Il figlio denuncia la madre alle autorità

Il figlio che ha mollato la mamma

Giuliana Petronilla Longhi, anni 68, se ne stava ferma davanti alla porta semiaperta della sua camera da letto, con in mano due tazze di tè ormai fredde.

Dallaltra parte parlava suo figlio Andrea, quarantadue anni, a voce bassa, di quelle che usi quando non vuoi assolutamente che nessuno senta niente.

Mamma, cerca di capire. Non è per sempre. Là ci sono belle condizioni, mi sono informato. Camera singola, mangi tre volte al giorno, infermiera sempre disponibile, anche di notte.

Giuliana Petronilla non aveva ancora compreso a cosa si riferisse. Superò la soglia e posò le tazze sul tavolino basso. Andrea era seduto sul divano, lo sguardo rivolto altrove.

Di che stai parlando?

Della casa di riposo, mamma. Te ne ho già parlato, non hai ascoltato.

Mai parlato di nessuna casa di riposo, Andrea.

Alla fine lui alzò lo sguardo. Dentro ci aveva quella miscela di colpa e testardaggine che Giuliana Petronilla aveva visto spesso da bambino, sempre dopo qualche marachella irraccontabile.

Invece sì. Lultima volta che sono passato.

Andreino, lultima volta sei passato per venti minuti, mi hai lasciato una busta di arance e detto che avevi fretta. Quando avresti potuto raccontarmi della casa di riposo?

Andrea si alzò, andò alla finestra. Fuori, il cortile che Giuliana Petronilla sapeva a memoria: tre pioppi accanto al parchetto giochi, una panchina con la vernice tutta scrostata, la gatta Mina che viveva sotto landrone. In quel momento, sapere che la gatta Mina era lì, nella sua solita posizione, le sembrava fondamentale. Cercò con lo sguardo. Nulla. Nessuna gatta Mina.

Mamma, non fare la tragedia. La Residenza Bosco Verde non è mica lospizio che ti immagini. La gente là vive bene, si fa compagnia, sta attiva. Anche Orietta è andata a fare un giro, dice che

Orietta. Quindi era già tutto pianificato.

Ho capito, disse Giuliana Petronilla.

Cosa hai capito?

Che non è stata una tua idea.

Andrea si voltò bruscamente.

Non è giusto, mamma. Labbiamo deciso insieme. Crediamo che per te sia meglio così. Qui sei sola, fatichi, e con la pressione che sale ogni tanto Me lo ha detto la signora Elisa. Lì invece hai i medici, gente con cui parlare, passeggiate.

Andrea, pronunciò il nome con una calma che metteva i brividi, questa è casa mia.

Una pausa lunga.

Mamma

Era casa mia, si corresse da sola, perché in quellattimo le tornò in mente la firma che aveva messo due anni prima a quel famoso atto. Andrea allora le aveva spiegato qualcosa su tasse, sulla comodità, è solo una formalità, e aveva giurato che non sarebbe cambiato niente. Lei aveva firmato. Perché si fidava. Perché era suo figlio.

Non farla troppo dura, mamma.

Troppo dura come?

Con quella faccia lì.

Giuliana Petronilla abbassò lo sguardo alle due tazze abbandonate. Le aveva fatte con la menta, che a lui piaceva. Si ricordava, eccome.

Quando pensate che dovrei andarmene, dunque?

Mamma, dai, non fare così.

Ti ho fatto una domanda, Andrea.

Lui tornò alla finestra.

Orietta dice che per il primo settembre sarebbe ideale. Abbiamo sai, ci serve spazio. Le serve una stanza in più per il lavoro da casa. E poi vorremmo sistemare un po lappartamento.

Primo settembre. Mancavano tre mesi.

Giuliana Petronilla prese la sua tazza e uscì dalla stanza con la calma di chi ha già deciso chi ha vinto. Andò in cucina, posò la tazza nel lavandino e si mise davanti alla finestra, osservando il muro di mattoni del palazzo di fronte. Lo conosceva a memoria pure quello. Trentotto anni che ci viveva dentro. Prima con suo marito Sergio, morto sette anni prima, poi da sola. Lì aveva fatto marmellate e conserve per linverno, lì aveva dato da mangiare la pappa ad Andreino piccolo, lì aveva pianto di nascosto per notti intere.

