Tu sei il mio universo

Tu sei il mio mondo

Ricordo come se fosse ieri quelle sere tranquille, anche se in realtà sono passati tanti anni. Seduto accanto al lettino di mia figlia, guardavo la piccola Lucia dormire pacifica. Giaceva di lato, con le labbra socchiuse; il suo respiro leggero colmava la stanza di silenzio e di pace. Nella penombra, le sue ciglia sottili proiettavano ombre leggere sulle guance, e i capelli mossi si spargevano scompigliati sul cuscino. In quei momenti pensavo che Lucia fosse davvero un angioletto caduto dal cielo, e mi ritrovavo a sorridere, senza nemmeno accorgermene.

Fuori dal balcone, il tramonto si spegneva piano piano su Firenze. Il cielo si tingeva di blu, e le prime stelle timide facevano capolino tra i tetti rossi prima poche, poi sempre più luminose e numerose.

Quella vista mi riportava indietro nel tempo, a tre anni prima, quando tutto era diverso. Le pareti di quella casa allora erano piene delle risate di mia moglie, Augusta. Ogni volta che varcava la soglia, sembrava portare con sé la primavera: la sua voce calda, le mani delicate che mi sfioravano la spalla, uno sguardo colmo di affetto infinito. Ora di lei mi restavano solo i ricordi e questa bambina nel lettino, la nostra Lucia, per cui lottavo ogni giorno.

La malattia si era insinuata lenta, come una ladra nella notte. Allinizio Augusta si lamentava solo della stanchezza, dicendo che aveva lavorato troppo e le serviva solo un po di riposo. Poi vennero i mal di testa, che lei attribuiva allo stress e alle notti brevi. Cercammo aiuto in vari ospedali di Firenze, incontrando diversi specialisti, sottoponendoci a mille analisi; ma nessuno sapeva darci una risposta certa, e le cure proposte non facevano che scorrere via inutili. Il tempo passava, e Augusta peggiorava.

Quando finalmente arrivò la diagnosi esatta era tardi ormai. Non ci pensai due volte: lasciai il mio lavoro importante in banca i colleghi mi consigliavano di aspettare, di trovare un equilibrio, ma sentivo che essere vicino a Augusta era più importante di tutto. Per fortuna avevamo messo da parte un po di risparmi, quel tanto che, inizialmente, ci permise di non pensare alleuro.

Da allora il mio mondo si trasformò in un labirinto di ospedali, code interminabili, esami su esami. Ogni giorno la accompagnavo alla clinica, le stringevo la mano in sala dattesa quando langoscia la attraversava. A casa le leggevo ad alta voce i romanzi che amava, quando non riusciva più ad alzarsi. E nei silenzi interminabili, me ne stavo seduto accanto a lei ad ascoltare il ritmo del suo respiro, temendo di perdere ogni piccolo segnale. In quei giorni capii che amare significa anche resistere accanto alla persona amata nei momenti bui, restare e sorreggerla quando tutto crolla.

Dopo la morte di Augusta, la mia esistenza si era come immobilizzata in una nebbia grigia. Le giornate si somigliavano tutte, scandite da notti insonni, e io faticavo a tenere a mente ciò che accadeva attorno a me. Tutto il mio essere si era ridotto a Lucia, al desiderio di farle sentire che suo padre cera e ci sarebbe sempre stato.

Subito dopo il funerale venne Laura, la mamma di Augusta, da Pistoia. Entrò in casa piano ma, come ogni nonna italiana, nel giro di un istante lo sguardo vigile individuò ogni caos: i peluche sparsi, il bucato da fare, la cucina in disordine. Sistemò la borsa sul braccio e disse con decisione:

Marco, devi riposare. Porto Lucia da me. Così non puoi andare avanti.

Io ero già accanto al lettino di Lucia, lo sguardo perso tra le ciglia della bambina. Senza nemmeno sollevare la testa, strinsi le dita nel bordo della coperta e risposi a voce bassa, ma ferma come una roccia:

No. Lucia resta con me.

Laura fece qualche passo verso di me, e il viso le si accese di vera preoccupazione.

Ma Marco, ti vedi? la voce le tremava un po Non sei più tu! Dagli uno sguardo allo specchio: cè uno sconosciuto! E Lucia ha bisogno di un posto ordinato, di cure, di racconti, non di un padre che va avanti a fatica. Cosa ci guadagna qui

Mi raddrizzai lentamente, la guardai dritta negli occhi. Nel mio sguardo cera un dolore immenso, ma anche una volontà incrollabile che la fece indietreggiare. Parlai a bassa voce, ma ogni parola era salda.

