Amore senza condizioni
Giulia, passeggiando lentamente nel salotto della sua amica, fu attirata da unombra nera che spuntava da sotto il divano. Si fermò, fissando incredula quelloggetto enigmatico, e poi sussurrò mentre nellaria galleggiava odore di arancia candita e fumo di camino:
Ma tuo marito, alla fine, è proprio un disordinato!
Con movimenti rallentati, come immersa in una strana danza sottomarina, Giulia si abbassò, afferrò il calzino nero con la punta delle dita e lo sollevò per aria, facendolo volteggiare: pareva una bandiera in miniatura. Lo rivolse alla stanza come se stesse mostrando la luna trovata sul tappeto.
Guardalo qua! E chi lavrebbe detto? Sempre così elegante lui, quasi un personaggio delle riviste patinate! Ma invece
In quellistante, Cecilia sbucò dalla cucina; sugli azulejos bianchi si rifletteva una luce gialla irreale, lei si puliva le mani su uno strofinaccio che odorava di basilico fresco. Sgranò gli occhi, sollevando un sopracciglio come volesse fermare il tempo:
E tu che ne sai?
Giulia rispose col più teatrale dei silenzi, indicando con fare grave lindizio del calzino, come se fosse la pistola fumante in una commedia di paese.
Cecilia arrossì appena, si fece piccola nella stanza e buttò lì, in tono di scusa:
Eh Quello è stato Arturo. Lo conosci, il gattino nostro! Ci si diverte a tirare fuori i panni dalla cesta della biancheria. Approfitta, poverino, che è ancora piccolo: non riesce a rubare nulla di grosso!
Gli occhi di Giulia parvero occupare tutto il volto, grandi, luminosi di meraviglia, come se un segreto le fosse stato rivelato. Lei aveva una vera passione per i gatti, che nei sogni sembrano sempre più morbidi e un po parlanti.
Arturo? Il famoso micino delle foto! Dovè, dovè che non lo vedo? Dieci minuti qui e niente coccole! La colpa è tua, Cecilia, che lo nascondi!
Cecilia, senza rumore, rise con gentilezza da antica zia.
Sarà sul poltroncino, vicino al termosifone. Adora stare lì a scaldarsi. Ma fai attenzione ai suoi artigli: può essere molto teatrale con gli ospiti. Se serve, la cassetta del pronto soccorso sta in bagno. Intanto, io metto su il caffè.
Giulia avanzò a passi felpati verso la poltrona di velluto rosso amaranto. Sopra, come se fiorisse dallaria, dormiva Arturo: una nuvoletta di pelo bianco, attraversata da gracili striature grigie, che tremolavano come onde sul Po. Le orecchie luccicavano e vibravano, captando suoni lontani, e la coda sussultava come se nel sogno correva dietro farfalle.
Oh, ma che meraviglia che sei bisbigliò Giulia, allungando la mano col rispetto di chi tocca un piccolo miracolo. Arturo la osservò con un occhio solo, quindi si richiuse, come una porta magica, e mugolò in modo impercettibile. Poi però, come a ribadire un test di iniziazione, la sua zampina saltò, graffiando leggera la pelle di Giulia.
Ahia, benvenuta fra noi! sorrise lei, mostrando la piccola ferita come medaglia, senza perdere il buon umore.
E nonostante tutto provò ancora ad accarezzare il gattino dietro lorecchio. Arturo si irrigidì, poi iniziò a fare le fusa, piano, come il motore di una vecchia Cinquecento nei pomeriggi estivi. Tornò a dormire, cullato da sogni felini.
Poco dopo Cecilia entrò con due tazze di caffè nerissimo e una ciotola piena di torroncini e gianduiotti, posandole accanto al divano.
Giulia sembrava la regina delle carezze: accarezzava il pancino bianco del gatto, che ora si stiracchiava, offrendo la pancia alle coccole rassomigliando a un piccolo dio greco, sazio e felice. La mano di Giulia portava una piccola linea rossa, ma il sorriso che le attraversava il volto non aveva alcuna ombra.
