Il Portafoglio

La Cartella

Scricchiolò in basso il vecchio portone, dipinto in eterno color cioccolato amaro, ruggì la molla arrugginita, sbatté la maniglia di legno mal vissuta contro il muro lasciando un’altra piccola ammaccatura nella calce che cadeva già da sé. La porta esitò un attimo, lasciando entrare nellandrone semibuio, che sapeva di muffa e gatti, una figura urlante e disperata; poi, sospirando pesantemente, si richiuse, mozzando la corrente di piccoli fiocchi di neve che tentava di infiltrarsi nello spazio riscaldato.

Giulietta, rossa per il gelo, trascinava la propria sagoma avvolta in una goffa pelliccia passata da qualche collega di mamma, e un cappello di pelo che le cadeva sugli occhi, sulla prima gradinata. Inspirando il più possibile, di nuovo si mise a piangere forte, con voce roca. Le dispiacevano i suoi slittini, sporcatisi di fanghiglia innevata, e soffriva perché doveva trascinarli con fatica su per le scale. Erano slittini nuovi, un regalo ancora dalla ditta dove lavorava la madre, e ora si sarebbero rigati, sarebbero diventati rovinati, non avrebbero più brillato. E le sue forze non bastavano; le faceva ancora più male che le lacrime salate, scendendo, le bruciassero le labbra spaccate dal freddo, pizzicando come aghi, come se volessero aggiungere dolore a quella bambina di cinque anni, col naso che colava e il cuore rotto.

Raggiunse il terzo gradino. In quegli stivali pesanti non si camminava bene. Giulietta possedeva anche un paio di scarpette rosse con bordi di pelliccia, ma mamma gliele lasciava mettere solo se andavano a fare visita a qualcuno, o a teatro. Nemmeno allasilo…

Ansimante e tirando di nuovo la cordicella degli slittini, la bimba, appena tranquillizzata, scoppiò ancora in lacrime: la cordicella si era spezzata. Era solo un vecchio spago da bucato, trovato da mamma nello sgabuzzino. E ora gli slittini, con un gran rumore, scivolarono giù per le scale, ribaltandosi come un cavallo stremato e, parve a Giulietta, persino sospirando.

La piccola si lasciò scivolare sulle ginocchia, rimise gli slittini in assetto, ne carezzò le traverse lucide, si morse il labbro per non piangere di nuovo, ma le lacrime vinsero; sui guanti di lana si erano congelate ghiandoline che le graffiarono la guancia passando la mano sul volto.

Rimasero segni sottili rossi sulla pelle

Doveva a ogni costo salire fino al quinto piano. Lì, insieme alla mamma, cera il loro piccolo appartamento. Tutto in ordine, proprio come la mamma di Giulietta.

Mamma Loretta: minuta, delicate mani intrecciate da anelli, tanti anelli. Giulietta amava sedersi e girarli su quelle dita eleganti, ma mamma presto gliela toglieva di mano, rimandandola nella cameretta.

Loretta indossava vestiti raffinati e acconciature perfette, un trucco lieve che la rendeva simile a una bambola di porcellana.

Ballerina! la chiamava Giulietta. Mamma, tu sei la mia ballerina! Ti bacio! E si allungava con le labbra ruvidissime verso il collo di mamma.

Ma che dici, Giuli! Basta abbracci la respingeva Loretta, aggiustandosi il collo del vestito.

Sempre ordinata, profumata e brillante. Sul comodino tre boccette di profumo, un piccolo arcobaleno di aromi, anche se alla piccola era proibito aprirle.

Oggi Loretta aveva mandato Giulietta in cortile con gli slittini nuovi; lei, invece, doveva lavorare a casa, trascrivendo allinfinito atti di riunioni, picchiettando sulla Olivetti coi polpastrelli smaltati di rosso. Giulietta si addormentava e si svegliava col suono della macchina da scrivere: quello era il paradiso. Il profumo di mamma, la macchina da scrivere, la pancia pesante di torte di scarola portate dalla gastronomia, la luce calda della lampada, lombra di mamma che tremola sui muri a fiori

Consumate le sue energie sulla pista ghiacciata, sfinita, con la stupida pelliccia, Giulietta arrancava su di sopra, trascinando lo spezzone di cordicella. E piangeva ancora.