Andrea uscì dalla sala, si fermò sulla porta della cucina.

Mamma, dici qualcosa?

Cosa vuoi che dica?

Che hai capito. Che non ti arrabbi.

Si voltò a guardarlo. Alto, ancora bello, a immagine e somiglianza di Sergio. Credeva fosse bellissimo che assomigliasse al padre. Ora, così e così.

Ti voglio bene, Andreino, disse piano. Questo non cambia.

E Andrea se lo prese come un assenso. Lei vide il sollievo che gli attraversava il volto, le spalle che si rilassavano. Venne a stringerla, disse qualcosa tipo sei forte, verrò spesso. Le parole le entravano da un orecchio e le uscivano dallaltro. Lei pensava solo che tre mesi in fondo erano un tempo lunghissimo. Si può fare di tutto in tre mesi.

***

La verità gliela raccontò Martina.

Martina aveva tredici anni, era la figlia di Andrea dal primo matrimonio. Una settimana dopo quello strano discorso, Martina chiamò la nonna, tardi la sera. La voce era quella di chi ha appena pianto e adesso cerca di sembrare calma.

Nonna, li ho sentiti parlare. Papà e Orietta.

Martina, dove sei adesso?

A casa di mamma. Il weekend ero da papà. Orietta ha detto che non andrai mai nella casa di riposo di tua spontanea volontà. Che dovranno come dire metterti pressione.

Giuliana Petronilla rimase in silenzio.

Ha anche detto che, visto che hai già firmato la casa, legalmente non puoi più far niente. Papà taceva. Non diceva una parola, nonna.

Martinella.

Non voglio che ti mandino via. Tu non ci vuoi andare, vero?

No, non ci voglio andare.

Allora che farai?

Giuliana Petronilla guardò la vecchia credenza con le fotografie: Sergio da giovane. Andreino il primo giorno di scuola. Martina, tre anni, col secchiello alle vacanze.

Ci penso, Martina. Non ti preoccupare.

Posso venirti a trovare, dovunque tu vada?

Certo. Devi.

Giuliana chiuse la telefonata e rimase seduta ad ascoltare il silenzio. Poi fece un giro per casa di quelli che si fanno prima di partire per un viaggio lungo camminando piano davanti ai muri e agli oggetti. Sfiorò lo stipite della porta dove aveva segnato a matita le altezze di Andrea con gli anni. Passò una mano sul davanzale dipinto di bianco da Sergio. Entrò in camera, aprì larmadio e guardò a lungo le sue cose.

La mattina dopo chiamò lufficio anagrafe per avere informazioni sulle donazioni. La conversazione fu breve e sgradevolissima. Una donna calma e impassibile dallaltro capo del telefono le spiegò: una donazione è definitiva, la si può annullare solo in tribunale e con prova di inganno o minaccia. Praticamente impossibile dimostrarlo.

Giuliana Petronilla ringraziò, chiuse la chiamata e andò a preparare il minestrone.

***

La casetta di campagna era a quarantaquattro chilometri da Milano. Un pezzettino di terra, una villetta tutta di legno che Sergio aveva costruito da solo. Il tetto perdeva, la stufa faceva fumo quando pioveva, il cancello era tutto storto e affondato nel terreno. Negli ultimi tre anni nessuno ci aveva praticamente mai messo piede. Solo Giuliana, nei mesi caldi, per lorto e poco più.

Alla fine di agosto arrivò lì con tre borsoni e due scatoloni. Il minimo indispensabile: vestiti, piatti, documenti, foto, qualche libro, coperte di lana. La tv piccola della camera, appartenuta a Sergio. La macchina da cucire.

Andrea telefonò il giorno dopo.

Mamma? Ma che è successo? Sei sparita. Perché non hai detto niente?

E che dovevo dire? Tanto il primo settembre non è ancora arrivato, no?

Mamma, dai, ci eravamo messi daccordo.

No, Andrea, tu mi hai comunicato la decisione. Io ne ho presa unaltra. Tutto regolare.

Ma lì non ci puoi stare tutto linverno! Freddo, acqua dal pozzo

Cè la stufa. So usarla.

Non è serio.

Serissimo, rispose e sente che quella cosa dentro di lei che tremava da settimane, dun tratto si solidifica. Andreino, tutto a posto da te?

Da me? Mi preoccupo per te!

