E nei suoi sogni le appariva il suo caro Giovanni

E le sognava il suo Giovanni

Nonna Graziella ascolta le urla che arrivano dalla cucina. Si stanno litigando sua nipote e la pronipote. Sua nipote, quarantenne, si chiama Giuliana, e sta rimproverando la figlia, la giovane e slanciata Martina, tornata tardi da una serata fuori.

A quanto pare, Giuliana ha dato una sventagliata di canovaccio a Martina. Martina piange, cerca di difendersi, risponde urlando, mentre Giuliana laccusa senza fermarsi.

Ma è proprio ora di litigare? È notte, e con la saggezza delletà, a nonna Graziella tutte queste scenate sembrano inutili, portano solo malumori e spavento.

Lei, ormai, si perde in pensieri eterni, nelle sue mancanze, e da tempo considera litigi e grida come peccati. Ora, nellimpotenza della vecchiaia, le resta solo riflettere e ragionare su ciò che è stato.

Madonna, fa che si calmino! mormora Graziella, Signore, dacci pace!

Sembra a Graziella che sia arrivata alla fine, ma qualcosa la trattiene. Non sente né dolore né paura, solo un fastidio perché non riesce a lasciar andare questo corpo vecchio e debole che ancora la lega alla vita. Ha ancora fame, le viene voglia di girarsi o di sedersi un po sul letto, guardare fuori dalla finestra.

Prima di coricarsi chiede sempre a Giuliana di aggiustarle i cuscini e aprire un po le finestre e le tende. Così può guardare la strada e le pare di vedere le stelle. Anche ora che scoppia questa lite, è già pronta per la notte.

Giuli Giuli chiama, sperando di distogliere la nipote, ma Giuliana, accecata dalla rabbia contro la giovane figlia, non la sente neanche.

Poco dopo, però, Martina spalanca la porta, si butta sulla poltrona davanti ai piedi di nonna Graziella, si rannicchia tutta. Continua a piangere e singhiozza.

Pure Giuliana entra, dopo cinque minuti, fa finta di avere qualcosa da sistemare accanto a Graziella, poi guarda la figlia:

A letto, subito!

Lasciami stare. Dormo qui, con la nonna. Smonto la poltrona.

Martina si alza, prende le lenzuola, fa il letto. La stanza di Graziella è sul lato opposto della casa rispetto alla cucina. Forse la ragazza, in questo modo, vuole far capire quanto sia arrabbiata con la madre.

Il fratello è in colonia. Il papà di Martina, Eugenio, è partito a lavorare a Milano era quello dal cuore tenero, difendeva sempre la figlia, ma adesso nessuno può più intercedere contro la severità della madre.

Vedi, nonna? Le avevo detto: entro le undici a casa! E ora sono quasi le due! Sempre con quel tizio, Ricci. E lui, pure, è un caso perso… Anche la polizia lo tiene docchio. E io parlo, parlo, ma tutto inutile, borbotta Giuliana, ormai senza rabbia, riassumendo non tanto per la nonna quanto per la figlia, E neanche finirà luniversità!

Martina sistema la poltrona senza dire una parola, i movimenti secchi. Graziella pure tace, resta appoggiata tra i suoi cuscini, senza voler buttare benzina sul fuoco. Prende il pettine dal comodino, quello che aveva già tolto per la notte, se lo passa tra i capelli e lo infila a caso, come a dire che quella notte non dormirà affatto.

Martina va a lavarsi il viso, si toglie pantaloni e maglione, si infila sotto la coperta vestita solo di canottiera e mutandine. Il naso le sfiata ancora per il pianto.

Nonna, rompe il silenzio la voce dalla poltrona dopo un po, Ma la luna non ti dà fastidio a dormire?

A me? Mica la vedo poi così bene Sarà che non ci faccio più caso, risponde Graziella, Chiudi pure le tende, se ti dà noia.

No, lascia stare. Sembra che solo la luna mi capisca.