Desiderava solo sedersi, bere un tè caldo, sgranocchiare grissini, sciogliersi nel sonno. Ma doveva andare. Gli slittini stridevano contro i gradini come sui suoi stessi nervi; mani stanche, stivali bagnati, piedi gelati, lacrime piccanti sulle guance.

Che succede, signorina! Giulietta si bloccò, un vocione maschile sopra di lei. Eh via, così non si piange! Forza: uno, due, manca poco, coraggio, signorina! Vuoi che ti aiuto? Non si dovrebbe mica trasportare tutto quel peso, continuò la voce affiancandola. Un uomo in cappotto e sciarpa scozzese si era fermato accanto: in capo un cappello strano, sulle scarpe forse troppo leggere, una cartella a tracolla.

La bimba, silenziosa, alzò la testa e lo scrutò con attenzione. Mamma aveva detto: con gli sconosciuti non si parla!

Allora? Dammi il bagaglio e tu appoggiati a me, dai! già allungava la mano luomo, ma Giulietta fece un balzo indietro e pianse di nuovo.

Non avrebbe ceduto i suoi slittini! Poteva anche sembrare avara o che lui la prendesse in giro, ma no! E nemmeno avrebbe preso la sua mano, mai!

Ok, allora sali da sola, signorina. Se ti piace scendere in slittino, tocca anche portarli! Perché piangere? concluse con pacatezza.

Giulietta non rispose, continuò a trascinare slittini, singhiozzando, senza mai voltarsi indietro.

Che caratterino, brava! aggiunse luomo con un sorriso, e dopo averla osservata scomparve giù per le scale.

Di nuovo la vecchia porta cigolò, sbattendo la maniglia sul muro; landrone sputò fuori il Signor Andrea nel buio vellutato della sera. Il faro del portone strappò dal bianco lo spicchio di luce, lasciando solo lombra di Andrea. Camminava dritto e leggero sul marciapiede, quasi facendo roteare la cartella. Slittini buoni, solo il cordino lo aveva trovato proprio male la povera Loretta, domani gliene porterà uno nuovo in ufficio, e spiegherà come fissarlo. Forse farà lui stesso il lavoro… Portare Giulietta a slittare, fare amicizia, la mano piccola e paffuta sulla sua… Ma non si può sognare troppo avanti, non si può: il sogno appena si sveglia, vola via…

Andrea scosse il capo, si premé una palla di neve sulla fronte infuocata. Davanti agli occhi, come nella nebbia, galleggiava Loretta: minuscola, elegante, evanescente nella sua vestaglia di pizzo che profuma di lillà e di qualcosa di inafferrabile che smuove correnti incontrol­labi­li nellanima maschile, roba che si resisterebbe meglio morendo…

Giulietta, mettendosi in punta di piedi, raggiunge il pulsante del campanello, lo preme. Dallappartamento si diffonde un trillo, passi si avvicinano.

Dimenticato qualcosa, Andreuccio? Loretta in vestaglietta, e il sorriso, misterioso e furbetto, le scappa via dagli occhi quando vede la bimba in lacrime Tu? Ma è presto! Devi continuare a giocare!

La bimba singhiozza che sente freddo ed entra in casa.

Odore di tabacco, due bicchieri sembra spumante vicino alla macchina da scrivere. Giulietta riconosce quel profumo: a Capodanno le amiche della mamma ne bevono, brindando con quei calici. Aveva assaggiato di nascosto, a fondo del bicchiere della mammache schifo, si era sentita male…

Vicino ai bicchieri, un posacenere. Le sigarette sottili con tracce di rossetto di mamma e mozziconi robusti e estranei, spenti con rabbia.

E allora? Di nuovo qui, col ghiaccio sui piedi! Che pozzanghera, guarda! Bambina senza senso. Hai rotto gli slittini, eh? È per questo che piangi? Lho detto ad An… Insomma, te lho detto, ci voleva qualcosa di meno delicato! Dora in poi, niente più regali, e la pelliccia è pure strappata!

Loretta si accende, gira la bimba, le strappa la pelliccia, mostra la cucitura lacerata, brontola.

