Quando Valerio andava a trovare Gina, lei diventava visibilmente più ingenua. Era per la felicità.

Quando Valerio veniva a trovare Gina, lei sembrava perdere la testa dalla gioia. Era una felicità che la trasformava: diventava irrequieta, correva di qua e di là per sistemarsi i capelli, nascondere sotto i cuscini i vestiti provati allultimo momento, e si toglieva frettolosamente i bigodini dai capelli. Poi correva in bagno, si pettinava con cura, si metteva un po di rossetto e, in tutto il suo splendore, finalmente si presentava davanti a lui.

Del resto, come poteva non essere felice? Pensateci anche voi.

Gina era una madre sola, realmente non era mai stata sposata. Aveva avuto una specie di fidanzamento di qualche mese con il suo Sergio, poi lui era partito dal loro paese per tornare nella sua terra d’origine, il cui nome Gina non seppe mai bene. Forse era di qualche villaggio in Calabria, o magari dalla Sicilia. Da loro, Sergio lavorava al mercato, ma Gina non aveva mai capito bene nemmeno che tipo di lavoro facesse.

Comunque, così fu che la luce dei suoi occhi se ne andò, lasciandola con il sospetto di essere incinta. Appena due settimane, e Gina stessa allora ancora non sapeva nulla. Poi, dopo che Sergio smise di passare la notte da lei e non si fece più vedere per un mese, Gina capì Beh, diciamo che non era più sola.

E quando arrivò il momento, diede alla luce come se lavesse versato da una brocca un maschietto. Bello, davvero! E a chi avrebbe potuto somigliare? Gina era una bellezza fuori dal comune e Sergio Beh, era da cartolina.

Devo dire che Gina fu fortunata con il bambino. Era calmo come una statua: dormiva spesso, e quando si svegliava succhiava con serietà il latte della mamma. Fortuna volle che Gina avesse latte a volontà, sufficiente per nutrire anche un altro neonato senza problemi.

E il piccolo Lorenzo quasi non si ammalò mai delle solite malattie dei bambini. Lorenzo laveva chiamato così in onore dellattore italiano Lorenzo Ricci, che aveva visto in un vecchio film quando era incinta: Il Gattopardo. Lì cera il principe Fabrizio, interpretato proprio dallattore che, in qualcosa, le ricordava il suo Sergio. Non cera altro nome possibile per Gina. Così sulla carta didentità fu scritto: Lorenzo Sergi di Benedetto. Gina lo ripeteva spesso fra sé, ascoltando il suono come una melodia.

Lorenzo era solare. Quando Gina doveva cucinare o mettere in ordine la casa, stendeva una coperta sul pavimento, la circondava di sedie come un piccolo recinto improvvisato, e ci metteva dentro Lorenzo. Gli passava la sua vecchia borsa, qualche bigodino e dei fazzoletti colorati. E il bambino giocava. Sempre in silenzio, senza capricci o lamenti. Anche quando, una volta, Gina dalla cucina lo vide incastrato con la testa fra due sedie (voleva probabilmente uscire), lui comunque non si lamentava, spingeva con le sue manine paffute cercando di allargare le sedie.

Quando Lorenzo crebbe non diede nessun problema. La madre lo lasciava andare a giocare in cortile con tranquillità. Lunica cosa che gli diceva era di venire sotto la finestra ogni dieci minuti (lappartamento era al piano terra) e gridare: Mamma! Sono qui! Ma il bambino, senza orologio, correva ogni tre minuti e continuava a gridare, finché Gina non si affacciava e gli rispondeva: Va bene, tesoro! Lui comunque non si muoveva da lì. Poi lei chiedeva: Beh, che fai lì? Vai a giocare! E lui rispondeva: Non mi hai sorriso Allora Gina sorrideva, davvero, non solo per accontentarlo, e lui scappava di nuovo a giocare con gli altri bambini.

Un giorno, però, dalla strada Lorenzo gridò il solito Mamma, sono qui! e questa volta, quando Gina si affacciò, vide che stringeva un micetto tra le braccia.

Mamma, me lha dato una signora. Mi ha detto che si chiama Ermete. E ha aggiunto che sarai contenta e che dobbiamo volergli bene tutti e due.

Lorenzo era così sincero, in quel momento, davanti a lei, che Gina non poté fare altro che sorridere. Poi disse:

Ermete vorrà mangiare, penso. Entrate, che gli do un po di latte.