Macché da sola. Lamore quella, sì che la capiscono tutti. Solo i giovani sbagliano spesso, e le mamme si preoccupano.

Anche lei sbagliava?

Anche lei Parlatene, magari te lo racconterà.

E non potresti raccontarmelo tu? chiede Martina, sollevando la testa bionda dal cuscino, Forse capirei perché si comporta così. Magari le è successo qualcosa

No, figurati, non mi ricordo Chiedilo direttamente a lei.

Eh già! Come se me lo raccontasse davvero! sbotta la pronipote buttandosi di nuovo giù.

Senza sincerità, tutto risulta difficile da capire Prova a chiedere.

Non tutto si può dire ai figli. Però Nonna, fra un mese faccio diciottanni, non avrò pure io il diritto ad avere una mia vita? E poi, con chi ne dovrei parlare se non con mia madre? Con Ilaria? Ma lei mi dice da mesi che sono uningenua

Perché mai ingenua? si incuriosisce Graziella.

Mah, si chiude Martina.

Tacciono.

Capisci A volte lamore sembra fermarsi in un vicolo cieco, no? Non cè più crescita. Però la crescita dovrebbe esserci, capisci? Tu stessa metti dei paletti e gli dici No, non si può andare oltre. E lui si raffredda, capisci?

Graziella aggrotta la fronte, cerca di capire e sostenere la conversazione, ma ormai la testa non ragiona più brillante come un tempo. Non afferra appieno quello che la pronipote vuole dire, così risponde come le viene:

Lamore è amore. Porta dolore, amarezza, felicità. Ma vicoli ciechi mai sentiti. Che amore è, se va a sbattere? Mai sentito in vita mia.

Bisogna dire che nonna Graziella è una donna istruita. Fin dalla guerra, faceva la crocerossina nei reparti partigiani. Lì ha raggiunto una maturità interiore che non si trova nei diplomi o nelle pagelle. Poi ha preso la qualifica e ha lavorato tutta la vita come infermiera allospedale.

Eh, sì, nonna, capita

E di nuovo restano stese, senza essersi capite. Martina pensa che la nonna sia troppo antica e saggia per capire la passione tra lei e Sergio, e tra lei stessa. E invece Graziella la vede ancora come una bambina che parla confusamente di sentimenti.

Eppure nessuna delle due prende sonno. Martina si agita, sospira.

Guardi le stelle, Martina? domanda Graziella dal letto, la poltrona è più bassa e vede appena la pronipote, Lo sai cosa diceva il tuo bisnonno: se guardi a lungo in un solo punto, là in cielo, a una stella, sembra che anche da lì qualcuno ti guardi, come in risposta!

Lo amavi tanto, nonna? arriva la voce dalla poltrona.

Chi? Il nonno? Beh le vicende erano tante. La vita era lunga. Ma ti dico che ancora adesso mi manca. Solo dopo mi sono accorta che lo amavo davvero, tanto.

Oh! Martina si ricorda, la testa salta fuori dal bracciolo, Ma tu sei sposata presto con lui, vero? A sedici anni Allora si poteva, adesso invece a diciotto sarebbe troppo presto, eh, dice con una punta damarezza, si riappoggia.

Eh, ma erano altri tempi, Martina

Non è questione di tempi, ribatte la ragazza, Lamore è sempre uguale.

Graziella non discute. Chi può dirlo come sia lamore? Forse Martina ha ragione. Solo che allora si guardava ai ragazzi come a dei padri di famiglia, sostegno e futuro. Oggi sarà ancora così?

Nonna, si riaffaccia Martina, Sai cosa mi è venuto in mente? Ma lui era più grande di te di quindici anni. E tu eri una ragazzina. Logico che un uomo sia attratto da una giovane. Tutta la storia è lì!

Graziella tace, Martina pure. Ma anche solo averlo detto la mette a disagio.

Nonna, sono sciocca vero? Racconta Dai, non dormiamo comunque. Racconta tutto, la verità. Vuoi che ti aggiusto i cuscini?