A Loretta a volte veniva su, diceva la vicina, zia Ornella.

Ti sei di nuovo accalorata, Loretta! Ti hanno preso i nervi, dichiarava zia Ornella. Così è senza marito… Povera stella!

Zia Ornella le portava latte e ricotta paesani. Bonariamente, per pietà. Non come gli altri vicini, che Loretta non la potevano vedere. Così chiusa, superbietta, mai alle riunioni di condominio.

E per cosa poi? Perchè si dedica agli uomini! Così pensava la cortese schiera di matriarche all’ingrasso del palazzo: loro sposate, in ordine. E pure se i mariti bevono, bestemmiavano, qualche sberla… Tanto almeno sono mariti. E Loretta? È solo un passatempo, per uomini con la cartella. Vengono, vanno, nessun senso.

E la bambina lha fatta così! strizzava gli occhi la signora Olga, che stava sotto di lei. Nata dal peccato, e ora non la sa neanche tirar su. La bimba salta e balla tutto il giorno, e mi macina sopra la testa.

Giulietta danzava. Voleva diventare ballerina: per la scuola servono allenamento, allora saltava sempre, coi talloni batteva sul parquet.

A questo punto, zia Olga bussava. Loretta rispondeva:

E allora? sospirava.

Non sono mica un cavallo da carrozza, eh! Mi fai salire la pressione. Fermala! Hai capito?

No. La pressione è roba tua. Di giorno la bimba gioca. Lei sfollasse meglio al parco, invece di mugugnare qui.

E chiudeva la porta. E zia Olga borbottava, che tutte quelle senza padre sono arroganti, maleducate. Lo Stato ne ha avuto cura, anche lei ci rimette! E Loretta ancora col nasino all’insù, bambola pelata…

La bambola calva aveva già riportato la pelliccia in bagno, messo a bollire il tè, e piazzato Giulietta su uno sgabello.

Capelli tutti ingarbugliati, sembri uno straccio… Giulietta, stai ferma! brontolava pettinandole i capelli.

La mamma voleva lordine: calzine pulite, grembiule stirato, nessun peluccio sulla maglietta. E ordine anche in testa.

Oh Giuli, che tempi! Stellina mia, sospirò Loretta coprendole il viso.

Quali tempi? squittì Giulietta, liberandosi.

Buoni. Ma non è ancora roba per te. Mango, mangia la minestra: poi bagno e a dormire. Domani scuola materna mise davanti la zuppa di farro e cavolo, con una cucchiaiata di panna acida. Il bianco, virginale, galleggiava sulle rape, poi si sciolse, Loretta agitava forte con il cucchiaio.

Giulietta, mugugnando, mangiò. La minestra non piaceva. Né lodore di tabacco.

Suonano alla porta, borbottii, una voce rauca cercava Loretta. Qualcosa tintinnò, forse un bidone.

Loretta sbuffò, si specchiò di sfuggita: vestaglietta provocante, labbra vermiglie, ciglia lunghissime di cui andava tanto fiera… Andò ad aprire.

Zia Ornella? Che cè?

Salute! fece capolino risoluta. Ti ho portato il bidone. Che puzza! Buttalo via, prendiamone uno nuovo, o ti do il mio baratto… Mio marito ci faceva la grappa. Lui non cè più, ma il barattolo resta, ahahah…

No, va bene così, tagliò Loretta.

Veramente? allungò il naso zia Ornella, sbirciando. Hai “quello” dentro? Disturbo?

No. Giulietta sta cenando, e di scatto la trascinò in salotto, portò la vicina su una seggiola. Lha fatto, zia Ornella. La proposta, capisci?

Chi? Quello della cartella? E tu?

Consiglio. Voglio consiglio.

Zia Ornella rimase esterrefatta Loretta non si consigliva mai. Mai! Poi si ricompose, si lisciò la gonna, giocherellò con una macchia vecchia sul maglione.

Uhm… Allora? Vediamo.

Cosa vedere? Giuli, mangia e non origliare, sibilò Loretta.

La piccola si rintanò in cucina.