Sono suo padre. Sarà mia la responsabilità di crescerla. Augusta avrebbe voluto così. Le ho promesso che saremo insieme, qualsiasi cosa succeda.

Laura rimase in silenzio. Vedeva le mie mani tremare, le occhiaie profonde, ma intuiva che era inutile discutere. In quella figura stanca ardeva una volontà che nessuna parola avrebbe vinto. Sospirò, scosse la testa, ma si ammorbidì nel tono:

Se hai bisogno, telefona. Sono sempre qui. Sai dove trovarmi.

Si guardò intorno come per imprimere a memoria la scena e poi uscì in punta di piedi sul vecchio parquet. La porta scattò lieve. E io rimasi solo, circondato dal silenzio e dalla presenza dolce di Lucia addormentata.

La quiete si riprese la stanza, rotta solo dal respiro regolare della bambina. Mi lasciai cadere di nuovo sulla seggiola, presi la minuscola mano di Lucia tra le mie. Il suo calore, il battito del suo sonno era lunica cosa che mi teneva ancorato al presente e mi dava la forza per andare avanti. Sapevo che ci aspettavano giorni e giorni difficili, ma adesso avevo uno scopo: far crescere Lucia, tenere vivo in lei il calore che Augusta aveva saputo regalare.

La nostra vita cambiò per sempre: da allora in casa si sentivano solo due voci la mia e quella della bimba. Allinizio ogni mattina era uno smarrimento continuo; guardavo Lucia e mi rendevo conto di quanto tutto ciò che avevo sempre considerato banale richiedesse abilità nuove. Non avevo mai pensato che cambiare un pannolino senza far piangere una bimba fosse unarte, o che cucinare qualcosa di nutriente senza bruciare tutto fosse così complesso.

I primi mesi furono una lunga sequela di tentativi e errori. Cercavo consigli su internet e nei libri della biblioteca comunale, ogni tanto telefonavo a Laura, spesso in segreto, perché temevo di mostrarle quanto fosse dura. Ogni piccolo successo era per me una vittoria: la prima volta che azzeccai la temperatura dellacqua per il bagnetto, quando imparai a vestire Lucia di corsa senza innervosirla, o la volta che la pappa venne bene e lei la mangiò senza protestare.

Passo dopo passo, imparai tutto ciò che serviva. Smistavo i vestitini prima della lavatrice; li piegavo accuratamente; preparavo biberon a puntino; cominciai anche a cucinare semplici puree, minestre di verdure, tortini di ricotta. La sera, dopo averla messa a nanna, intonavo ninne nanne a voce bassa, sperando di trasmetterle il senso di pace che mia moglie le avrebbe dato. Le leggevo favole cercando di interpretare le voci: inscenavo il drago minaccioso o la fatina dal tono squillante. Quando crebbe abbastanza, imparai a intrecciare i suoi capelli biondi in piccole treccine, anche se le prime volte mi si incastravano le dita.

Lucia oggi ha quattro anni. Corre per la casa con energia e allegria, parla senza sosta e mi assilla di domande alle quali spesso non so rispondere. Il suo riso genuino, limpido, contagioso è il mio suono più caro. Quando ride guardando una marionetta buffa o ascoltando le mie storie, mi sembra che il mio cuore si riempia di una gioia discreta ma profonda. In quei momenti sento che sto diventando davvero il padre che vorrei

**********************

Una sera come tante sedevo in soggiorno, perso nei miei pensieri. Ricordai i giorni in cui io e Augusta scegliemmo la culla di Lucia, ridendo perché nessuno di noi sapeva come si fascia un neonato, fantasticando sul tipo di persona che sarebbe diventata nostra figlia. I ricordi scorrevano come un fiume lento, finché la voce squillante di Lucia mi riportò indietro.

Papà! eccola sveglia nel suo lettino, le braccia protese, il sorriso radioso. Giochiamo?

Subito la nostalgia si sciolse in un caldo sorriso. Mi avvicinai, la presi in braccio e la strinsi forte.

Certo, stellina, le dissi baciandole la fronte. A cosa vuoi giocare?

