Scenderò alla stazione più lontana…

Alla stazione lontana scenderò…

«Alla stazione lontana scenderò, lerba mi arriverà al fianco!» cantava il mio compagno di viaggio, sprofondato contro la rigida spalliera del sedile del compartimento ferroviario, mentre si sfregava beato la pancia prominente sotto la camicia, come a sottolineare con orgoglio la sua rotondità. Pareva che i bottoni stessero per cedere, pronti a schizzare giù come chicchi di ceci sul pavimento del vagone.

Tintinnavano sottili i cucchiaini: il tè caldissimo nei bicchieri con sottobicchieri in metallo, con inciso Viva lOttobre, appena servito dalla capotreno, lasciava nellaria tiepida e un po stantia del compartimento un profumo dolce di limone.

Il nostro finestrino era appannato, e oltre passavano in silenzio i campi spazzati dal vento autunnale, le cascine sbilenche raggruppate come signore al pozzo, villaggi poveri o case isolate che resistevano con ostinazione nell’abbandono di ottobre, come se volessero dimostrare al mondo che non saranno mai rase al suolo.

Cercavo di ignorare le stonature del vicino, mi voltai, ma il suo lerba mi arriverà al fianco continuava a entrarmi nelle orecchie. Forse feci una smorfia, perché lui mi chiese:

In viaggio di lavoro?

Annuii, senza voglia di parlare. Non amo le chiacchiere da treno e non credo davvero che ci si possa confidare così facilmente con uno sconosciuto.

Io invece torno a casa. Sempre lavoro, sempre impegnato, sono stato a Roma a sistemare delle questioni, e alla fine non ho risolto nulla disse il compagno, passandosi una mano tra i capelli ispidi, guardandomi con attenzione. Mi chiamo Marco. Marco Manfredi. Mi tese la mano, quella stessa con cui poco prima si era grattato la testa.

Riccardo, risposi stancamente, stringendo poco convinto le sue dita.

Che bello disse Marco, indicando il finestrino. Ogni volta che prendo il treno, non riesco a staccare gli occhi dal paesaggio. Meglio della TV. Ho girato parecchio, ma casa propria è sempre casa. Non trova anche lei, Riccardo?

Mi stupì che Marco mi desse del lei. Me lo figuravo come uno di quei furbi arricchiti, con negozietti e casse di pomodori marci nel curriculum uno che di solito ti dà del tu, si confida come nulla fosse e dopo tre fermate tira fuori una bottiglietta chiedendoti compagnia. E invece…

È interessante, sì, mormorai.

Interessante e basta? Dai! Torni in primavera: ogni campo è un tripudio di papaveri E i cavalli, splendidi, liberi, fieri. Ogni loro movimento è un inno alla vita, alla bellezza. Meglio ci sono solo alcune donne, ma questa è unaltra storia! aggiunse Marco, strizzando locchio. E il cielo! Ora pare sbiadito tra il blu e il grigio, ma in primavera è turchese, sembra smaltato. Non ci crede?

Perché no Credo, alzai le spalle.

No, non ci crede. Succede. Anche io, quando qualcosa mi pesa, non vedo più nulla. Ma ho imparato a cercare comunque la bellezza. Bisogna farlo. Anche ora pare tutto grigio, ma se guardo fuori mi sento meglio. Da giovane, camminavo con mio figlio piccolo e lui urlava: Papà guarda che farfalla!, e a me non importava delle farfalle, né del fatto che luva sulle bancarelle sembrava ammassi di ametista. Mia madre diceva che era un pittore a correre in cielo, e inciampando sui pini, rovesciava i colori: il risultato erano quei tramonti incredibili.

Sua madre aveva tanta fantasia, dissi, abbozzando un sorriso.

Marco annuì e continuò:

Poi dinverno tutto cambia: tramonti freddi, neve accecante che sfuma nellorizzonte blu. Una bellezza dura, difficile da addomesticare. Solo nelle case la luce è calda, esce il fumo dai camini e sai che, ovunque, cè qualcuno che vive.

Dopo quelle parole restammo a lungo in silenzio. Marco sembrava addormentato, dita intrecciate sulla sua pancia monumentale. Io, con la testa appoggiata alla mano, continuai a guardare fuori.