È dolcissimo, questo Arturo! sussurrò estasiata, mentre solleticava il mento al micio, che si lanciò a pancia allaria. Quasi quasi ne vorrei un altro, così anche la mia Lulù non si annoia più
Vuoi lindirizzo del rifugio? Di mici così te ne trovano quanti ne vuoi! suggerì Cecilia, ponendo con cura le tazze sul tavolino. Poi restò incantata a guardare lamica che giocava col gattino: le sembrava di vedere Giulia tornata bambina.
Non ora la voce di Giulia si rabbuiò e la mano smise di accarezzare per un attimo. Arturo aprì un occhio, miagolò di rimprovero, così lei tornò spontaneamente a toccare la sua morbidezza. Lo sai, mi devo sposare. Ho paura che Andrea non sia contento di un altro animale. Tollerà a stento Lulù.
Non ama gli animali? sussurrò Cecilia, stringendosi nella tazzina calda e assaporando laroma intenso del caffè napoletano.
È che non sopporta il disordine, i peli in giro, un giocattolo scivoloso Non pensar male di lui: Andrea è una brava persona, ma ci tiene tanto, troppo allordine. Sembra gli sia entrata una fata della pulizia in testa.
A quel punto, qualcosa cambiò nel volto di Cecilia: schiarì il respiro, abbassò gli occhi, e come nei sogni dove ci si risveglia in luoghi perduti, si stropicciò il polso destro, quasi sentisse un dolore antico lì sotto.
Ceci? Giulia si fece seria, posando il gattino e voltandosi di scatto. Il suo sguardo era tutta attenzione. Che succede? Ti si è spento il sole negli occhi
Non aveva mai visto Cecilia così spenta; era sempre stata il sole nella stanza, la ragazza che faceva fiorire le risate. Ora invece, sembrava annebbiata da nuvole di un tempo remoto, come se la stanza si fosse fatta una minuscola isola in un mare di malinconia.
Nulla, è solo che ho avuto una mia esperienza negativa, tempo fa. Fammi dare un consiglio: prima di sposarti, prova a vivere un anno con Andrea, nella stessa casa. Così vedrai che effetto fa camminare in equilibrio, adattarsi ogni attimo alle aspettative degli altri, sentire che ogni piccolo errore pesa come un sasso nel cuore
Giulia si fermò, giostrando col silenzio una domanda che sembrava non voler ferire: Ce la vuoi raccontare? Ma se non vuoi, ti prometto che smetto subito!
Sì, voglio condividerla il sorriso di Cecilia fiorì stanco, come quando si lotta con le tempeste. Ogni storia così può salvare qualcunaltro da una brutta notte.
***
Avevo diciannove anni, e tutto odorava di pane caldo e pagine di libri appena stampati quando incontrai Federico. Era più grande di me, aveva una macchina blu notte e comprava iris bianche la domenica senza motivo. Sapeva che amavo il tè alla menta e restava ore ad ascoltarmi parlare delluniversità. Mi sentivo vista, scelta; dopo tre mesi decisi di sposarlo.
Non cerano voci a fermarmi. Mio padre viveva a Bari con unaltra famiglia; chiamava solo a Natale ed era già tanto. Mia madre sembrava volesse respirare aria nuova: sentiva di aver fatto il suo dovere. E io la capivo, non mi sarei mai legata a lei come una zavorra.
Federico sembrava perfetto. Per i primi mesi, almeno. Poi lidea di ordine si fece più spessa: ogni libro rigore, ogni vestito allineato. Se lasciavo una tazza sporca in lavandino, trovava sempre la parola sbagliata. Ma allora avevo esami da preparare e nessun tempo per badare alle briciole.
Una notte, mentre la città fuori sbadigliava in chiaro di luna, mi bloccò mentre andavo a letto.
Qui i pavimenti sono sporchi disse duro, quasi senza muovere le labbra. Prendi lo straccio e pulisci, adesso!
Gli chiesi di lasciar perdere, che lavrei fatto lindomani, dovevo svegliarmi alle sei. Ma nulla: mi fece lavare a quellora, coi muscoli stanchi e la luna che ci spiava da dietro le tapparelle.