Cosa vedere… I conti, i vantaggi. Dove vivrete, come farete? E lui, ce la fa? In tutti i sensi, dico, zia Ornella sottolineò con occhi eloquenti. Loretta arrossì, annuì. Sta bene, dai!

Ma allora! Così vecchio… Solo da mettere sotto sale!

Solo nove anni più di me! Però ha la testa e una posizione. Non porta martelli in cartella, ma documenti. Importanti.

Loretta sedette, accavallò le gambe con grazia, accese una sigaretta. Ornella notò le dita tremanti.

Hai paura?

Sì, fece una nuvoletta. Non sempre ho vissuto in orfanotrofio. Avevo genitori. Dopo… Io non voglio fare come loro. Nessuno alzerà mai la mano su di me! Capito? Nessuno, mai! Gridò, poi tacque.

Bene così. Non è un animale. Fate una prova, convivete. Dove vivrete?

Qui. Lui ha una stanza, brutti vicini. Non mi va di stringermi.

Non stringerti. Ma guarda che questo farà il comandante, tu devi accettare, o via. Metterà subito la cartella dove Giuli lascia la pelliccia, occuperà pure il bagno, enumerava zia Ornella.

Perché?

Così sono quelli con la cartella. Sono la testa!

Mih, mi ha regalato slittini, pelliccia… Ma io non mi faccio mettere i piedi in testa. Non la troveranno facile! Loretta schiacciò la sigaretta. Basta così.

Così scuoteva la testa il suo papà, quando, brilla e dopo averla picchiata perché “mangiava il suo pane”, la cacciava fuori. Mamma non cera più già allora. Dicevano fosse in Paradiso, ma lei non le aveva mai sentito la voce lassù

Zia Ornella se ne andò, qua e là scuotendo le spalle. Aveva detto la sua.

Andarono a vivere insieme dopo una settimana. Subito? E perché aspettare! Limpeto di Andrea, la stanchezza di Loretta per le relazioni sentimentali troppo corte. Forse era amore…

Due valigie, una lampada con frange, una borsa di cibo accuratamente sistemata, e la Cartella, bagaglio dello sposo.

Serve un posticino per lei! Andrea scrutò lingresso allegro, agitando la cartella. Magari sullo sgabello. Sì, proprio lì!

Loretta si raddrizzò, aggrottò le sopracciglia, si voltò: Andrea aveva in mano la pelliccia di Giulietta.

Adesso la butterà per terra, la dimenticherà in un angolo e prenderà dominio col suo portafoglio.

Quello è lo sgabello di Giulietta. Così le viene comodo, ringhiò Loretta e improvvisamente pensò che non voleva proprio lasciar entrare nessun altro, nessun uomo, anche conosciuto fino allultimo neo. Mandarlo via? Magari. Solo dicesse ancora una parola sullo sgabello! E poi…

E poi, signora, il gancio per i bimbi! Non può vivere senza posto!

Quel “da noi” la ferì.

“Da noi in cucina”, “da noi a casa”, “da noi si farà così”… Perché decide tutto lui? Perché?!

Ti infastidisce? Andrea si rabbuiò. Va be… Martello e chiodi? I cappotti vanno appesi, non ammucchiati. Dove sono?

Trovò gli attrezzi, piantò il chiodo, appese la pelliccia, si voltò soddisfatto.

In primavera si cambia carta da parati. Troppo vecchia! Dai!

E, canticchiando, abbracciò Loretta, la girò a sé. Non metterti il broncio…

Si sporse per baciarla, con labbra ruvide, da proprietario, pensò lei. Si voltò verso la finestra.

Mah… sospirò Andrea Allora a tavola! Facciamo pranzo?

Loretta strinse le spalle, si preparò rapida.

Dove vai? domandò, stupito, Andrea.

Vado a prendere Giulietta. Prima, oggi.

E scappò via.

Loretta camminava veloce sul selciato gelato, scivolava, apriva le braccia, le stringeva al petto.

E ora? Come faranno a vivere? Quando si vedevano era bello, romantico. Ora tutto cambia… Così?

Giulietta taceva, non domandava, si nascondeva nella propria stanza. Mangiava, inseguendo solo il bordo del piatto, ad Andrea solo cenni vaghi, spalle sollevate.

