mica il primo aprile, era il 15 novembre.

Lo lascia in campagna adesso? Con questo freddo?

Meglio ora che mai! E che differenza fa quando lo porti? Se fosse stato inverno lo avrei fatto lo stesso! Questo qui non è un gattino, è un disastro.

Si prese una pausa, un po affannata dalla rabbia, poi riprese:

Se solo vedessi cosa combina! Sono più stressata adesso che quando sono rimasta sola coi bambini. Decisione definitiva. Gattino via!

Ma…

Certo, potrei lasciarlo sotto casa dovè stato trovato, ma i miei figli lo riporterebbero su e magari lo chiuderebbero nellarmadio. Non ci penso nemmeno! Basta così, non ne posso più.

Tirò fuori il telefono dalla tasca, controllò lora scuotendo la testa:

Antonella, mi hai fatto perdere tempo. Ora devo proprio scappare, o perdo lautobus.

Aggiustandosi la scatola tra le braccia, si voltò e iniziò a scendere le scale.

Rimasi a guardarla, incapace di capire come si potesse lasciare un gattino da solo in campagna. Non sarebbe sopravvissuto nemmeno un giorno.

Aspetti, signora Olga! gridai.

Che cè ancora? Ti ho detto che sono in ritardo.

Non lo porti via, glielo trovo io qualcuno, prometto che lo affido a delle brave persone! Lo prenda pure, per favore.

La vicina si fermò e si voltò lentamente.

Brave persone? Con questo vuoi forse dire che io non sono brava? mi scrutò con aria feroce. Io ci ho cresciuto due figli, con queste mani.

Non intendevo questo. Solo che in campagna da solo non resisterà.

Se vuole vivere, vivrà. Se no, vuol dire che non era destino. E allora, tanto valeva non farlo nascere.

Ma come può dire così?

Non sono io il problema! Questo gattino non ne vuole sapere della vita in casa.

È solo piccolo, impara tutto! provai a insistere. Poi mi scappò: Anche coi suoi figli urla sempre, ma mica li porta in campagna!

I miei figli sono miei! Non paragonarli a questo. Ma se proprio vuoi, prendilo.

Appoggiò la scatola per terra.

Così è meglio per me: almeno non devo perdere tempo e soldi per il treno. Vediamo quanto duri! rise con una nota velenosa.

Rientrò di fretta in casa, sbattendo ancora la porta e subito si sentì urlare:

Cosa aspettate? Non è ancora pulito niente qui? Via di corsa, date qui quei cellulari!

Non sentii altro. Presi la scatola, controllai il gattino, e salii al mio piano.

Così, senza farmi domande, diventai linaspettato proprietario di una scatola da friggitrice ad aria e…

…una piccola creatura pelosa.

A dire il vero, non avevo mai pensato di prendere un animale in casa.

Tanto meno oggi. Ero sceso solo per comprare il caffè, che era finito, e mi ritrovai in una situazione totalmente imprevista.

Nemmeno ero un amante degli animali. Quella passione folle che hanno certi padroni proprio non mi apparteneva.

Ma non potevo lasciare che Olga abbandonasse un indifeso.

Perché, in fondo, lindifferenza non è crudeltà. Ma a tutto cè un limite.
Con un pochino di organizzazione, avrei potuto trovargli subito qualcuno disposto ad accoglierlo, soprattutto un cucciolo così dolce.

Bastava fare qualche foto carina e pubblicarle su internet: ci sarebbe stata coda alla porta per adottare un batuffolo così.

Semplice!

*****

Decisi di muovermi subito: a casa scattai alcune foto al gattino e le pubblicai su vari forum e gruppi, Cerco casa regalo e Adozione gratuita.

Poi finalmente andai a comprare il caffè… e il cibo per gattini, visto che bisognava pur sfamarlo finché non trovavo qualcuno.

Presi pure la lettiera e il sabbietto. Spese improvvise, ma giuste.

Le passerò a chi lo adotterà, pensavo.
E sorridevo: stavo facendo una buona azione, soldi ben spesi.

La Rinaldi lo chiamava Briciola, ma lui non si girava mai, così scelsi un nome nuovo tra una lunga lista…

Ora ti chiami Tito! Ti va bene, vero? chiesi.

Miao! replicò, e si lanciò sui miei pantofole pelose, che parevano quasi offendersi: doveva essere lui il più bello della casa, non certo quei ciabattosi lì.

Osservando Tito, non potei fare a meno di sorridere, poi cercai di lavorare.