Alla principessa! gridò lei, battendo le mani. Io sono la principessa e tu il mio cavaliere!

Scoppiai a ridere. La sollevai in alto e girammo insieme per la stanza, mentre le sue risa riempivano la casa di nuova luce.

Allora dobbiamo trovare il castello! Dove lo mettiamo?

Lucia ci pensò un attimo, poi indicò langolo dei suoi giocattoli:

Lì! Quello è il mio castello!

Ci accampammo sul tappeto a costruire una fortezza con i mattoncini colorati. Disegnammo torri e mura, e presto nacquero draghi da sconfiggere, maghi dai poteri magici, fate generose che aiutavano i coraggiosi. Inventavo storie sul momento cercando di renderle avventurose ma non troppo spaventose. Guardavo il viso acceso di entusiasmo di Lucia, i suoi occhi brillanti, la foga con cui interveniva per correggermi o aggiungere dettagli. E in me cresceva una gratitudine silenziosa e profonda.

“Augusta sarebbe orgogliosa di noi”, pensai, trovando conforto in quellidea. Mi accorsi che, nonostante le difficoltà, ce la stavamo facendo. Insieme.

Verso mezzogiorno iniziai a prepararmi per uscire. Nel raccogliere in una borsa i giocattolini di Lucia, la borraccia, una confezione di fazzoletti e un cambio di vestiti, sentivo tutta la ritualità di quei gesti.

Lucia, appena mi vide pronto, saltò di gioia e si attaccò al suo giubbino mezza stagione.

Faccio io! dichiarò imperterrita, cercando la zip.

Sorrisi e la aiutai a sistemarsi, chiusi bene tutti i bottoni, le feci indossare la cuffietta e controllai che fosse comoda.

Pronta? le chiesi, stringendole la manina.

Pronta! confermò lei saltellando.

La strada verso il giardinetto del quartiere era breve. La piazzetta, nascosta tra i palazzi color ocra, aveva sabbionaia, altalene e piccole scivole. Un punto di ritrovo affollato da mamme, nonne e bambini che correvano. Avevo imparato a riconoscere ogni volto fisso della compagnia e gli orari in cui la piazza si animava o si svuotava. Ero anche abituato agli sguardi: a volte compassionevoli, a volte curiosi, talvolta giudicanti. Ma avevo imparato a non farci troppo caso. La cosa importante era che Lucia fosse felice.

Appena varcammo il cancello, due donne sulla panchina più vicina si scambiarono uno sguardo e iniziarono a bisbigliare. Fingendo indifferenza, sentii comunque alcuni spezzoni.

Guarda, di nuovo solo con la bimba disse una abbassando la voce.

Poveretto, sospirò la seconda. Chissà, magari la moglie lo ha lasciato così tocca tutto a lui

No, penso sia morta, aggiunse piano la prima. Mi è giunta voce

Inconsciamente strinsi la mano di Lucia più forte, ma tirai dritto verso la sabbionaia.

Papà, facciamo le torte? esclamò subito Lucia. I suoi occhi erano già accesi di entusiasmo per le formine e i rastrelli di plastica.

Certo, annuii, tirando fuori dal sacchetto loccorrente. Papà si siede qui e guarda quanto sarai brava.

Mi accomodai sul bordo della sabbionaia, mentre Lucia si tuffava nel gioco con seria concentrazione: riempiva secchielli e stampini di sabbia, batteva il tutto con la paletta e mostrava fiera i suoi “dolcetti”.

Guarda, papà! mi sventolava davanti il suo primo “dolce di sabbia”. È bello?

Bellissimo, risposi davvero, proprio come quelli in pasticceria.

Lucia rise e ricominciò da capo. In quei momenti il mondo intorno scompariva restavano solo lei e la sua felicità.

Dopo un po mi sedetti su una panchina, tenendo docchio la sabbionaia. La bimba ogni tanto sbirciava per vedere se la stavo guardando; quando i nostri occhi si incrociavano, sorrideva ancora più larga.

A un certo punto si avvicinò una giovane donna con un bambino allincirca delletà di Lucia. Mi offrì un sorriso semplice e aprì la conversazione:

Buongiorno! Sono Caterina. Siamo sempre qui; vi ho già visti altre volte. Tua figlia è davvero solare; si vede che adora giocare qui.

Marco, risposi con un sorriso appena accennato. Sì, Lucia adora la sabbionaia, ci passerebbe le ore.