Loretta, devi spiegarle che ormai… Che io sono… Andrea rompeva sempre per primo.

E tu chi sei per lei? Nessuno. E basta confonderle le idee. Presto ancora.

Lui, nessuno, costruì una sedia nuova per il disegno di Giulietta. Cambiò il cordino agli slittini, portò anche dei pattini bianchi. Giulietta si rifiutò di uscire, scappò in camera.

Lui, nessuno, portò le scarpette rosse in riparazione.

Perché? chiese Loretta.

Andava fatto, rispose Andrea.

Qua dentro decido io, sentenziò la padrona di casa.

Andrea fece una smorfia. Come fossero usciti da un film di Scola, solo che Batalov non avrebbe mai portato una cartella.

Lavoravano nella stessa Ente Pubblica, in reparti diversi: lei stenografa, lui ricercatore. Cosè che li univa? Lo spumante. Un compleanno, Loretta si era subito un po intontita, lui le propose di riaccompagnarla. E si svegliò, la mattina dopo, abbracciato a una donna che non era più estranea. Decise che lì sarebbe rimasto. E anche Loretta sembrava sorridere, a modo suo.

Ma ora… Tutto era balordo.

Che razza di famiglia, dove luomo non può parlare? brontolava Andrea sotto voce. Sono uno zero? O conta la mia parola…

Niente. Non poteva fare niente. Ancora meno aveva diritto di occuparsi di Giulietta e come fare? La vedeva, urlaba, spargeva giochi, non sapeva scrivere nemmeno le lettere…

Un giorno perse la pazienza, urlò, sbatté il pugno. Giulietta strillò.

Loretta corse, zittì Andrea, non si urla coi bimbi.

Già, non parlerò. Così meglio, borbottò Andrea, dietro il giornale.

Non era vita. Bisogna cambiare.

Decise nella notte. Non sapeva come fare, documenti… Si sarebbe visto.

Loretta dattilografava, mordendo la matita coi denti bianchi, quando nella stanza irruppe rossa di freddo, tremante e urlante zia Ornella.

Loretta! Catastrofe! gridò. Non toccatemi! Fuori tutte! cacciò le colleghe dalla stanza.

Che succede? Loretta balzò in piedi, deglutì, scosse la testa, gesto lasciatole dalla madre.

Quel tuo convivente, tha preso Giulietta dallasilo, le ha legato i fiocchi, lei si opponeva ma lui l’ha portata via. Portata! Son corsa qui! Subito!

Zia Ornella ansimava, bevendo dal bicchiere offerto, singhiozzando.

Gli occhi di Loretta più grandi del piatto sul tavolo, volò via in cappotto.

Di sicuro la porta in orfanotrofio! E la piccola piangeva, lui impassibile. urlava Ornella dietro.

Aveva bevuto qualcosa dal suo barattolo, i pensieri i furono per il marito…

Loretta non sapeva dove correre. Se Giulietta finiva allorfanotrofio sarebbe morta. E lei pure.

Aveva sentito di sparire, come quando il padre era morto e lavevano presa in casa. Solo una corazza, non più viva. Solo dopo tanti anni, con la nascita di Giulietta, era tornata a sciogliersi. E dopo Andrea, aveva risentito un po di fiducia: forse un giorno una famiglia normale? Con quello, no, mai stato niente.

Ora aveva sbagliato. Non ci si può fidare di nessuno. Mai.

Urlava dietro il cancello dellunico istituto di orfani, batteva i pugni sulla staccionata, nessuno rispondeva: ora di pranzo. Una custode affacciò, le fece il gesto del matto.

Nessuno è entrato, ma si calmi, signora! Siete fuori voi! Vi servo acqua… Basta urla! Quale uomo? I documenti? Portava una pelliccia e slittini? Ma che sta dicendo? Prima regali, poi orfanotrofio? È matto?

Loretta smise di piangere, sbalordita.

Dico, Loretta Ferri, siete matta! Andate alla polizia, magari…

Loretta si precipitò: servivano i documenti di Giulietta, fotografia. E denunciare tutto!