Il lavoro. Tanto lavoro mi aspettava, la ventiquattrore piena di scartoffie che dovevo esaminare ed ero esausto. Ormai mi era indifferente dove fossi, cosa mangiassi, se il letto fosse morbido o duro. Non me ne importava nulla del saponificio dove stavo andando, se lo dovevo chiudere o salvare. Tanto vale demolire tutto e finire la storia. Ho superato un limite, ormai vivo in apatia.

Questanno mi sono perso la fioritura del ciliegio nel cortile, non ho sentito il profumo inebriante del biancospino, non ho raccolto i rami di lillà, non ho calpestato margherite passeggiando con il mio cane Fiorella. Ora la porta a spasso mia moglie, lei schiaccia le margherite, starnutisce per il biancospino e vive in quell’appartamento che abbiamo comprato quattro anni fa. Io lavoro. Sembra che abbia persino dimenticato cosa significhi una domenica pigra, un film e una gazzosa fresca dal chiosco. Una vita passata.

A che stazione scende lei? sentii allimprovviso la voce di Marco che mi fece trasalire.

A San Fiorenzo, per lavoro, risposi corrucciato, mi massaggiai il volto e bevvi dun fiato il tè, dal sapore inspiegabilmente insipido.

Non ci credo! Venga da me prima, la porto alle terme, conosce mia madre, dorme quanto vuole e poi la accompagno direttamente al saponificio. Accetti, su! Perché trascorrere la notte in uno squallido albergo? Da noi pane e vino non mancano mai. Marco sembrava entusiasta allidea del ritorno a casa, di farmi sedere alla sua tavola, offrendomi le prelibatezze di famiglia. Immaginai sua madre, con il fazzolettone legato sotto il mento, offrendomi la sua verza appena preparata.

No. Ho già prenotato, mi aspettano, mentii. Perché? Ma chi va poi a casa di uno sconosciuto incontrato in treno?

Ma senta! In albergo non trova posto, è tutto occupato da settimane: ci sono le visite alle botteghe artigiane del posto. Qui si lavora ancora il sapone a mano, crea, sa? Si vende ovunque, pezzi unici, lavori di tradizione. È il vanto della zona. Ma lei sicuramente pensava di accamparsi in stazione, sul banco. Fa male alla schiena, lo sa? Accetti almeno un po di relax alle terme, le piacciono, no? insisteva.

Non amo le terme e non voglio venire con lei! Non abbiamo niente in comune! Mi lasci in pace, faccia il suo viaggio e io farò il mio! Scattai in piedi, picchiai la testa contro la cuccetta superiore, esclamai, afferrandomi la fronte. Accidenti…

In tasca il cellulare cominciò a vibrare. Che coincidenza

Risponda! Dopo San Marino non cè segnale, solo laghi e boschi in mezzo, confermò Marco, annuendo.

Da VOI? ghignai. Allora è il sindaco della Toscana?

Più o meno Ormai non la cercano più, peccato…

Ma non era un vero peccato! Era ancora Ninetta, mia moglie. Sapevo già cosa avrebbe detto: che aveva esagerato, che le dispiace per la litigata e che mi aspettava, sperando nel perdono. Ma certo, ne ho abbastanza! Nulla va mai bene, appena replico si mette a piangere e la colpa sono sempre gli ormoni. Meglio così, almeno in questa missione me ne sto tranquillo. Sto andando al saponificio perché il terreno interessa ai miei datori. Ma forse se la caveranno anche senza di me. Vedremo come va. Comunque il direttore Laganga pare tosto, attaccato a ogni mattone; non sarà facile convincerlo. Ma sono problemi suoi! Si può sempre buttare giù la fabbrica, e se no ci penseranno altri.

Diventai rosso di queste idee coraggiose, serrando i pugni. E poi? Sono un professionista, il saponificio non è affar mio. Quando la casa è in disordine, lo sono anche i pensieri. Sì, butterei giù pure una fabbrica! Non è roba da poco. E lamico Marco seduto davanti sembra uno pigro, sempre con la testa fra natura, ricordi e poesia. Con la panza che si ritrova ci manca solo che tiri fuori dal borsone un pollo arrosto avvolto nella stagnola, da mangiare con le mani. Ne ho visti!

