Nel 1951, un ragazzino italiano di 14 anni, Giulio Moretti, si svegliò nel lettino di un ospedale a Firenze con cento punti lungo il torace, perché i medici gli avevano appena tolto un polmone. Per salvarsi la pelle, aveva avuto bisogno di ben 13 sacche di sangue donate da sconosciuti persone di cui non avrebbe mai saputo il nome.
Suo padre, Enzo, era lì seduto accanto e disse qualcosa in stile La Mamma è sempre la Mamma, ma ancora più profondo:
«Giulio, se sei qui è perché qualcuno ha donato il suo sangue. Non dimenticarlo mai».
In quel momento, Giulio fece una promessa a se stesso: appena compiuti 18 anni, sarebbe andato anche lui a donare il sangue per restituire, almeno in parte, quel che aveva ricevuto.
Cera giusto un piccolo intoppo: Giulio aveva una fifa blu degli aghi.
Ma il giorno del suo compleanno, spinto più dal senso del dovere che dal coraggio, varcò la soglia del Centro Trasfusionale di Firenze. Si sedette, puntò gli occhi sul soffitto agli stucchi e lasciò fare tutto allinfermiera. E, come ogni vero italiano che si rispetti, non guardò mai cosa gli facevano, nemmeno di striscio.
Per i successivi 64 anni!
Allinizio Giulio non sapeva di avere il sangue speciale. Dopo alcune donazioni, però, i medici fecero una di quelle scoperte che capitano solo nelle fiction RAI: il suo plasma conteneva un anticorpo rarissimo probabilmente apparso dopo tutte quelle trasfusioni. Un anticorpo capace di evitare un disastroso problema chiamato incompatibilità Rh, che spesso metteva a grave rischio la vita di tanti neonati italiani.
Prima di allora, decine di migliaia di bambini non ce la facevano, vittime di aborti spontanei, nascite premature o danni cerebrali. A volte bastava una minuscola differenza di gruppi sanguigni tra mamma e bimbo per provocare una tragedia.
La soluzione? Stava nel sangue ormai leggendario di Giulio.
I medici gli proposero di donare non solo sangue, ma anche il plasma. Più tempo sulla poltrona (novanta minuti invece di venti!), più visite, praticamente per tutta la vita. Non proprio una passeggiata in confronto a una colazione al bar.
Giulio pensò alla sua paura, che gli stringeva lo stomaco come una cena con i suoceri. Poi, però, pensò ai bambini. E decise: sì, si poteva fare.
Così, nei decenni, Giulio non ne saltò una, di donazione. Sempre fissando il soffitto. Raccontava barzellette agli infermieri, contava le piastrelle, commentava i risultati della Fiorentina qualunque cosa per non vedere quellorribile ago.
La paura? Mai andata via. Ma tanto lui continuava a presentarsi.
Un giorno arrivò il colpo di scena degno del Festival di Sanremo: la sua stessa figlia, Cecilia, ebbe bisogno proprio del farmaco ricavato dal suo plasma quando rimase incinta. Il nipotino Matteo visse grazie a una scelta fatta dal nonno decenni prima.
Nel maggio 2018, arrivato a 81 anni, e secondo le regole italiane sulle donazioni, Giulio si recò per lultima volta al centro trasfusionale. Ad aspettarlo cerano mamme con bimbi sani in braccio il suo coraggio aveva dato aria nuova a tutte quelle piccole vite. Lo ringraziavano con mille lacrimoni e facce commosse, manco fossimo alla finale dei mondiali.
Giulio salì sulla poltrona, distolse lo sguardo come sempre, e fece la sua donazione numero 1173.
Dal 1967, più di 3 milioni di dosi del prezioso farmaco Anti-D, preparate proprio con il plasma di Giulio, hanno salvato qualcosa come 2 milioni e 400 mila neonati soltanto in Italia.
Quando lo chiamavano eroe? Alzava le spalle, come se gli avessero chiesto chi aveva vinto lo Scudetto:
«Io? Ma che eroe! Sto seduto tranquillo, mi danno caffè e una brioche, e torno a casa. Niente di speciale!»
Giulio Moretti ci ha lasciati serenamente nel sonno il 17 febbraio 2025, a 88 anni.
Tutti cerchiamo eroi tra i supereroi dei film americani o sui libri di storia gente con mantelli, miliardi o nomi altisonanti.
A volte, però, il vero eroe è chi, per 64 anni, mantiene una promessa fatta da ragazzino.
Chi sente paura vera, quella che ti blocca ma va avanti lo stesso.
Perché milioni di vite ci sono oggi solo perché una persona ha concluso che la sua paura valeva meno della vita degli altri.
E tu? Qual è il piccolo, grande gesto che puoi fare anche se ti viene un po da tremare dentro?