Il bambino con il gattino corse verso lingresso. Lorenzo era al settimo cielo. Ermete il gatto, invece, doveva ancora abituarsi alla felicità.

E così passarono i giorni, in tre, finché Gina non conobbe Valerio.

Valerio era coetaneo di Gina, anche lui mai stato sposato. Un uomo posato, serio, nonostante la giovane età. Lavorava in una fabbrica di mobili e guadagnava bene. Prese labitudine di restare a dormire da Gina il sabato sera. Parole poche, buon appetito, vino moderatamente. Gina, per accoglierlo, teneva sempre in fresco una bottiglia di bianco in congelatore, e la serviva con un bicchierino basso di vetro, quelli bombati sul gambo corto che tanto piacevano a Valerio.

Anche quella volta fu tutto come sempre. Valerio arrivò, strinse la mano a Lorenzo nellingresso. Si sedette in sala ad aspettare, mentre Gina completava i suoi rituali di preparazione. Poi tutti insieme anzi, in quattro, perché cera anche Ermete sulle ginocchia di Lorenzo guardarono un po la televisione e andarono a pranzo.

Dopo pranzo, come da tradizione, tutti si sdraiarono un po a riposare, con lidea di fare una passeggiata al parco al calar della sera.

Quando Gina chiuse la porta della camera di Lorenzo e si sdraiò accanto a Valerio, la testa sul suo braccio, lui, per la prima volta, fece un discorso su un possibile matrimonio:

Pensavo che, almeno per ora, potremmo rimanere a casa tua. Poi magari ci trasferiamo, per avere più spazio. O affittiamo il mio appartamento, così abbiamo qualche soldo in più Però, ecco, Gina, cè una cosa I gatti proprio non li sopporto. Bisognerà trovare un altro posto per il vostro Ermete.

Ermete, lo corresse Gina, irrigidendosi.

Sì, sì, Ermete ripeté Valerio, poi rimase un momento in silenzio e aggiunse con tono da decisione già presa: E Lorenzo lo mandiamo da mia madre in campagna. Lì cè aria buona, cè anche la scuola e noi due siamo ancora giovani. Avremo tanti figli nostri!

La testa di Gina sul suo braccio si fece di pietra, non si mosse più. Così rimasero in silenzio alcuni minuti. Poi Gina, quasi vergognandosi, come se non si fossero mai visti prima, si avvolse nella vestaglia, andò verso le sue cose, prese i pantaloni di Valerio, glieli porse e disse:

Ecco Prendi i tuoi pantaloni sporchi Indossali e vai pure via

Dove?

Dalla tua mamma, in campagna. Allaria buona A noi tre, laria buona basta anche qui, nel nostro parcoValerio non disse una parola. Raccolse i suoi pantaloni, il maglione ripiegato sulla sedia, e senza voltarsi indietro chiuse piano la porta alle sue spalle. Gina rimase ferma, le mani ancora aggrappate al tessuto della vestaglia, ascoltando quel silenzio nuovo che improvvisamente le sembrava pieno di promesse.

Si avviò verso la camera di Lorenzo, che si era alzato richiamato dai mormorii. Lo trovò già sulla soglia, con Ermete stretto al petto e gli occhi limpidi che cercavano nei suoi quelli di sempre.

Mamma, chiese piano, adesso torni a sorridere?

Gina annuì, poi si chinò e lo abbracciò forte, sentendo contro la guancia il musetto di Ermete. Sì, amore mio. Sempre.

I tre una mamma, un bambino, un gatto si strinsero tutti insieme come ununica creatura. Fuori, il giorno cominciava a cedere il passo alla sera, ma nella casa scese una luce calda che non avevano mai notato prima.

Poi, dal fondo della strada, arrivò il rumore allegro dei compagni di gioco. Lorenzo la guardò interrogativo. Gina sorrise quella volta un sorriso vero, luminoso e sussurrò: Vai, il mondo ti aspetta.

Lorenzo corse fuori, Ermete al seguito, lasciando la porta socchiusa. Gina rimase sulla soglia, il cuore leggero e pieno: sapeva che nessuna solitudine è troppo grande, quando la felicità la si sa difendere.

E, per la prima volta da molto tempo, Gina si sentì davvero a casa.

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