Nel frattempo scendeva il buio. Marco accese la luce, prese una rivista dal tavolino e cominciò a sfogliarla, ogni tanto mi studiava da sopra le pagine.

Vieni a cena? Cè una trattoria da leccarsi i baffi, chiese, voltando una pagina, sorrise a qualcosa e rimise la rivista sul tavolino.

Non ho fame, tagliai corto, chiedendomi cosa volesse Ninetta.

Come vuole, mi sa che salto anch’io. Eppure nemmeno io ho fame. Senta Riccardo, ma lei per cosa va giù?

Chiudo la fabbrica. Lanno prossimo la buttano giù, magari ci fanno un magazzino, o niente, tanto a chi serve più? risposi con dispetto. Che si sappia!

Come a chi? Alla gente serve, ci hanno passato una vita. È un luogo di storia e di passione!

Basta con le prediche, scattai buttando il fiammifero che rigiravo tra le dita. Non serve ricordarmi che ci lavorano persone e che le tradizioni non dovrebbero sparire…

E invece sì, va detto. Perché ciò che produciamo si vende in tutta Italia e anche allestero, pezzi da regalo. Ma lei è moderno, non capisce il sapone vero. Lasciamo perdere Forse vado comunque a cena.

Marco si alzò, indossò la giacca e uscì, sbattendo la porta del compartimento. Restai lì, fissando il finestrino ormai nero. Di notte, in treno, il buio arriva in fretta, come se inghiottisse tutto nel suo ovattato mistero. Così resta soltanto tempo per pensare a se stessi, se si ha il coraggio di farlo.

E pensai. A Ninetta, a come mi sembra sempre insoddisfatta, e io non capisco cosa dovrei fare per renderla felice! Lei dice di lasciare la finestra aperta ma si aspetta che la chiuda, e dovrei capirlo senza che lei lo dica. Nelle boutique dice di non voler nulla, ma avrei dovuto notare che guardava il foulard giusto e offrirglielo. Lei aspetta il bacio e io, imbranato, non mi muovo Come si fa? Come fanno le coppie durature? Una volta, in trattoria, si festeggiava un cinquantesimo matrimonio: quei due vecchietti si sorridevano sinceramente, ricevevano auguri e lei lo sgridava un po, lui però la carezzava, docile come un gatto. Quanti litigi, quante pazienze Forse non sono portato per la famiglia. So baciare, fare le moine, andare al mare, ma vivere non ci riesco. Ed è venuto fuori solo ora che Ninetta non voleva che partissi; avrei potuto restare, ma lei aveva detto: Vai, se devi. E ha sospirato. Solo poi mi ha spiegato che sospirava con significato. Io invece mi ero del tutto dimenticato che volevamo andare in campagna con sua cugina Lucia. Tutto ciò per i mille pensieri: la macchina rotta, le batterie dellappartamento da cambiare prima dellinverno, la mamma che parte per le terme, la tassa della casa da saldare Un legno, e i legni non hanno memoria.

Il rumore delle ruote cominciava a essere rassicurante. Improvvisamente pensai che forse avremmo dovuto davvero avere un figlio, come tutte le coppie felici. È la conseguenza o la causa della felicità familiare? E come fare, se neanche tra noi riusciamo a metterci daccordo

Diventai malinconico, mi venne voglia di fumare, ma ho smesso: due mesi, una settimana e due giorni fa. Ninetta non può sentire fumo, coi polmoni delicati

Il cellulare squillò di nuovo. Sullo schermo: Ninetta. E la foto di lei che ride, il naso paffuto in mezzo a una margherita.

Con stizza spinsi via lo smartphone, quasi gli feci prendere il volo.

Ero arrabbiato per la mia incapacità. Forse non dovevamo nemmeno sposarci. Eppure volevamo una famiglia

Ninetta insisteva a richiamare. Sospirai e risposi.

Pronto! Sono in treno, qui la linea va e viene!