Caterina si sedette vicino, tenendo un occhio sul figlio che si era già avvicinato a Lucia per osservare le sue “torte”.

Sei solo con lei? domandò con delicatezza.

Sì, annuii senza scompormi. Mia moglie è mancata tre anni fa, lo dissi con voce ormai serena: ero abituato a quella domanda, troppi la facevano.

Oh Caterina sembrò dispiacersi per lindelicatezza. Scusami, non lo sapevo. Sei molto bravo, davvero.

Faccio solo il mio dovere, risposi stringendomi nelle spalle. Che altro potevo fare?

Molti uomini non ce la fanno, scosse la testa lei. Il mio ex marito, dopo il divorzio, non vuole neppure prendere il bambino nel fine settimana. Dice che è stanco Ma tu si vede che ci tieni.

Non risposi. Non avevo voglia di parlare di altri padri o di confronti. Tornai a fissare Lucia, che ora insegnava al bambino come riempire meglio la formina, e insieme ridevano dei risultati sbilenchi.

Magari potremmo andare un giorno al parco insieme, propose allimprovviso. Nella sua voce vibrava un desiderio autentico di compagnia più che di pietà. I bambini giocherebbero, e noi adulti potremmo scambiarci quattro chiacchiere. In due è più facile.

La osservai per un istante. Caterina era carina, con un sorriso gentile e mani curate. Ma dentro di me non nacque nessuna voglia di accettare. Non ora, forse nemmeno mai.

Ti ringrazio, davvero, le dissi cordialmente. Ma in questo momento la mia unica priorità è Lucia. Voglio che cresca sentendosi protetta e amata. Nientaltro per ora.

Lo capisco, annuì Caterina. Se mai avrai bisogno io sono sempre qui.

Grazie, annuii.

Caterina si allontanò per richiamare suo figlio, che a malincuore raccolse i suoi giochi e la seguì verso casa.

Rivolsi lo sguardo nuovamente a Lucia. Lei, soddisfatta, applaudì e mi tirò la manica:

Papà, guarda! Questi sono per te! mi mostrò una filata di torte di sabbia perfette.

Mi chinai a esaminarle tutte, poi ne raccolsi una con cura, sorridendo:

Bellissima, Luciotta. Forse la torta di sabbia più bella del mondo.

La bimba si mise a ridere e subito ricominciò a lavorare. In quegli attimi, tornava sempre alla mente Augusta: “Avresti sorriso anche tu avresti sorriso e saresti stata fiera di noi”. La immaginavo lì accanto, a lodare la figlia insieme a me, complici in uno scambio di sguardi colmi di tenerezza.

Più tardi, dopo aver addormentato Lucia, andai in cucina. Accesi la luce soffusa, misi il bollitore sul fuoco e, mentre lacqua scaldava, cercai tra le credenze il vecchio album di foto. Sfogliai le pagine lentamente: Lucia in clinica, minuscola; Augusta, stanca ma raggiata, che la stringe; noi tre nella prima passeggiata. In una foto, Augusta tiene la neonata in braccio, tutte e due sorridono: uno sfavillante e laltro un po incerto e commovente. Mi fermai a lungo su quellimmagine, poi sussurrai:

Ce la facciamo, Augusta. Stiamo andando avanti, come avresti voluto.

Fuori pioveva fitto: le gocce battevano regolari alla finestra, regalando alla cucina unatmosfera raccolta. Nellaria cera odore di tè e di crostata fatta in casa. Chiusi lalbum, presi la tazza calda tra le mani e guardai fuori. Domani sarebbe arrivato un nuovo giorno; avrei ancora preparato biscotti con Lucia, saremmo andati al parco, avrei riso con lei nei suoi giochi rumorosi e ascoltato le sue canzoni. Questo era tutto ciò che desideravo: esserci.

*************************

Il giorno seguente tornammo alla piazza. Lucia mi tirò subito verso laltalena non vedeva lora di volare alta tra il vento sferzante sulle guance. Le tenevo strette le mani, la spingevo piano e lei rideva fortissimo, chiedendo Ancora! Più su!

Caterina era lì di nuovo, con il lavoro a maglia in mano, uno sguardo affettuoso rivolto al bambino che si rincorreva con altri piccoli. Seguiva noi da lontano; non si avvicinò, ma ogni tanto ci osservava.

