Caro diario,
La pioggia autunnale cadeva a tratti, posando le sue gocce sul vetro maculato del minibus mentre attraversavo la campagna che porta verso Firenze. Guardando fuori dal finestrino, pensavo a quanto mi ero ormai abituata a viverci, in città, nella mia piccola mansarda tra i tetti e il traffico impetuoso. La casa dei miei genitori, nel borgo toscano dove sono cresciuta, aveva assunto nel tempo la consistenza di un ricordo sfocato, mentre la mia vera casa era diventata questa città così viva e rumorosa.
A ventisette anni posso dirmi soddisfatta: ho concluso la laurea in medicina, lavoro in un esclusivo centro destetica del centro, tra una formazione professionale e laltra. Gli impegni, i corsi, i clienti la mia vita scorre affannata ma gratificante.
Fossi stata per me, non sarei mai partita, ma alcune stranezze nei comportamenti dei miei mi lasciavano inquieta da settimane. Chiamavo mamma, papà non era mai in casa; chiamavo papà, idem ma al contrario. Tutto bene, tesoro, tranquilla, continuava a ripetere mamma, eppure la sua voce pareva trattenere qualcosa.
Dallaeroporto di Pisa ho impiegato appena due ore per arrivare al paese. Ormai sono abituata alle distanze, e il viaggio mi è sembrato breve. Scesa dal minibus davanti alla vecchia stazione degli autobus, ho riconosciuto subito la piazzetta: la bottega di alimentari ha cambiato insegna, qualche albero è cresciuto, ma il sapore era quello dellinfanzia. Avevo avvertito mamma, ma non ero riuscita a darle lorario preciso. Sul piazzale deserto, un tassista mi si è avvicinato svogliatamente.
Dove si va, signorina? chiese prendendo il mio trolley.
A Via dei Cipressi, 16, ho risposto.
La casa dei miei, con le persiane azzurre spalancate, sembrava accogliermi con un abbraccio, il ciliegio nel giardino ancora fiorente e le tre betulle piantate da papà quando ho preso la licenza media, protese verso il cielo.
Mariangela! ha gridato mia madre dalla finestra, precipitando verso la porta con le lacrime agli occhi. Mariangela, bella di mamma, finalmente! E mi fissava come se non riuscisse a credere che fossi davvero lì.
Mamma, non commuoviamoci subito! ho sorriso, levando la giacca e gli stivaletti e lasciandomi cadere sul divano, stanca. Lei mi si è seduta accanto, stringendomi forte. Siamo rimaste abbracciate in silenzio per qualche minuto.
Poi, inevitabile, ho chiesto: Ma papà dovè? Non è a casa?
Prima mangi qualcosa, poi ti racconto Ha preferito tergiversare.
La casa era sempre la stessa semplici decori, una tovaglia con limoni che non ricordavo, il nuovo servizio di piatti a fiori Tutto profumava di ricordi, ma ormai è la mia vita a Firenze ad essermi più familiare.
Ho divorato con nostalgia i famosi involtini di mamma, una fresca insalata dellorto, e i suoi straordinari dolcetti di ricotta. Ma tornavo sempre lì, al punto: Papà è in trasferta? Sei così evasiva
Adesso sì, è via con un collega. Ma volevo parlarti, voleva parlare anche lui Solo che per telefono non ce la faccio, e tu sei sempre presa, lavoro, corsi Scusami, avremmo dovuto dirti prima, ma non volevamo farti del male. Ci siamo lasciati con tuo padre.
Sono rimasta di sasso. Ho posato la tazza, sono entrata in camera dei miei per controllare: nellarmadio, i vestiti di papà erano spariti.
Ma dove dove sta?
In casa dei suoi, dove vuoi che vada? Lì cè ancora la casa dei nonni, non deve restare vuota.
Mi sono alzata di scatto. Devo parlarci subito! Ma mamma mi ha trattenuta: Torna domani, è in trasferta, domani rientra.
Ma vi siete lasciati così, dopo tutti questi anni? Oh mamma, papà ha unaltra?
Ha sospirato: Sì. Non sono sorpresa neppure io. È più giovane, dodici anni meno
Traditore, ho borbottato, sentendo dentro una rabbia nuova. Se si viene traditi, bisogna farsi giustizia. Io con i traditori non parlo.
Mamma mi ha guardata con una tristezza infinita, lasciando cadere la conversazione. Forse pensava che un po di riposo mi avrebbe addolcita.
Dopo aver riposato, mi sono cambiata, ho messo la felpa col cappuccio e sono andata a camminare fino al fiume, respirando la nebbia dolce della campagna. I pensieri si affollavano, tutto mi sembrava improvvisamente estraneo e a me lontano.
Sono arrivata sotto casa dei nonni, acciaccata ma ancora solida, e sono entrata decisa. In cucina, una donna di forse quarantanni, un po più giovane di mamma, mescolava del minestrone.
Se questa era la nuova padrona di casa, volevo vederla in faccia. Ero quasi irritata dalla sua compostezza. Sono Mariangela, mi sono presentata, mentre lei si mostrava timida.
Vieni pure, Vanni (mio padre) mi ha fatto vedere una tua foto.
Ho abbaiato: Sono a casa mia, dei miei nonni. Non a casa tua.
Non volevo ferire nessuno, mi ha risposto, spaesata. Io e Vanni ci siamo conosciuti dopo che che lui mi ha detto che era finita con tua madre. Non volevo Non sono io la causa
Poi è uscito un ragazzino di dodici anni. Vai pure fuori a giocare, Dario, ha detto lei.