Allora siamo a posto. Ti saluto, ho da fare.

E andò a vedere le condizioni del tetto.

Non erano buone. Nellangolo in fondo della veranda le assi erano tutte marce, laria entrava da tutte le parti. Giuliana trovò nel capanno della guaina catramata e qualche chiodo; riparò alla belle meglio non benissimo, ma quanto bastava per non prendersi la pioggia in testa e poi fece il giro del giardino, controllò il pozzo, assaggiò lacqua gelida e limpida, col sapore di ferro.

Il vicino, dallaltra parte del recinto, era Nicolò Giovanni Beretta. Sui settantanni, da cinque viveva lì tutto lanno da pensionato. Lo conosceva poco: saluti, due scambi di piante quando capitava.

Spuntò quella sera, occhieggiando oltre la staccionata, asciutto e dritto, baffi ben regolati e camicia a quadri.

Buona sera. Quindi di nuovo qui, eh? Con armi e bagagli?

Passo linverno qui, disse lei.

Valutò la riparazione grossolana sul tetto.

Allora meglio dare un occhio alla stufa. Il camino sarà intasato, lo scorso autunno non lha mai accesa nessuno. Si rischia lintossicazione.

Ne sa del camino?

Si sentiva che lavorava qualcuno sul tetto. In più, ho dato un occhio ogni tanto, quando venivo a innaffiare.

Lei lo guardò meglio.

Grazie. Non ne sapevo nulla.

Per carità. Vuole che dia unocchiata al camino? Tanto ci vuole un attimo.

Unora dopo la stufa bruciava dritta, senza fumo. Nicolò Giovanni beveva il tè in veranda senza parlare, ma era un silenzio buono, tranquillo, tra persone che non devono darsi ragione a vicenda o fare conversazione per forza.

Ma lei abita qui da tanto? chiese Giuliana, per rompere il ghiaccio.

Cinque anni. Da quando è mancata mia moglie. Ho lasciato ai figli lappartamento a Pavia e sono venuto qua. In città non ci so stare.

E non si sente solo?

Allinizio sì. Adesso mi sono abituato. Lei come sta?

Lei raccontò in breve, la sintesi: niente dettagli. Lui ascoltava senza interrompere, senza quel pietismo che spesso dà più fastidio dellindifferenza.

Succede, commentò alla fine. I figli credono di sapere cosa è meglio, ma a volte

Era un bravo ragazzo, il mio Andrea.

Non lo metto in dubbio.

È che lei è più forte, disse Giuliana senza riuscire a capire da dove le fosse venuta fuori quella frase.

Pensi che ora lo sarà anche lei, le rispose lui, calmo e senza retorica.

Lei accennò un sorriso ironico.

Io, forte, a sessantotto anni, sotto il tetto che perde?

E perché no? Il tetto lo mettiamo a posto. Le do una mano.

Finito il tè, si alzò.

Domattina, se non le dispiace, controllo meglio il camino. E la veranda ha bisogno di nuove assi. Qualcosa in magazzino mi avanza.

Nicolò Giovanni, non voglio essere un peso.

Decide lei, fece lui, scrollando le spalle e salutando.

***

Settembre passò di corso. Era un salvagente, il lavoro. Giuliana Petronilla si alzava allalba per accendere la stufa, bolliva la polenta, usciva in giardino. Doveva spicciarsi prima del freddo: orto da sistemare, aiuole da vangare, scorte di legna. Nicolò Giovanni aiutò con la legna, portò un carico e insieme lo misero in ordine. Lavoravano uno accanto allaltro con poche parole, e la cosa risultò subito sorprendentemente facile.

Andrea chiamò a metà settembre.

Mamma, come va?

Bene.

Ma qui si gela già.

Qui si sta caldi. La stufa va che è un piacere.

Mamma, davvero non vuoi tornare? Posso cercare qualcosa più vicino, sempre fuori Milano ma meno isolato. Ho visto posti belli

Grazie Andrea, ma qui va bene. Qui sto bene.

Come sta Martina? La vedi?

Silenzio.

Sta bene. Vive con la madre, quasi sempre.

Vittoria era la prima moglie di Andrea e madre di Martina. Si erano lasciati anni fa senza scenate. Vittoria era una persona positiva, con Giuliana sempre gentile.

Ci vai spesso da loro?

Beh, cerco. Orietta però non sopporta se mi fermo troppo.

