Caro diario,
oggi mi è stato detto, quasi a bassa voce, che sarebbe meglio se vivessi da sola. Sarebbe meglio, se ti trasferissi, ha sussurrato Lorenzo, come se avesse paura delle proprie parole.
Da sola? ho replicato, confusa, Cosa intendi, figliolo? Dove?
Silvia, la sorellina dal volto gelido, era già in piedi alle mie spalle, le braccia incrociate.
Non si preoccupi, mamma, abbiamo già tutto sistemato. Cè una bellissima casa di riposo per anziani. Pulizia, medici, compagnia, tre pasti al giorno, tutto ciò di cui ha bisogno. Lì starà meglio di qui.
Sono rimasta in silenzio, sentendo il petto stringersi lentamente.
Casa accogliente, sarà meglio per te ma nella mia mente risuonava solo:
Non ti serviamo più.
Non ho pianto. Non ho implorato. Ho solo annuito.
Se così sarà più facile per tutti, ho mormorato.
Una settimana dopo, un piccolo valigetto marrone era appoggiato accanto alla porta. Lorenzo mi aiutò a scendere le scale, evitando il mio sguardo.
Scusa, mamma, è per il bene di tutti, vedrai, mi ha bisbigliato.
Sì, figlio mio, ho risposto piano. Sarà più leggero per te.
fuori pioveva una pioggerella fredda quando il taxi si fermò davanti a un edificio grigio a due piani, ai margini di Roma. Sul cartello cera scritto: Casa di Riposo Alba Dorata.
Allinterno regnava lodore di cloro mescolato a quello della polenta. Una infermiera di mezza età, con unespressione stanca, mi fece cenno di entrare.
Stanza di riposo. È caldo lì dentro, cè anche la televisione, disse, senza fermarsi.
La stanza era piccola, con una sola finestra che mostrava un nocciolo di noce contorto. La coperta era ruvida, i colori sbiaditi. Le ho accarezzati con il palmo della mano, pensando: È tutto qui.
Nei primi giorni parlai a malapena con qualcuno. Mangiai, dormii, ascoltai i rumori provenire dalle altre stanze: qualcuno piangeva, qualcun altro urlava arrabbiato. Il tempo scorreva inesorabile, il mattino e la sera sembravano uguali. Sentivo che la mia vita era arrivata al termine.
Un giorno, però, un nuovo volto apparve nel corridoio: una giovane donna sorridente, con una sciarpa colorata e un cestino pieno di biscotti fatti in casa.
Buongiorno! esclamò allegramente. Mi chiamo Ginevra, sono una volontaria. Sono qui per parlare e leggere un po. Lei è la signora Rossi, giusto?
Sì, sono io, risposi.
La vicina mi ha raccontato di lei. Mi ha detto che è stata maestra un tempo?
Annuii sorpresa.
Insegnava letteratura alle elementari, vero?
Era la mia passione.
Che meraviglia! rise Ginevra. Allorfanotrofio qui vicino cerchiamo qualcuno che aiuti i bambini a leggere. Sono ragazzi con un passato difficile, ma hanno una grande voglia di imparare. Vorrebbe venire con me?
Allinizio rimasi in silenzio. Il cuore mi batteva forte.
Ai bambini? Insegnare? chiesi, quasi incredula.
Sì. Se ha voglia e forza, lo porto in macchina.
Una settimana dopo eravamo già a bordo di un vecchio minibus, sfrecciando lungo le strade di Roma: case, mercati, gente. Stringei la mano al finestrino, lasciando uscire un sospiro.
Lorfanotrofio era un mondo rumoroso e colorato. Bambini di tutte le età correvano nei corridoi, risate e chiacchiere riempivano laria. Quando ebbi il coraggio di aprire il libro I ragazzi della via Pál e di leggere il primo capitolo, calò un silenzio quasi magico.
La mia voce tremava, ma ogni parola trasmetteva calore. I piccoli ascoltavano come se un incantesimo li avesse avvolti.
Vede quanti la ascoltano? disse più tardi Ginevra, sorridendo. Non la sentivano parlare così dolcemente da tempo.
Da quel giorno andavo lì ogni settimana. Leggevo, esercitavamo la scrittura, raccontavo storie della mia vita, di tempi passati, dellumanità. Ogni volta che tornavo nella casa di riposo, il peso sul petto si alleggeriva un po.
Passò il tempo. Un pomeriggio il direttore dellorfanotrofio mi chiamò nella sua stanza.
Signora Rossi, ho unofferta per lei. Uno dei nostri educatori è in pensione; i bambini lo adorano. Vorrebbe restare qui a tempo parziale? Potremmo offrirle anche una piccola stanza.
Rimasi senza parole.
Io? Ma ho ottantotto anni
Proprio per questo! Qui servono cuori come il suo, non titoli. La gentilezza conta più della burocrazia.
Quando mi trasferii nellorfanotrofio, sentii che stava iniziando una nuova vita. I bambini mi circondarono, gridando:
Nonna Rossi, è tornata!
Io risi, li abbracciai, e per la prima volta dopo tanti anni mi sentii davvero felice.
A casa, Lorenzo una sera scorreva il cellulare e si imbatté in un articolo: Una maestra anziana ritrova la sua casa tra i bambini. La foto mostrava mia madre, seduta tra i piccoli, con la mano di un bimbo stretto nella sua, sorridente. Sotto la foto cera scritto:
È la persona più importante per chi non ha più nessuno.
Lorenzo guardò la foto a lungo. Silvia, incuriosita, chiese:
Che succede?
Lui rispose soltanto:
Scusa, mamma.
Non saprò mai se le sue parole erano davvero quelle che ha pronunciato. So solo che ha continuato a vivere, in silenzio, con pace, ma piena damore.
E quando un giorno i bambini mi portarono un disegno, con un grande cuore rosso e la scritta:
Tu sei il nostro cuore, nonna Rossi! capii che Dio mi aveva tolto la casa per donarmi una nuova famiglia.