Ero fotografo freelance, mi occupavo di servizi fotografici e mi piaceva tantissimo il mio mestiere, sia per la soddisfazione che per le entrate più che discrete.

Avevo da sistemare delle foto urgenti. Accesi il computer, lanciai Photoshop e iniziai a lavorare serio.

Ma di lavorare non se ne parlava.

Tito, domata la pantofola, correva allimpazzata da una stanza allaltra, sbattendo ovunque.

Ehi, piccoletto! ruotai la sedia e lo fissai Dimmi, posso lavorare, per favore?

Il gattino si fermò in mezzo alla stanza, pronto ascoltarmi ma già impaziente di riprendere il gioco.

Capisco che vuoi giocare, ma ricorda che sei qui solo temporaneamente…

Miao!

E non replicare! Sei mio ospite. Un po’ di rispetto, almeno mentre lavoro.

Parole al vento.

Tito mi lanciò uno sguardo tanto desolato da farmi vergognare di me stesso. Un senso di colpa da farti sprofondare.

Ma come si fa a sgridare un batuffolo così?

Vabbè, gioca pure, cedetti.

E lui raddoppiò la corsa, sbattendo contro mobili e sedie.

Vede solo obbiettivi non ostacoli! pensai. Esattamente Tito.

Per non sentire il rumore, mi misi le cuffie e accesi la musica. Ripresi a lavorare.

Cinque minuti dopo, a furia di correre, Tito finisce dritto sotto la scrivania, riesce misteriosamente a staccare il cavo di alimentazione del computer e svanisce. Ora come lo trovi?

Ma dai…! sbotto di fronte allo schermo che ormai è nero.

Comincia la caccia: io e Tito a rincorrerci per casa.

Ovviamente mi sono schiantato due volte con lo stinco contro lo sgabello e ho battuto il dito grosso contro la sedia.

Riavviato il computer, ancora col tic nervoso allocchio, controllo ansiosamente i forum dove avevo caricato le foto di Tito.

Un sacco di mi piace! Ma leggendo i messaggi, mi smorzo.

Tutti scrivono Che amore!, Che fortuna con lui! o Un miracolo di gattino!, ma nessuno, nessuno si propone di adottarlo.

Non ricevetti nemmeno una telefonata, la coda alla porta era solo nella mia testa.

Allora corressi tutti i miei post: Consegno io il gattino, anche fuori città. O dovunque!. Convinto che fosse quello il problema.

Vedrai, così qualcuno si farà vivo, pensavo.

Intanto Tito, stanco, si arrampicò per lennesima volta sul divano e si mise in posa da accarezzami la pancia, rovesciato e beato. Non resistetti: lo coccolai finché non si addormentò.

E con lui mi addormentai anchio.

Addio foto da sistemare, addio lavoro. La giornata era ormai volata.

*****

Passano i giorni, e mi accorgo che trovare casa a Tito non è affatto cosa banale. Tutti mettono mi piace, commentano, ma nessuno si fa avanti. Zero contatti.

Dopo altri tre giorni, mi faccio la domanda:

E se davvero nessuno si fa avanti? Rimarrà qui con me?

E ti pareva! dissi ad alta voce, rimproverandomi subito.

Tito dormiva acciambellato sulla tastiera, afferrando il mouse tra le zampine (che mi impedivano di lavorare da più di quarantacinque minuti). Udendo il mio tono, sbirciò con un occhio indignato: Questo è il mio riposino, silenzio!

Sospirai, controllando ancora i commenti sul telefono.

Stesso identico copione, sempre complimenti, nessuna adozione.

Così, con ogni mi piace e ogni commento, la speranza di trovare una nuova famiglia per Tito si affievoliva.

Poi mi venne in mente una cosa: qualche settimana prima mi ero rivolto a uno psicologo, cercando una fonte inespressa di insoddisfazione.

Avevo tutto: lavoro che adoravo, zero problemi economici, casa di proprietà (grazie ai miei). Eppure sentivo mancarmi qualcosa.

Non era la mancanza di relazioni, perché ero io ad averle sospese per un po.

Cosa manca, allora?

Ma la risposta non arrivava, nemmeno dopo la seduta con lo psicologo che mi aveva invitato a parlarmi allo specchio per trovare la radice profonda, da qualche parte simile alla Fossa delle Marianne… Tutto si era concluso con un bicchier dacqua e una pastiglia per il mal di testa.

Deluso, decisi di sentire le amiche.

Sarà che sei troppo fortunata! disse Simona, da sempre invidiosetta del mio lavoro e dellappartamento.

Dai, Simo. Lavoro quanto te, cinque giorni su sette. Che fortuna è?