Riccardo scusa se disturbo Io Ninetta balbetta sempre quando vuol chiedere scusa. E pure questo conta!…

Sì, parliamo! risposi freddo, in modalità superiore. Un vero duro, pensai.

Riccardo Insomma Non è sicuro, ma Forse, cioè, presto saremo in tre.

Rimasi con la bocca aperta a boccheggiare, poi la voce di Ninetta mi interruppe:

No, aspetta. Ho sbagliato, ti ho detto cose assurde e mi vergogno. Non è che lo dico per paura, non sono ancora sicura. Se decideremo di separarci, non ti fermerò. Però mi sono spaventata, saranno gli ormoni Non ti ho nemmeno salutato per bene quando sei partito. E non ti ho preparato la cena. Hai mangiato? Promettimi che non ti accontenterai di un panino qualsiasi! Mangia bene, mi raccomando! Pronto? Pronto?

E insisteva, mentre io sorridevo ebete al mio riflesso nel vetro. Sarà un altro passo sbagliato, o forse un nuovo nodo che ci unirà ancora di più?

Ora non cè nemmeno da chiedere: il bambino arriverà.

Ninetta sussurrai. Quanto avrei voluto, in quel momento, averla lì accanto. Sentire il calore del suo fiato sul collo, il formicolio sulla pelle… Chimica, la chiamano. Lamore forse è chimica, sì, ma straordinaria. A volte esplode di scintille, altre scalda dolcemente, a volte sembra spegnersi, eppure può rinascere, basta un soffio. Cè chi tutti i giorni ravviva la fiamma e chi si scalda accanto, chi se ne prende cura insieme. Spero che anche noi, io e Ninetta, saremo così. Non sono mai andato a dormire sul divano dopo un litigio. E di notte, Ninetta mi si avvicina, mi abbraccia. A volte è scomodo, fa caldo, pesa, ma senza il suo abbraccio non dormo.

Riccardo! Si sente male la linea! Non ti sento! infine gridò Ninetta.

Andrà tutto bene, amore. Sbrigherò le cose e torno subito. Tu però stai attenta, non uscire senza sciarpa e basta caffè! risposi, e poi a bassa voce, guardando la porta: Ti amo.

Proprio allora la porta si aprì di colpo. Marco entrò carico di sacchetti.

Ecco qui, le ho preso qualcosa per cena. Non si offenda, Riccardo! Iniziò a disporre sul tavolino vettovaglie, pane, prosciutto, erbe fresche, ciotole di patate al forno e alette di pollo. Se non vuole venire alle terme, almeno mangi qualcosa di buono.

Addirittura? Perché fa tutto questo? Non mi deve nulla. E canti pure quanto vuole, non è affatto fastidioso!

Vede, io sono proprio il direttore di quel saponificio che vuole demolire, mi chiamo Laganga. Canto solo quando sono agitato, lo dice sempre mia moglie Sapevo che veniva nel nostro compartimento e mi sono detto: voglio vedere che tipo è, sto funzionario. Marco si sedette, sospirando.

E allora, che tipo sono?

Lei? Una brava persona. Un funzionario, ma con buon senso. Forse ha ragione è tempo di innovazione ma mangi, tutto si fredda. E non pensi sia una mazzetta: volevo offrire, solo per il gusto di farlo, fa parte della nostra cultura. Marco si imbarazzò, rigirava langolo del fazzoletto nel taschino.

Lo capisco. Ma adesso cantiamo qualcosa di De André, che dice? Oppure una di Baglioni, “E tu come stai?”. Le va?

S’è successo qualcosa di bello? domandò piano Marco, curioso.

Forse sì. È già successo o sta per succedere, dissi, guardando il telefono, come se Ninetta fosse lì dentro.

Sono felice per lei. Sa, in viaggio si chiariscono molte cose, si fanno pensieri che prima si scacciavano. E…

Non lo lasciai finire, tirai fuori i progetti dal borsone e li srotolai sul letto.

Se lei è il direttore, guardiamo insieme. Qui cè il suo saponificio, qui i reparti, gli uffici, i magazzini, i carichi puntai veloce la matita sui piani che si arrotolavano.

