Sono partita per una gita in autobus verso Napoli con un gruppo di pensionati italiani. Sulle prime, non mi aspettavo nulla di straordinario: qualche giorno tra chiese e musei, fotografie da incollare nellalbum, regali da portare ai nipoti. Il desiderio era soltanto quello di scappare dalla routine, da quella solitudine che negli ultimi anni mi stava scavando dentro come vento sulle rocce vesuviane.
Credevo che Napoli, Roma, Firenze sarebbero stati solo nomi spuntati su un itinerario troppo fitto. Ma in quella piazza cocente, allombra allungata del Colosseo di Roma, ho incontrato un uomo che ha saputo farmi risentire ventenne fra le rughe.
Ricordo bene: ero lì, sotto gli archi dellanfiteatro, piccola dinanzi a tanta grandezza. La guida raccontava dei gladiatori, dei leoni, ma la mia mente vagava leggera sulle onde del Mediterraneo. Allimprovviso, vicino a me, una voce scherzò: Chissà se anche i gladiatori rompevano col caldo come noi vecchietti.
Mi voltai e vidi lui alto, capelli argento come una linea dorizzonte, e un sorriso che sembrava di famiglia, eppure inedito. Indossava una camicia azzurra e un cappello di paglia che gli dava laria di chi non teme il sole. E negli occhi brillava unintensità che mi spiazzò, come se la folla rumorosa sparisse.
Così cominciammo a parlare. Si chiamava Marco, era rimasto solo dopo la morte della moglie, ed era in pensione da poco, diceva. Non volevo aspettare il momento perfetto per vedere Roma. Ho pensato: ora o mai più.
Parlare con lui era una freschezza; rideva e ascoltava come se ci conoscessimo da sempre. Lì davanti al Colosseo ci siamo seduti per bere un caffè, e allimprovviso mi sono scoperta protagonista di una conversazione viva, vera, ascoltata davvero.
I giorni seguenti mutarono forma, come cambiano i vicoli di Napoli sotto il sole. Ci sedevamo insieme sul pullman, dividevamo il pranzo gnocchi, mozzarella, vino rosso , ci perdeva nel fiume turistico e ci ritrovavamo di nuovo con uno sguardo complice. Era una complicità genuina, un gioco che mi riportava al passato innocente, eppure pieno di brividi.
La sera, in albergo, quando gli altri si attardavano a chiacchierare con la televisione o con una partita a scopone, noi due ci dirigevamo al balcone, guardando la città illuminata, e le nostre parole si perdevano tra ricordi e speranze. Si parlava di figli, di errori, della fortuna e del coraggio improvviso di sentire il battito accelerato del cuore.
Sembrava che il tempo facesse passi indietro. Iniziavo a scegliere con più cura gli abiti, mi mettevo il rossetto, sorridevo senza motivo. Le signore del gruppo osservavano con una punta di curiosità o velata invidia, ma io sentivo soltanto il piacere di ritrovarmi, di riscoprire le parti di me che avevo dimenticato nellabitudine e nel silenzio.
Ma avvicinandosi il giorno del ritorno, tutto diventava più sfocato, come nei sogni al risveglio: E adesso? mi chiedevo. Lui viveva a Torino, io a Bari centinaia di chilometri di distanza. Avevamo in comune solo questo breve sogno italiano, sospeso su una settimana di giugno. Bastava ad aprire al futuro?
Lultimo giorno ci siamo presi per mano e abbiamo vagato insieme per le viuzze romane, senza la compagnia degli altri. Ci siamo fermati sui gradini di Piazza di Spagna, mangiando gelato al pistacchio, e il silenzio era dolce come zucchero filato. A un certo punto mi ha detto: Sai, non mi sentivo così bene da anni. Ma temo che, tornati a casa, tutto si sciolga. Tu hai la tua vita, io la mia. Forse è stata solo una magia destate…
Non sapevo che rispondere. Dentro, un vortice: la voglia di credere in un nuovo inizio e la paura che fosse solo unebrezza passeggera, destinata a svanire sul volo Alitalia per la Puglia.
Allaeroporto ci siamo abbracciati più a lungo di quanto consigliato. Gli occhi dicevano addio e forse. Ci siamo scambiati i numeri di telefono, ma le parole Rivediamoci ancora ci sono rimaste in gola.
Oggi, quando il pensiero scivola su quel viaggio, mi sembra davvero un sogno: vivido e fragile, come la schiuma del mare contro gli scogli. Forse Marco aveva ragione era solo unillusione dolce. O forse sarebbe vigliaccheria non seguire questa possibilità di rinascita.
E così mi chiedo ancora vale la pena mettere in gioco la serenità, rotta e silenziosa, per il brivido di un sentimento nato allimprovviso? Era solo una fiaba sotto il cielo di Napoli, oppure un preludio che ancora non conosco? Perché a pensare a lui il cuore batte forte, ma la ragione mormora: Follia.
E forse racconto questa storia proprio per questo per domandare anche a chi mi ascolta: dopo i cinquanta, i sessanta, e oltre, abbiamo ancora diritto di spalancare il cuore al nuovo? È più saggio accontentarsi di una memoria preziosa e inoffensiva, o vale la pena rischiare, e scoprire sino a dove possono portarci quelle emozioni che non sanno invecchiare?