Quando sono tornata verso casa, in fretta, mi bruciava la consapevolezza che papà già divideva la sua vita con unaltra donna e accudiva pure un figlio non suo! Lingiustizia mi dava il tormento, ma sapevo anche che, legalmente e umanamente, non potevo espellerli da quella casa. Ma almeno potevo detestare questa donna.
A Firenze ero diventata dura, abituata a combattere, a speditezza e compromessi, a difendere le mie idee. In paese invece mi sentivo nuda, vulnerabile.
Mamma, sono stata al fiume.
Cè tempaccio, non ti sei bagnata?
Sto bene. Dentro però ribollivo ancora. Ho visto quella donna, hai saputo? E pure suo figlio! Ora papà cresce pure un altro bambino
Mamma ha preso male la notizia. Perché Mariangela Non te lho mai chiesto. Io mi sono rassegnata. Vostro padre viveva con me per te, tu eri il centro per entrambi. Dopo, tra noi restava solo labitudine. Quando è arrivata quellaltra, io non me la sono sentita di trattenerlo. Lo so che sembra debolezza, forse lo è davvero.
Mi veniva da urlare, volevo che almeno lei si arrabbiasse con me. Ma non vuoi fargli nemmeno una scenata dopo venticinque anni? le ho chiesto.
Lei, invece, ha pianto di nascosto. Poi, con quella voce da donna pratica che aveva sempre avuto, mi ha detto: Sai, vorrei anchio essere ancora guardata con amore, magari trovare qualcuno che mi volesse Non sono così vecchia, vero?
Le sono corsa incontro, abbracciandola. Ma che dici mamma, sei sempre bellissima, e io ti voglio bene come non mai!
Ci siamo poi scambiate confidenze che non avevamo mai fatto: su quella sua insistenza giovanile per conquistare papà, sulla mia infanzia coccolata, sulle differenze della vita in città e paese. Mamma mi ha detto che da qualche tempo, ogni tanto, viene a trovarla Andrea, il padre della mia compagna delle elementari, Marta Beccatini. Sono rimasta spiazzata chissà come è cambiata la vita anche per Marta!
Ho dormito poco quella notte. Il giorno dopo papà è tornato. Era invecchiato, lo vedevo negli occhi arrossati e nelle nuove rughe accanto alla bocca. Ha provato un timido abbraccio.
Non vuoi parlarmi nemmeno? ha chiesto.
Non vedo perché. Adesso hai unaltra famiglia. Gli ho restituito uno sguardo gelido, stringendo il cuore.
La mattina dopo, sarei ripartita. Ma prima volevo camminare ancora una volta vicino allArno, fra gli odori umidi e la nostalgia dei rami bagnati.
Mentre camminavo, ho udito una voce disperata: un gruppo di ragazzini, una bicicletta rovesciata, uno di loro a terra sospeso tra le assi di legno di un cantiere. Era Dario, il figlio di quella donna. Aveva una ferita profonda alla gamba, sporca di sangue e fango.
In un attimo, ho dimenticato tutto: mi sono inginocchiata, tirato fuori la maglietta, e ho tamponato la ferita. Ho chiamato papà, lui è arrivato con un vecchio Fiat Panda. Irina (la compagna di papà) è corsa disperata e mio padre ha preso tra le braccia quel ragazzino, caricato sul sedile posteriore, mentre io li seguivo distinto.
Allospedale di provincia siamo rimaste ore, in attesa, spossate. Alla fine, Dario è stato sistemato nella corsia pediatria: nulla di troppo grave. Papà mi ha guardato e per la prima volta ho visto riconoscenza nei suoi occhi. La rabbia dentro di me, almeno per un po, si è sciolta.
Il giorno della partenza, io e mamma eravamo allautostazione di Empoli. Il cielo era di piombo, gravido di pioggia nuova. Unutilitaria blu parcheggiò; scese Marta, la mia compagna di scuola, con suo papà Andrea e una bimba piccola. Quanti anni erano passati! Ci saremmo raccontate dieci vite in unora, ma il tempo del minibus era ormai vicino.
Poco dopo, sono arrivati anche papà e Irina, con Dario che zoppicava ma sorrideva fiero. Mi sono sciolta, cedendo finalmente a quellaffetto che avevo tentato di reprimere.
Zia Mariangela, guarda, riesco quasi a camminare! mi urlava Dario.
Bravo, piccolo, ho risposto, e le parole, più che a lui, sembravano rivolte anche a me. Forse davvero cresce chi impara a perdonare.
Irina si è avvicinata, stringendomi la mano. Scusami per ieri. Tuo padre mi ha sempre parlato di te. Per lui sei tutto.
Ho abbracciato mamma, poi anche papà, stringendomi forte a Marta e la sua famiglia. Il motore del minibus ha rotto il silenzio; sono salita e tenendo lo sguardo fisso su tutte quelle persone che, nel bene o nel male, erano la mia storia.
Mi è sembrato di sentire ancora il loro incitamento oltre il vetro: Torna presto!
Sì, lo prometto, ho bisbigliato, mentre lautobus, tra le buche dellasfalto, lasciava quel fazzoletto di mondo dove, in fondo, sapevo di poter tornare davvero me stessa.
Il sole, schivo, faceva capolino, come una benedizione sulle nostre vite imperfette ma ancora, ostinatamente, unite.