Sì, sì Marco si avvicinò, spostò le patate e si mise a guardare con me. Aveva un buon profumo dacqua di colonia.

Pensiamo a come cambiare davvero le cose. Provaci, salviamo il saponificio, che ne dice?

Non lo so. A Roma ho combattuto, anche provato a corrompere dei funzionari Dio mi perdoni! Ma niente da fare. Eppure, che saponi artistici abbiamo!

Serve una svolta, modernizzare, personale giovane, pubblicità, coinvolgere chi già cè Riusciamo? lo coinvolsi. E ci credevo davvero, ormai. Espandiamo le vendite, lavoriamo sulla promozione e…

Cominciai a volare con la fantasia, pensando a mille prospettive. Quella notte scrivemmo progetti, discutevamo, ridevamo, battevamo le mani sulle ginocchia.

E poi cantammo davvero.

La capotreno pensò che avessimo esagerato col vino, entrò per zittirci, poi rimase anche lei, canticchiando con dolcezza: «E tu come stai»

Dio! Quello fu il viaggio più bello, caldo, profumato di aneto e patate, condito dal messaggino di Ninetta: “Ti amo!” e dallallegro Ecco così! di Marco, che già immaginava la fabbrica piena di luce, i corrimani lucidi e le scatole di saponi regalo spedite in tutto il mondo

Eravamo felici, e non avevamo bevuto neanche un goccio! Ci addormentammo tardi, mi svegliai solo: Marco era già sceso, come promesso; non lavevo nemmeno ringraziato.

Ci vedemmo poi, alla fabbrica; giravamo tra le stanze, facevamo piani

E mi diedero in dono una candela a forma di ragazza con lombrello. Ninetta la adorò. Una vera opera darte, esempio di artigianato italiano. È ancora lì a casa, gli amici fanno domande, la lodano.

Abbiamo fatto mille progetti, ma…

Non si sono realizzati. I miei furono bocciati già nella relazione iniziale, la fabbrica è stata chiusa, comunque non è ancora demolita. È lì, con le finestre rotte, invasa dalle sterpaglie. Accanto, un deposito di rottami e un centro di raccolta vetro. Ecco i nuovi tempi.

Marco Manfredi Laganga però non si è arreso: ha trovato sistemazione ai suoi operai dove ha potuto, si è dato da fare. Io e Ninetta veniamo spesso a trovarlo con la sua Clara. Abbiamo fatto finalmente le terme, visto il pittore colorare il tramonto. Ogni visita si canta molto, ma piano, perché la nostra bimba, Eleonora, ha il sonno leggero…

E che fortuna che tutto questo i campi, i boschi, il nido di cicogna sul tetto, il tramonto dipinto dal cielo restino, e resteranno anche dopo di noi. Sono felice. Spero che anche Eleonora, un giorno, possa vederli. Nessuno potrà portarli via, o distruggerli, sono più forti delluomo.

Peccato per quel saponificio, ero sicuro che lavrei salvato Quella notte avevo creduto in una forza infinita, mi sentivo capace di tutto, eppure ero salito sul treno con tuttaltro spirito. Comè strano: la felicità vera illumina anche il nostro meglio, lo amplifica allinfinito.

Noi almeno abbiamo provato. Qualcosa abbiamo lasciato: una piccola contestazione, qualche post sui social, la svendita finale di saponi artistici quando ormai era chiaro che avevamo perso. La fabbrica è andata dignitosamente, con una festa, tazze di tè dal vero samovar di Marco, chiacchiere, cori e tarantelle. Così è la nostra gente!

E io continuo i miei percorsi, non più giovane, un po curvo, il cielo sfuma fuori dal finestrino mentre la sera spruzza stelle per noi sognatori. Alla fine, il cielo non è mai nero: è un velluto su cui brillano diamanti. E questa, sì, è eternità.

Limportante è guardare e amare il mondo: ciò che conta non si può demolire, né comprare. Finché riusciremo a trasmetterlo a chi amiamo, questo sarà sempre il nostro vero patrimonio.

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Mamma, immagina, la nuova moglie di papà è malata, dicono che sia qualcosa di grave