Martina, svelta, si scopre, nella luce lunare le luccicano le gambe bianche, alza i cuscini alla nonna e si siede pronta a sentire.

Graziella, stanca dal giorno, non avrebbe voglia di parlare, ma per calmare la pronipote in lacrime inizia il racconto.

Che vuoi che ti dica agita la mano, le labbra rugose muovono appena, Solo dolore. Ci siamo conosciuti allospedale, era la fine del 43, e noi con le corsie piene di feriti. Bende, sangue, operazioni. Un lavoro da star male in piedi. Io sembravo più un maschiaccio allora: capelli tagliati corti, per via dei pidocchi, ci portavano spesso i ragazzi pieni. I pantaloni e la divisa militare, nessuno pensava a me come una ragazza. A volte mi chiamavano fratellino. Oh, le mani distrutte dal disinfettante. E in città si vedevano le colonne di mezzi verso nord come un fiume, macchine, camion, cannoni. E noi lì a soccorrere chi era rimasto sotto la tempesta.

E morivano, uno dopo laltro, tra le mie mani. Qualcuno li aspettava, ma loro Una volta arrivò un ragazzo, aveva la mia età. Un partigiano. Credevamo sarebbe morto subito, invece resistette. Mi affezionai. E in punto di morte mi guardò negli occhi, come se si attaccasse a me. Nei suoi occhi cera tutto il mondo. Mi buttai in ginocchio vicino al letto, iniziai a baciarlo in viso asciutto dalla febbre:

Non ti lascio andare, Sandrino! Non mi lasciare!

Ma lo vidi, quello sguardo vuoto della morte Mi allontanai, caddi a terra, pianse per la prima volta così. Ne avevo visti tanti, pensavo di essermi abituata, invece le lacrime soffocavano.

Sento che qualcuno si siede accanto, mi prende per le spalle, mi stringe, mi accarezza la testa. Sussurra qualcosa, ma non capisco. Poi dice:

Sfogati, sorellina. Quanta fatica sulle tue spalle. Noi uomini siamo duri, ma tu sei solo una bambina.

Sospira Graziella.

Pianti tutte le mie lacrime su quella spalla. Dopo il medico si arrabbiò con me, mi rimproverò davanti a tutti. Ma poi fumavano insieme fuori, il dottor Ignazio e Giovanni, e parlavano di chissà cosa

Quel ferito era proprio il tuo bisnonno Giovanni.

E allora? si incuriosisce Martina.

E allora È rimasto in città dopo la ferita. Bisognava ricostruire le fabbriche, i tedeschi avevano distrutto tutto. Ogni tanto veniva in ospedale la gamba non guariva mai. E mi portava dolcetti, un frutto di nascosto nel taschino. Io non lo vedevo come uno da marito: era tutto con la barba, zoppo, più di trentanni. Per me era vecchio.

A volte mi sembrava un padre più che altro.

Quando chiusero lospedale ormai gli ero diventata familiare. Sapeva che volevo studiare da infermiera. Un giorno venne pulito, rasato, chiamò il nostro dottore. Ignazio era buono, si preoccupava per me: rimasta sola, prima della guerra era morta anche mia madre, la nonna non aveva resistito, padre e fratello caduti. Mi chiama il dottore e cè Giovanni. Mi chiedono dove andrò. A studiare, dico. E Ignazio dice che non ho abbastanza istruzione, dovrei andare prima a scuola.

E vabbé, ci andrò, replico, e loro si scambiano uno sguardo.

Giovanni tossisce e dice:

Ho perso tutto. Mia moglie e mia figlia sono morte sotto i bombardamenti mentre evacuavano. Mi trasferiscono a Modena. Lì cè una scuola di infermiere. Sposiamoci, Graziella. Così vieni con me e ti aiuto con gli studi. E se la cosa non va, non ti trattengo. Te lo prometto davanti a Ignazio.