Vide come spiegavo a Lucia come reggersi forte, le rincorse, le smorfie quando provava a darsi la spinta da sola. Vide come Lucia mi cercava sempre con gli occhi, si rassicurava della mia presenza, poi tornava sicura a divertirsi.

Forse in quell’istante, Caterina comprese veramente che non avevo necessità della sua pietà o compagnia. Avevo già tutto ciò che mi serviva per andare avanti: Lucia, la mia gioia, il mio mondo. E questo bastava.

*************************

Passarono i mesi; lautunno avvolse Firenze nei suoi colori caldi, e le foglie si fecero rosse, poi marroni sugli alberi di viale dei Colli. La pioggia arrivò più frequente, la mattina laria era limpida e pungente, i primi geli disegnavano cristalli sui vetri delle finestre.

Ogni giorno, con la stessa cura, vestivo Lucia per le uscite: giubbottino imbottito, maglioncino di lana, sciarpa annodata e guanti ai polsi che lei regolarmente cercava di togliere. Io stesso indossavo il mio giaccone e le scarpe robuste. Le passeggiate si erano accorciate, ma restavano irrinunciabili: Lucia adorava calpestare le foglie secche nei vialetti, osservare i riflessi di ghiaccio nelle pozzanghere, raccogliere le prime palline bianche di neve.

Un giorno, tornando verso il portone di casa, sentimmo una voce familiare:

Marco!

Ci voltammo. Era Laura, la madre di Augusta, avvolta nel cappotto lungo, la sciarpa di lana e una borsa pesante traboccante libri e una copertina di lana. Arrivò col fiatone e ci salutò.

Sono venuta a portarvi qualcosa per Lucia: un po di vestiti caldi, libri nuovi visti in libreria, e una torta di mele! La tua preferita.

Mi limitai a un cenno di ringraziamento. Io e Laura negli anni non siamo mai stati davvero vicini. Aveva sempre creduto che non avrei potuto gestire tutto da solo, e per un po aveva persino sperato di prendersi cura lei della nipote. Col tempo però aveva capito che me la cavavo, che non ero perfetto, ma ci mettevo tutto il cuore.

Grazie, risposi, cercando di mantenere la voce ferma. Lucia, ringrazia la nonna.

Grazie, nonna! esclamò subito la bambina, già curiosa fra le borse: Guarda, papà, cè anche la favola dei coniglietti!

Laura sorrise, il viso addolcito dalla gioia della piccola, poi estrasse dal sacchetto maglioni di lana con le renne, calzettoni, una cuffietta colorata e i volumi illustrati. Questi sono di ricambio. E le storie hanno tanti disegni colorati, ti piacciono vero?

Lucia annuiva impaziente, stringendo i libri al petto.

Ecco la torta, continuò Laura porgendo il dolce avvolto nella stagnola. Se vi va, facciamo merenda insieme?

Esitai un secondo e poi acconsentii. Sì, grazie. Vieni Lucia, aiutiamo la nonna.

Salimmo insieme. Lucia subito si sistemò sul divano coi libri, mentre io e Laura preparammo le tazze e tagliammo la fetta per tutti. Laura mi spiava, intenta nei miei gesti quotidiani: il modo attento in cui preparo la tavola, come ascolto anche solo il lieve borbottio di Lucia in salotto. In quellattimo lessi nei suoi occhi una commozione silenziosa, qualcosa che profumava di perdono e di accettazione.

Marco volevo scusarmi, sussurrò. Allinizio pensavo che ti sarebbe stato impossibile da solo. Avevo paura per Lucia, temevo non ce lavresti fatta. Ma ora vedo come te la cavi e ammetto che mi sbagliavo.

Trascorsero diversi istanti. Il silenzio in cucina era rotto solo dai rumori di Lucia che sfogliava le pagine. Risposi tranquillo:

Faccio solo il possibile. Voglio che Lucia cresca sapendo che la sua mamma la amava. E che anchio la amo. Non importa se siamo rimasti in due: conta lamore.

Vidi gli occhi di Laura bagnarsi di una lacrima che si affrettò ad asciugare. Sorrise e chiese:

Posso venire più spesso? Potrei portare Lucia con me qualche weekend, se ti va. Solo per farle sentire di avere una famiglia intorno.