Giuliana sospirò. Fuori il vento stava già portando via le foglie dal melo.

Va bene, mamma. Ma se hai bisogno

Ti chiamo, se serve.

Sapeva che non lavrebbe fatto, e probabilmente lo sapeva anche lui.

Arrivò ottobre e con lui lacqua. La strada fangosa, il villaggio si svuotò; restava quasi solo lei. Al mattino, portando fuori la tazza di tè, sentiva solo il vento e le gocce sulla corteccia. Niente paura. Soltanto silenzio.

A volte la sera piangeva. Senza rumore, senza strappi. Solo qualche lacrima per stanchezza o per quella tristezza che si era costruita piano, col tempo. Pensava allappartamento, che probabilmente stavano già distruggendo per rifarlo. Alle marche a matita sulle porte che sarebbero sparite con una mano di pittura. Alla riga di bianco di Sergio. Alla vita in trenta e più anni stipata in poche scatole.

Ogni mattina, però, si rialzava, legna nella stufa e si ricominciava. Perché qualcuno doveva farlo.

Nicolò Giovanni continuava a passare quasi tutti i giorni, a volte con strumenti, altre con qualcosa da mangiare un po di verza, una marmellata. Prendevano il tè, conversavano. Raccontava dei figli lontani che vedeva una volta lanno, della moglie, Livia, ricordata senza tragedia, solo affetto e gratitudine. Spiegava come organizzarsi quando si è soli, e come dosare le forze per non sprecarsi.

Ha paura dellinverno, qui, da sola? chiese una sera Giuliana.

Ci si abitua a tutto, col tempo. Anche la paura passa. Provi.

Così era fatto lui: non cercava di convincere, ma semplicemente ti mostrava il passaggio dopo.

***

Linverno arrivò già a novembre, preciso e deciso. Nevicate, strada bloccata, lautobus ormai un miraggio. Giuliana si trovò a resistere davvero, col gelo e il silenzio fisico attorno.

Per la prima settimana sentiva Martina ogni sera.

Nonna, hai caldo? Mangi bene, vero?

Tutto a posto, Marti. E tu?

Io tutto bene. Papà è venuto domenica. Orietta era rimasta giù in macchina.

Meglio così.

Era triste, papà.

Sono cose sue, Martina.

Sei arrabbiata con lui?

Ci pensò.

No. Sono triste. È diverso. Arrabbiarsi, vuol dire voler vedere qualcuno soffrire. Essere tristi, vuol dire solo accettare.

Nonna, sei saggia.

Sono vecchia, Martina.

Non è mica la stessa cosa.

A quel punto scoppiò a ridere, scoprendo che il cuore, inaspettatamente, le si stava scaldando.

Hai ragione, Marti. Non è la stessa cosa.

Gennaio fu il peggiore. Il freddo, la stufa che beveva la legna, e una notte tubi spaccati: dovette sciogliere neve per lavarsi. Nicolò Giovanni arrivò con materiale e fiammiferi, ci misero una mezza giornata, si infreddolirono, ma la sistemarono.

Grazie, disse lei, davanti al camino acceso. Non so cosa avrei fatto senza di lei.

Ce la faceva anche da sola, ribatté lui.

Non credo proprio.

Sì, magari. Ma ci provava e quello conta.

Le do fastidio, Nicolò Giovanni?

Lui la fissò un secondo, stupito.

Fastidio? Ma no. Siamo vicini di casa.

Ci sono vicini e vicini.

Quello è certo, ammise lui.

A febbraio, Martina si presentò allimprovviso. Un sabato, in autobus, con uno zaino e una torta al cioccolato.

Tua madre ti lascia venire?

Sì, mi ha portata lei fino alla fermata. Le ho detto che qui sto bene.

Falle i miei ringraziamenti. Entra, che fa freddo.

Martina toccò i fianchi caldi della stufa.

È bello, qui. Accogliente. Sembra una casa vera, non un hotel.

Giuliana guardava la nipote e pensava a quanto fosse cresciuta. Altissima, già donna, con quegli occhi scuri identici al padre.

Nonna, mi racconti di nonno Sergio, quando era giovane? Qui, in questa casa?

Così, sedute al tavolo, parlò: di come Sergio aveva costruito il casetto, la prima notte passata vestiti nei cappotti, i primi raccolti, la paura di Andreino per lorto al crepuscolo e le creature inventate dalla sua fantasia.