Graziella si ferma, o per riposare o immersa nei ricordi. Anche Martina tace, rannicchiata tra le ginocchia sotto la coperta.

Resto lì, a metà tra la vita e la morte. Ma come? Per me era come un padre, adesso si vuole sposare. Poi però lo guardo: giacca militare, era bello, solo le guance scavate, e mi fissava con una speranza negli occhi E io? Madonna santa, mi avessi visto? Le mutandine cucite da una vecchia lenzuola, capelli irti solo il fazzoletto sistemava un po la testa, e senza seno, sparito dalla magrezza, la divisa larga, me la stringevo con lelastico Che sposa potevo essere?

Alzo le spalle, abbasso lo sguardo. Il dottore gli mormora qualcosa…

Non avere paura, Graziella, dice Giovanni, Ci sposiamo solo legalmente, così ci fanno viaggiare insieme, io non ti tocco.

Di nuovo Graziella si zittisce.

E quindi? si anima Martina.

E quindi Sapessi, avevo già diciassette anni. Ci sposano in comune. Si parte. Il medico mi regala una divisa nuova, Giovanni mi aiuta con la borsa leggera. Era tutto emozionato, sembrava non credere, e mi stava sempre intorno.

Per due anni siamo stati marito e moglie, ma come padre e figlia. Nulla più.

Ancora Graziella fa una pausa, respira.

Non capisco, vivevate così? Dormivate separati? Come si fa?

Che ne so La prima volta che ho detto, Giovanni, dovrei cambiarmi, quasi mi vergognavo troppo. Ma poi lui esce, io resto da sola. Col tempo mi sono abituata, a volte mi infilavo sotto le sue coperte dinverno per riscaldarmi, per raccontargli le novità. Quando sono cresciuta, mi son detta che il poveretto ha sopportato una ragazzina e io niente Ma mi voleva bene, mi proteggeva. Mi regalava vestiti nuovi, scarpe, un abito celeste con stelline blu, era bellissimo, ci sono stata dentro tanti anni. Quando ho preso un po di carne e sono ricresciute le trecce, anche un po di seno, ho finito la scuola delle operaie, sono andata allistituto. Anche i giovani medici mi guardavano, ogni tanto mi dispiaceva essere sposata. Nessuno sapeva che ero ancora una ragazzina, tutti mi credevano già donna. Ma capivo che per me esisteva solo Giovanni.

Che uomo è, se per te era come un padre? ribatte Martina.

Non dire così. Non era proprio come un padre. Mi vergognavo meno, vero, due letti separati, mi cambiavo dietro lanta, però gli volevo bene, era lunico uomo della mia vita. Ne ero fiera. Vivevamo bene, condividevamo tutto. Gli avevano assegnato una macchina dalla fabbrica, mi portava a scuola. Io mi sentivo importante

Non capisco: orgogliosa di lui, ma Poi?

Poi? Poi è andato tutto male

La repressione politica, vero? Me lo raccontava la nonna.

E sì, lo hanno arrestato. Di notte sono venuti. Allora ne prendettero tanti. Giovanni per sabotaggio di una macchina in fabbrica. Lo hanno tenuto una settimana in carcere, finché non cè stato il processo. Io gli portavo pacchi, di notte gli facevo a maglia i calzini di lana. Al processo pensavo che non mi avrebbero fatta passare, cera una calca pazzesca Settanta persone giudicate insieme. Quando sono riuscita ad avvicinarmi, mi sussurrò:

Divorzia, Graziella. Devi essere libera. Io ora sono un nemico, chiudi tutto. Rompi, così sarai salva!

Graziella si stringe in un singhiozzo. Quella scena le si para davanti così netta che scivola una lacrima lungo la guancia.

Martina si sposta ai piedi della nonna.

Piangi, nonna? Non piangere, dai Allepoca li mandavano via tanti, no?

E sì, si asciuga Graziella, Il peggio era vedere i bambini appesi alle madri, e poi le madri caricate sui vagoni. E poi

Lhai seguito anche lì, vero? La mamma raccontava.