Il portone le rimbalzò contro la spalla. Dolore lancinante. Da piccola, il padre laveva colpita col legno proprio lì. Rimaneva dolorante per giorni… Oggi, una stilettata fin dentro agli occhi. Afferrò il muro, gemette, poi si scrollò e corse su per le scale. Cercava la toppa, finalmente dentro, fu accecata dalla luce che filtrava dalle frange della vecchia lampada.

A tavola, due persone. Sedute a mangiare pasticcini. Giulietta, tutta crema, si leccava le manine. Andrea la guardava bonario, poi rideva di cuore visto lo spettacolo.

Visto Loretta, pallida, cerchi blu agli occhi, Andrea saltò su.

Dove sei stato? Che hai fatto? Zia Ornella… hai voluto portarla in orfanotrofio… balbettò Loretta. Non hai più diritto! Allontanati!

Ma cosa dici?! Andrea le andò incontro, la sostenne sulla sedia. Ma che pensi! Adottarla volevo… Anzi, riconoscerla, ma non si può senza la madre! Dice che non si può! Avrei dovuto portare anche te, ma tu non accetti. Io voglio che diventiamo una famiglia, sposarti, essere il papà di Giulietta, arrossendo Andrea si asciugò la fronte.

Aveva paura. Sua madre pace allanima sua aveva sempre detto che Andrea la famiglia non lavrebbe fatta, fisicamente impossibile. Boh, forse non voleva lasciarlo a nessuna donna, gli aveva messo nella testa quella fissa. Poi era morta. Ed eccolo lì, a voler fare una famiglia davvero. Loretta non era fatta per mollare, si vedeva, lei…

Non mi porterai via Giulietta, vero? sussurrò finalmente. Non la scaccerai?

Andrea roteò gli occhi, scosse la testa. Senza speranza. Non sapeva se Loretta sarebbe mai stata pronta, non gli dava fiducia davvero.

Imparerò, Andrea. Ce la farò, sussurrava, asciugando lacrime. Giulietta dormiva già. Loro, fumando la terza sigaretta affacciati al davanzale. Ho pensato che volevi eliminarla, che ti dava fastidio…

Ricordati sempre, Loretta, che tu e Giulietta siete parte di me. E non posso rinunciare a una mano o a un piede, posso? Andrea la fisso serio. Lei annuì. Allora mai sentire ancora quella parola, eh!

Si voltò, lei lo abbracciò da dietro. E lui sentì girare tutto, caldo di corpo, profumo di lei, e pensò: “Questa è la mia famiglia. Io qui sono il capofamiglia. Per sempre”.

Si sposarono dopo un mese. Giulietta porgeva gli anelli, sorrideva raggiante, Andrea arrossiva, chiamandola ancora “signora mamma”.

Una complicità tutta loro. Loretta non capiva esattamente quale.

Quando Andrea portò Giulietta in Comune, fu fissato da tutti con sospetto, fate telefonate: chiedevano a Giulietta chi era il signore che laccompagnava per un atto tanto importante. Andrea lì, fermo. Giulietta poteva dire qualsiasi cosa: uno straniero”, “il compagno di mamma, il convivente, mille malignità tra le donne del quartiere!

Invece Giulietta prese la mano di Andrea e sospirò: Papà.

E perché piangi allora, se è papà?

I fiocchi tirano forte, fanno male… rispose la bambina.

Tornava a casa senza fiocchi, ma con un sacchetto di pasticcini. Comprati dal papà.

Ecco il piccolo segreto.

Zia Ornella non venne più. Niente latte, niente ricotta. Litigò col nuovo vicino.

Ma la signora Olga, invece, lo stimava.

Finalmente ordine nel palazzo, annuiva lasciando passare davanti a sé gli slittini, Giulietta con la cartella preziosa, e Andrea che sbuffava per lo sforzo.

Andrea ricambiava il sorriso, Giulietta sorrideva. Avevano trovato pace, hanno avuto ordine. E accanto ai profumi di mamma ora in bella vista una bottiglietta di dopobarba di papà. Quel profumo Giulietta non se lo dimenticherà mai, lo cercherà nei negozi, ma non lo troverà. Peccato…

Grazie dellattenzione, cari lettori. Alla prossima su Racconti di Piazza del Limone.

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