Era pauroso papà?

Non proprio. Immaginazione ne aveva

E ora?

Cresciuto. La fantasia cè sempre, solo che cambia oggetto.

Martina rifletté.

Secondo te ha capito, lui?

Non lo so. È una domanda per lui.

Non è giusto però.

Eh, la giustizia, Martina Non sempre arriva lei, spesso arriva qualcosaltro.

Cioè cosa?

Giuliana guardò fuori. Neve, silenzio, i pini in fondo al campo.

La pace. Questo silenzio, questo tè, tu qui. Conta questo.

Martina parve voler capire ancora, ma alla fine annuì.

***

Marzo portò colate dacqua e quellodore inconfondibile di terra bagnata e pino. Giuliana, una mattina uscendo in veranda, si rese conto che stava bene. Semplicemente, senza motivi particolari. Forse era quello resistere, pensò: non vincere, non recuperare, solo restare in piedi, ed essere ancora se stessi.

Nicolò Giovanni la chiamò dal recinto:

Longhi, ho semenze di cetriolo e pomodoro. Le servono?

Eccome se mi servono!

Le porto stasera, e controlli la tavola sul fondo, che è scesa col disgelo.

La controllo io. Al massimo glielo dico.

Sicura? Ormai è una vera contadina.

Erideva sotto i baffi.

Aprile volle dire lavoro vero: vangare, concimare, sistemare il pozzo, rivedere la serra. Giuliana lavorava, dormiva sodo, mangiava come da ragazza. Si scoprì a pensare sempre meno alla vecchia casa. Non era perdono; era solo un ricordo non più pungente. Una cicatrice.

Andrea telefonò a primavera inoltrata. La voce aveva perso larrogante sicurezza dellautunno.

Mamma, come stai?

Bene. Il lavoro mi tiene impegnata.

Te lo volevo dire Mi manchi. Penso a te.

Lei attese.

Va bene, Andrea.

Non torni nemmeno una volta?

No.

Perché?

Sto bene qui. Ora questa è casa mia.

Lui non disse nulla.

Martina? La senti?

È venuta a febbraio, sta per tornare due settimane con la madre.

Bene bene. Davvero, mamma.

***

Lestate allorto fu unaltra cosa rispetto a come la ricordava. Non era più giardino della domenica, ma proprio suo, terra custodita e raccolto sudato. Ogni cetriolo, ogni patata, ogni barattolo di marmellata aveva il sapore delle sue mani.

Martina venne tutta lestate. La madre, Vittoria, telefonò:

Le va di stare lì con te da giugno a fine agosto? Io sarei tranquillissima.

Mi fa solo piacere. Mi aiuta molto.

Parla tanto di te, sai? Con affetto, sempre.

Anchio conto su di lei.

Martina arrivò piena di libri, tablet e quaderno per scrivere storie. Non le faceva paura il lavoro, anzi, laiutava con lorto, imparò la stufa, il pozzo. La sera davano il tempo a erbe e lune, e capitava anche di parlare senza parlare.

Nicolò Giovanni da lì lo adottò quasi come nipote personale. Le insegnò a riconoscere gli uccelli, come capire il tempo, come funziona il pozzo.

È simpatico, nonno Nico, disse Martina.

Un amico, più che un nonno, puntualizzò subito Giuliana.

Ma non cambia nulla, è come un nonno, però diverso.

Diverso, sì.

Martina la fissò un po sottocchio.

A te, nonna, lui piace, vero?

Certo, siamo amici.

Solo amici?

Martina! la redarguì, scoppiando a ridere. Non ci provare nemmeno.

Ma lo chiedo, mica lo penso!

Siamo amici. Ed è già tanto.

La nipote fece una smorfia e lasciò correre.

A luglio Andrea chiamò, stavolta strano, agitato.

Posso venire questo weekend? chiese.

Vieni quando vuoi. Martina è qui.

Sì, lo so mamma, ho bisogno di parlarti.

Vabbè, vieni.

Non ci pensò più. Succeda quel che deve succedere. Da Andrea aveva ormai smesso di aspettarsi parole particolari: la saggezza di chi non pretende ciò che gli altri non possono darti.