Sì. Ho lasciato la scuola, mi sono trasferita in Emilia, vicino al campo di lavoro dove mandavano i prigionieri. Non ero lunica, cerano molte mogli, persino coi figli. Siamo diventate amiche.

Poi li hanno portati in unaltra località, nelle miniere. Lì mi è andata bene: cercavano uninfermiera e io avevo i titoli giusti. Mi hanno presa. Si moriva spesso e io ero di nuovo in lotta con la morte, come durante la guerra.

E lì siamo finalmente andati a vivere insieme. In quel momento mi sono decisa io, sono entrata nel suo letto, volevo essere moglie vera, non solo di carta. Lì è nato Gianni, mentre tua nonna Elena è nata poi, quando siamo tornati a Modena dopo lamnistia. E Nicolò è arrivato più tardi, quando abbiamo costruito questa casa, io ero quasi quarantenne, Giovanni oltre cinquanta. Peccato sia morto presto. Nicolò aveva solo nove anni.

Martina ascolta in silenzio, con il mento sulle ginocchia.

Nonna, io mi sa che non ho capito niente della vita, riflette, Per voi era tutto al contrario.

Al contrario? Forse. Ma in che senso?

Lamore da voi nasceva dopo aver già vissuto insieme. Oggi invece lo si vuole prima di tutto!

E che cosa si pretende? Mi hai confusa. Lamore non si può pretendere. O arriva come dono da Dio senza meriti così, allimprovviso oppure lo si guadagna. Ma esigerlo proprio no

Forse stiamo parlando di cose diverse, nonna

Diverse? Graziella inclina la testa, ma poi da come Martina la tiene bassa intuisce tutto. Povera vecchia! Ah, parli del letto?

Di quello, annuisce Martina, con urgenza di confidarsi. Dellintimità, come si dice adesso.

Ilaria le aveva già detto che senza concedersi a Sergio, non sarebbero mai cresciuti insieme.

Ma quella è unaltra cosa, Martina. Quello non è amore.

Chiamala come vuoi, ma è la massima espressione damore.

Oh no, tesoro. Il massimo è quando tuo bisnonno mi portava in braccio in bagno dopo il parto. O quando tuo padre, appena saputo dellesplosione alla fabbrica di tua madre, correva per tutta la città con il fiatone. O quando zia Caterina si è buttata in acqua per salvare il marito, che stava annegando e lei neanche sapeva nuotare Ma anche solo preparare la cena, aspettare qualcuno, prendersi cura quello è amore. Quella è la vetta.

Ansimando per la fatica di parlare, Graziella tossisce.

Bevi, nonna, dice Martina, aprendole la borraccia. Graziella non ama lacqua fredda.

Dopo un sorso, si rimette a letto.

E lui dice che mi ama così tanto che non riesce più a trattenersi. Se non vado fino in fondo, vuol dire che non lo amo così dice che è finita. E si è già fatto vedere con quellaltra, dice Ilaria

E tu, coshai paura? Che non si sposi con te? Che ti lasci?

Non lo so. Se invece io solo credessi di amarlo e lui anche? Non voglio sbagliarmi, nonna. Io voglio stare con una persona tutta la vita, come te, come la mamma coi papà

Ascolta il cuore, allora. Chi davvero ama, non mette mai pressione o violenza. Delle passioni che divorano bisogna aver paura. Lamore è chiaro, tranquillo. Ricordo ancora come mi è venuta voglia davvero: nessun dubbio mi sono alzata e sono andata da lui. E lui ancora chiese: Sicura che lo vuoi, tu? Io annuivo imbarazzata, ma tanto lo desideravo che non resistetti

Mai avrebbe pensato Graziella di arrivare a simili confidenze, e proprio con la pronipote, ancora una ragazza.

Ma guardando il buio del cielo, in un punto fisso, sentiva che da quella stella qualcuno la osservava e la obbligava a ricordare.