Forse ti manca LUI! propose Lucia, finendo il suo cannolo.

Lui chi?

Non chi, ma cosa: un po di grasso in più! Sei troppo magra, si vede che da piccolo mangiavi pochi cannoli.

Nemmeno con loro trovavo la risposta. Decisi di lasciar perdere i pensieri cupi. Ma ora, con Tito addosso, tornava tutto.

Chissà che forse… sì, forse per essere davvero felice mi mancava proprio Tito! Vedremo.

*****

Un mese passò in un attimo dal giorno in cui Tito divenne il mio coinquilino peloso temporaneo. Un mese che filò liscio come un giorno solo.

E nessuno si fece vivo per prenderlo. Con 1.228 mi piace sotto le sue foto, nessuno si era fatto avanti… e ora capivo anche il perché.

Di cose ne erano successe, abbastanza per scrivere un romanzo degno dei Promessi Sposi.

Ma proviamo a sintetizzare. Tito, in realtà, era parecchio intelligente.

Capiva al volo i miei rimproveri quando tentava di distruggere il divano, e si provava, a modo suo, in mille mestieri.

Cominciò con il designer dinterni. Cambiai quattro tipi di tende per colpa delle sue acrobazie, e alla fine decisi che senza tende si stava meglio.

Poi puntò alla cucina: assaggiava tutto ciò che trovava sul tavolo, da cetrioli sotto sale ai funghi sottolio al purè. Niente lo soddisfaceva, a parte le sue crocchette.

Così Tito decise che il suo mestiere fosse quello classico dei gatti: portarti gioia.

Il concetto di gioia però non coincideva sempre con il mio.

Per me, avrebbe significato dormire otto ore e portare a termine tutti i lavori fotografici.

Ma ormai la tranquillità era un lusso che potevo solo sognare: dallalto qualcuno aveva deciso che la mia vita fosse troppo calma… Così mi avevano mandato Tito.

Appena mi sedevo o mi sdraiavo, lui appariva dal nulla e mi fissava negli occhi: Giochiamo?

E da lì partiva la baraonda, tanto che spesso mi veniva in mente la signora Rinaldi anche se non le davo certo ragione sul punto della campagna!

Certo, cerano anche i lati positivi, che meritano una menzione: primo, avevo smesso di pensare a quello che mi mancava dalla vita. La questione si era sciolta da sola.

Secondo, pulivo la casa in metà tempo: il segreto era sistemare tutto prima che Tito si svegliasse.

E le emozioni positive, quante! Basgterebbero per una vita intera.

Come una madre che gioisce vedendo il figlio muovere i primi passi, così io esultavo quando Tito imparò a usare da solo la lettiera. Quante veglie notturne avevo passato a sollevarlo e portarcelo! A qualsiasi ora: una di notte, tre e quaranta, le cinque e mezza…

Ma ora, grazie al Cielo, quei tempi erano finiti. Avrei anche pianto di felicità: può sembrare niente, ma poter dormire due ore in più è davvero una conquista.

Ogni tanto Tito scopriva nuovi hobby, come giocare col lume notturno: accendi, spegni, accendi… così alla fine lho tolto direttamente (è con le tende, ormai).

Insomma, tutto normale. O quasi. Col tempo, ti abitui a tutto.

E anch’io mi ci ero abituato.

Ed è così che, dopo un mese insieme, ho fatto una scoperta sorprendente.

Non ero io a ospitare Tito… ero io a essere ospite da lui. In fondo passo quasi tutto il giorno fuori per lavoro. Lui è il vero padrone: mi aspettava sempre alla porta la sera e mi salutava al mattino.

Allora ho capito: non devo più cercare una buona famiglia per Tito. Sono io la famiglia, quelle mani buone e accoglienti pronte a tollerare ogni follia.

Pronto a svegliarmi a qualsiasi orario per giocare a nascondino, o disturbare i miei sonni con una partita di pallina.

Pronto ad accarezzarlo quando si spalma sulla mia metà di letto come un re.

Sì, sono pronto. E non rimpiango nulla. Perché voglio bene a Tito. Perché è impossibile non volergli bene.

E sento che anche lui mi ama…

Non mi sveglia più la mattina, mi fa dormire fino allultimo minuto prima del lavoro.

Si avvicina, si corica in silenzio accanto a me, e aspetta che mi svegli.

In silenzio. Anche se, ogni tanto, nei suoi occhi, leggo una velata domanda: Ma quanto dormi, padroncino? Qui ti aspetto… mi manchi.

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