***

Arrivò il sabato, si presentò da solo niente Orietta, lauto davanti al cancello. Guardava il giardino ordinato, le assi nuove, le tendine.

Martina gli corse incontro, si abbracciarono. Giuliana li osservava: padre e figlia, stessi lineamenti, titubanti come sempre quando cè distanza.

Ciao, mamma, fece Andrea.

Ciao. Vieni, cè il pranzo pronto.

Si parlò di nulla a tavola. Martina tenne banco raccontando di campagna, di volpi, di misteri inventati. Andrea taceva e mangiava, ma appariva molto più magro di prima.

Dopo pranzo Martina si mise a leggere e Andrea rimase lì, in silenzio a giocherellare col cucchiaino.

Mamma, devo dirti una cosa.

Dimmi.

Orietta vuole che Martina vada in collegio. Dice che le dà fastidio, che non è sua figlia, che non ci vuole altra gente in casa. Io ho provato a dirle Ma lei sa come insinuarsi.

Giuliana rimase muta.

Martina lha scoperto. Una settimana fa. Orietta ha parlato al telefono davanti a lei senza vedere che era in stanza accanto. Martina si è chiusa e non ha più voluto parlare. Lho riportata dalla madre.

So tutto, Andrea. Martina mi ha chiamato in lacrime.

Andrea la fissava.

Te lha raccontato

Sì, notte fonda, disperata.

Mamma, scusami.

Lo disse senza grande teatralità. Solo così.

Di cosa ti scusi?

Per tutto. Per la casa, per aver ascoltato lei invece che te. Per la casa di riposo, per il senso di tradimento.

Andrea.

No, mamma, lasciami parlare. Solo ora me ne rendo conto. Mi ripetevo che era meglio per tutti. Invece non era vero. Mi facevo convincere da lei. E non ho trovato la forza di dirle no.

Perché?

Non lo so. Mi immalinchisce, mi fa sentire sempre sbagliato. Come se tutto quello che penso fosse un errore. I miei figli, tu come se foste pesi. Solo le sue esigenze sono vere.

Giuliana guardava il suo bambino: quarantadue anni e sempre, un po, il figlio impaurito di sera.

La ami?

Pensò a lungo.

Non lo so, ormai. Magari lho amata, ma adesso

Ora cosa vuoi fare?

Vado via da lei. Lho già detto a Orietta. Lei sembrava quasi sollevata.

Hai dove andare?

Ho trovato un piccolo appartamento in affitto. Ma non sono venuto per ridarti la tua casa. So che non si può. Sono qui solo per

Parlare, concluse lei.

Sì. E chiedere se tu mi perdoni.

Giuliana si alzò e andò alla finestra. Martina era in cortile a leggere. La luce iniziava a dorarsi, era luglio ormai.

Ti ho già perdonato, da tempo. Non significa che torno tutto come prima. Ma sei mio figlio. E quello non cambia.

Sentì che lui si conteneva appena, il respiro più leggero.

Posso venire qui ogni tanto?

Ma certo, questa è la casa anche tua. Sergio lha fatta anche per te.

Si voltò: nella sua espressione rivedeva il bambino di tanto tempo fa, quello che non aveva paura quando cera la madre accanto.

***

Martina non tornò in città con lui.

Successe così, senza una vera decisione. Andrea venne a salutarla e lei disse che voleva restare ancora, che lì era meglio, che aveva da fare. Sguardo dintesa tra Andrea e Giuliana.

Se vuole, e se anche Vittoria è daccordo, può restare, concluse questultima.

Vittoria era daccordo. Martina rimase.

Passarono agosto e settembre. Martina iniziò la scuola del paese, due chilometri a piedi. Giuliana la accompagnò il primo giorno, la vide allontanarsi lungo la strada sterrata, pensò che la vita sa fare dei giri impensabili.

Con Andrea ora si sentivano una volta a settimana, a volte di più. I discorsi erano cambiati, meno finti, più veri. Lui raccontava dei suoi tentativi in cucina, del lavoro, di quei piccoli passi del vivere da solo. Lei ascoltava sorridente, gli dava ricette.

Mamma, ti manca la città?

No.

Davvero?

Incredibilmente, no.

Felice che tu stia bene.

Sì, lo so.

Un giorno Nicolò Giovanni chiese se volesse fare richiesta per tenere Martina come affidamento ufficiale.

Sì, ne parlerò con Andrea e Vittoria. Martina lo vuole.