Era così stanca che non si accorse neanche di addormentarsi. Si svegliò che Martina dormiva già sulla poltrona. Non sentì neppure quando era tornata giù dal suo letto, e non ricordava nemmeno se avessero finito la conversazione.

E perché le era venuta tutta quella voglia di aprirsi? Era proprio il cielo, a costringerla. Le notti sono così magiche.

Si solleva, guarda la pronipote rannicchiata in mutandine bianche. Signore, e avevano parlato di cose così serie! Forse non avrebbe dovuto? O forse sì. Forse Dio aveva mandato Martina a dormire da lei quella notte. Chi lo sa

Sua figlia Elena era morta giovane per una malattia terribile, lasciando Giuliana, la nipote. Energica, irascibile, ma di cuore. Lei si occupa adesso della nonna. Non è facile: casa grande, lavoro, due figli. E poi lei, la vecchia e si stressa spesso.

La mattina dopo Graziella dorme a lungo.

Quando si alza, Giuliana la aiuta coi bisogni, la lava, poi arriva con la colazione, la siede alta sui cuscini e le passa una scodella di latte.

Non dovevi gridare così con Martina, commenta Graziella affettuosa, Quello che deve succedere, succede. Parla con lei, raccontale la tua storia.

Ma dai! Non si può. È ancora così piccola. Solo che a vederli assieme non reggo lui arriva con la birra, un altro la abbraccia, lei lo guarda come un cane innamorato Dai, mangia che devo andare in negozio.

Ma anche tu eri così, tua madre te lo diceva. Hai ascoltato forse?

Eh, nonna, se penso Ma cosa le dicevi stanotte a Martina? Ho sentito che parlavate

Le raccontavo di me. Non so dove ho trovato la forza, le ho raccontato tutto.

Giuliana esce, Graziella ripensa a quando si preoccupavano tanto per lei. Anche lei un amore grande era andata via da scuola, si doveva sposare. Poi tornò sola, anzi, incinta, piangendo. E il ragazzo sparito.

Quanto soffrirono allora. Ma Graziella aveva detto subito: si cresce il bambino insieme. Poi però, non era destino, Giulia perse il bambino al quinto mese, nonostante tutte le cure.

I figli di Giuliana non sanno di questa storia. Il marito, Eugenio, sì. Un uomo buono, le vuole bene.

Durante il giorno passa a trovarla lamica, la vicina. Stanno ore a ricordare la giovinezza, e piangono entrambe.

Il giorno dopo, Giuliana, sottovoce, la ringrazia.

Nonna, non so cosa hai detto a Martina, ma si è lasciata con Sergio Ricci. Meno male, Dio buono! Ha detto per sempre, che lui già si fa vedere con unaltra.

Davvero? Meglio così. Anche se starà male, poverina?

Sì. Oggi sta tutto il giorno chiusa in stanza. Non la tocco.

Parlale

Dici? Che vergogna, sono sua madre.

Parlale. È il momento giusto.

Va bene ci provo.

E dal corridoio arrivano a Graziella le voci della madre e della figlia che parlano piano. Si saranno messe insieme una accanto allaltra, confidandosi di quelle cose di cui coi figli si ha sempre pudore. La camera di Graziella è luminosa e calda.

Quando poi si rimettono ai fornelli, fra pentole chiacchierano forte e in armonia, e nonna Graziella finalmente si addormenta serena.

E sogna il suo Giovanni. Forte, dolce, pieno di premure. È sceso dalla stessa stella che guardava la notte.

E lei corre da lui, attraverso un campo bagnato, con il vestito celeste a stelline blu. Ogni fiore, ogni filo derba lo vede distinto.

E lo vede anche lui fermo nel mezzo del campo, in camicia bianca, a braccia aperte, forte e giovane. La aspetta fra le sue braccia. E così dolce è perdersi nel suo abbraccio, come se le loro anime si fossero ritrovate, finalmente, sulle labbra.

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