Mi voltai a guardare mia figlia sul divano, che ascoltava involontariamente la conversazione. Sorrisi, sentendo un peso finalmente alleggerirsi dentro. Non avevo intenzione di rinunciare al mio ruolo di padre unico, ma capivo che Lucia aveva bisogno anche della sua nonna, per conoscere meglio la storia e la voce di sua madre.

Proviamoci, annuii. Ma lasciamo che sia Lucia a decidere.

Voglio venire! si inserì Lucia dalla stanza accanto, senza togliere gli occhi dal libro. Leggiamo quella storia dei coniglietti insieme, nonna?

Ma certo, tesoro, Laura la accarezzò con dolcezza. Quante favole vuoi, tutte le volte che vuoi.

Annausi, e sentii dentro di me un calore nuovo. Forse era questo lequilibrio che cercavo: un dolore che non sparisce mai del tutto, ma che può essere condiviso; una gioia che, finalmente, si fa sentire.

Quella sera, dopo aver sistemato Lucia nel lettino, tenni tra le mani una foto di Augusta che accarezzava la neonata. Due sorrisi diversi ma ugualmente teneri: il primo pieno di vita, il secondo incerto e curioso.

La mamma ci guarda ancora, vero? bisbigliò Lucia, già sospesa nel sonno. Era quasi una domanda, forse una certezza.

Sempre, risposi, lisciando la foto. È qui con noi. È nel tuo sorriso, nei tuoi occhi, nelle tue canzoni.

Lucia si rannicchiò sotto le coperte, sbadigliando.

Le voglio bene.

E lei ne vuole a te, più di tutto. Non dimenticarlo mai, Lucia.

Lei annuì piano, chiuse gli occhi e si lasciò andare al sonno. Rimasi seduto ancora un po in silenzio, ascoltando il ritmo quieto del suo respiro. Poi posai la foto sul comodino, spensi la luce e mi soffermai ancora un attimo, sicuro che ce lavremmo fatta. Insieme.

Quando Lucia fu addormentata, sgusciai nella cucina per non disturbare il silenzio della casa. Accesi il bollitore, presi la mia tazza preferita e, mentre aspettavo lacqua, mi avvicinai alla finestra: i primi fiocchi di neve danzavano leggere sopra piazza Savonarola, tremando appena sui rami del vecchio platano sotto casa. Linverno scendeva, mite e cauto, come se volesse rispettare la malinconia del mio cuore.

Pensai a tutto ciò che era cambiato negli ultimi tre anni. A quanto ero impacciato nel consolare primi pianti, a quante volte avevo temuto di non farcela ad essere mamma e papà, a quanti momenti avevo passato a chiedermi se sarei mai stato padre abbastanza.

Ma ora, guardando la neve che si posava lenta, mi resi conto che non si tratta di essere madre o padre in senso assoluto. Si tratta di esserci, davvero. Di essere colui che prepara la merenda, che sistema i giochi rotti, che legge i racconti sotto le coperte, che piange o ride con lei, che ascolta tutte le sue domande e i suoi perché. Ed è sufficiente. Più che sufficiente.

Sul tavolo avevo un taccuino sdrucito, le pagine ormai un po stropicciate. Lo presi e, come facevo da tempo, riempii una riga con una penna blu:

15 ottobre. Lucia si è allacciata le scarpe da sola per la prima volta. Mi ha chiamato fiera: Sono grande! Poi mi ha abbracciato e sussurrato: Ma sono sempre la tua bambina. Ho sorriso tutto il giorno.

Rilesse la nota e davanti agli occhi mi apparve la scena: Lucia che, seduta con la maglia rossa ai piedi della porta, si ingegna coi lacci, poi mi guarda e ride. Quando lodo il suo lavoro, lei mi abbraccia forte e sussurra quella piccola frase, capace di sciogliermi sempre.

Chiusi il quaderno, lo accarezzai sulla copertina, poi bevvi lultimo sorso di tè, sistemai la tazza, spensi la luce. Rimasi per un momento nella penombra, ascoltando il rumore del vento e le voci lontane della città.

Domani sarebbe arrivato un nuovo giorno: avrei discusso con Lucia su quale cereale scegliere per colazione, ascoltato i suoi racconti sulle pietre magiche trovate al parco, avrei giocato con lei tra cuscini e lenzuola, e consolato le sue piccole lacrime e continuato a stringerla forte fra le mie braccia ogni volta che ne avesse avuto bisogno.

Con la vita. Con lamore. Ed era davvero tutto ciò che contava.

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