Qui sta bene.

Anche a lei piace, vero?

Curiosa, intelligente. Questi ragazzi qui hanno bisogno di radici semplici, altrimenti si inventano personaggi per gli altri.

Giuliana lo guardò attenta.

Capisce tanto delle persone.

Ho avuto tempo per imparare.

Anche di me capisce?

Sì, molto. È più libera adesso. Libera dentro.

Lei ci pensò.

Giusto. È la parola esatta.

Si restò in silenzio. Dietro la recinzione il grano di Nicolò Giovanni iniziava a spuntare dal campo che aveva preso in affitto per sport, vediamo come mi esce.

Ma lei, qui, non si sente fuori dal mondo? Non è tutto troppo silenzioso?

Allinizio sì. Poi ti rendi conto che questa è la vita vera. Laltra è altrove, non migliore, solo diversa.

Giuliana annuì.

***

Tornò il freddo con ottobre. Giuliana accese la stufa e si rese conto che ormai era diventato una specie di riflesso. Martina tornò da scuola e si mise a fare i compiti sul tavolo mentre la nonna preparava il minestrone.

Nonna, ci hanno chiesto un tema: una persona che ammiriamo.

Chi scegli?

Te. Va bene?

Va bene, ma non esagerare, eh.

Non mi invento nulla. Scrivo la verità.

Che cosa ci scrivi, allora?

Martina rifletté, la penna sospesa.

Che sei venuta qui senza niente. O quasi. Che non ti sei rotta, non sei diventata cattiva, e non ti sei lamentata a voce alta.

Giuliana mescolò la zuppa.

Mi sono lamentata, magari a bassa voce.

Quello è giusto. Lamentarsi, ma sottovoce, è questione di rispetto.

La nonna alzò lo sguardo.

Dove lhai letta questa?

Da nessuna parte. Lho pensata io.

Allora mettila pure nel tema. È bella.

Martina sorrise e si rimise a scrivere.

Fuori calava il buio, i passeri litigavano ancora un po nel campo. La zuppa bolliva. Sullo scaffale le fotografie: Sergio, Andreino alle elementari, Martina con il secchiello.

Il cancello scricchiolò. Nicolò Giovanni entrò col suo passo silenzioso.

Longhi, la mia verza è pronta; ne porto per cena?

Subito, venga pure. Ci sta bene nella zuppa.

Vado a prenderla.

Martina alzò la testa dai compiti.

Nonno Nico?

Lui, rispose la nonna.

Martina saltò giù e corse ad aprire, gridando:

Nonno Nico, rimani con noi a cena! Cè la mia zuppa!

Giuliana sentiva il loro vociare in ingresso, Martina che raccontava del tema, delle sue grandi filosofie della vita, lui che rispondeva piano.

Prese il cucchiaio di legno, assaggiò. Sale giusto. Questa era la sua pentola, il suo fornello, la sua casa. Piccola e di legno, col tetto aggiustato da sé e Nicolò Giovanni, il pavimento che ogni tanto scricchiolava. Ma casa, finalmente.

Tra poco Andrea sarebbe venuto su. Avevano deciso di parlarsi con Vittoria e Andrea, per capire il futuro di Martina. La ragazzina era tranquilla allidea, come chi ormai ha capito come gira il mondo.

Giuliana cosa sarebbe successo davvero non lo sapeva. E nemmeno sentiva il bisogno di saperlo. Prendeva un giorno alla volta, ed era sufficiente.

Nicolò Giovanni entrò in cucina con la verza.

Profuma, sto minestrone.

A tavola, che è pronto.

Martina metteva i piatti con precisione, come aveva visto fare da sua nonna mille volte.

Si sedettero.

Fuori era già notte e nei vetri si riflettevano tre persone a tavola, la luce calda, il vapore. Limmagine sfocata come nei vetri vecchi, un po deformata ai bordi.

Nonna, la prossima settimana papà viene davvero?

Ha detto di sì.

Bene. Voglio fargli vedere come si vive qui. Lui non lha mai visto destate.

Lestate qui è unaltra cosa, disse Giuliana.

Ma meglio?

Giuliana guardò Martina, Nicolò Giovanni che mangiava tranquillo, la pentola fumante, il pane.

Molto meglio, rispose. Vedrai che lo capirà anche lui.

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