Col tempo divenne tutto più inquietante. Sinfuriava per una maglia lasciata male, per la coperta non tesa, per il cuscino storto. Un giorno, controllando le lenzuola stirate, perse il controllo:
Cosè questa? Ci sono delle pieghe! Non vedi? e mi fece rifare tutto da capo, ridendo crudelmente mentre svuotava larmadio gettando i vestiti sul pavimento.
Resistetti in silenzio, piegata su una pila di lenzuola, mentre il cuore tremava di pioggia e dubbi.
Una sera non stirai una camicia, avevo passato la notte sui libri. Ma ce nerano altre cinque pronte, bianche come lalba. Eppure Federico, vedendola spiegazzata, rovesciò la tazza sul tavolo e, senza dire altro, mi strinse il polso fino a lasciarmi un livido. Mi strattonò, la paura mi congelò lanima.
Mai uno schiaffo sul viso quello no, temeva la vergogna ma a ogni occasione la mano serrava il mio polso, che diventava come il manico di una borsetta troppo usata. Quando mi gridava dietro: Sei donna o cosa? A te piace vivere nel sudicio? mi sentivo sbagliare pure nellombra.
Si viveva come dentro una nebbia di panni stesi: la casa era così pulita che i vicini ci chiamavano Ospedale Maggiore per scherzo, ma per lui non bastava mai.
Diventai ansiosa Mi svegliavo la notte per controllare le stoviglie, perlustrare ogni angolo. Nella mia testa risuonavano le sue parole: tutto deve essere perfetto, sempre.
Poi una mattina svenni alluniversità. Mi svegliai in ospedale, tra lenzuola ruvide, una luce bianca che sembrava non finire mai, e uninfermiera dai capelli bianco latte che mi sorrideva chiamandomi tesoro mio.
Fu in quellatmosfera da non-luogo, tra il rubinetto che gocciolava e lodore di disinfettante, che capii: stavo vivendo la vita di qualcun altro, non la mia.
Federico venne a trovarmi, il viso già tirato in una maschera di noia.
Guarda che spettro sei! Persino qui col pigiama macchiato! Neanche qui riesci a stare in ordine?
Fu allora che linfermiera intervenne, con la forza di mille nonne siciliane:
Fuori! Oppure ti aggiusto io con la scopa, che il cervello ti ritorna a posto! e la scopa volteggiava come una bacchetta magica.
Risi mentre le lacrime mi scendevano, un riso liberatorio, come si ride dopo un lungo sonno. Federico uscì indignato, sbattendo la porta e lasciando dietro una puzza daceto.
La vecchia signora si chinò vicino a me, mi coprì meglio e susurrò: Ma perché? Sei giovane, sei bella, il mondo lo devi ancora esplorare! Sei tu che decidi chi entra a casa tua Pensaci, dolcezza mia.
In quel momento, stranamente, una finestra si spalancò nella mia testa. Avevo ancora la casa della nonna a Torino, anche se piccola e sgangherata. E con qualche lezione privata di matematica, sarei sopravvissuta senza morire di fame. Forse, avrei imparato anche a vivere col sorriso.
Recitai un Grazie così piano che sembrò evaporare nellaria, ma dentro mi sentii leggera come le piume delle colombe.
Quella sera, cullata dal tramonto rosa dietro le croci di Superga, decisi che dovevo cambiare. Che avevo il diritto di un silenzio tranquillo, di giornate senza urla, di stare bene nella mia pelle.
***
Il divorzio arrivò in fretta. Federico non si presentò neppure, mandò un avvocato con la faccia da statua romana. Il giudice lesse la sentenza in fretta. Nessuna scena, nessun gran pianto. Solo un senso lieve di primavera, unaria piena di gelsomini.
Uscita dal tribunale, mi sedetti su una panchina. Il vento odorava di mimosa. Sorrisi davvero, di un sorriso largo, come se mi fossi scrollata via dieci strati di pesi invisibili.
Non era semplice, i primi tempi. Ma ogni mattina, nella casetta della nonna in via Cavallermaggiore, respiravo unaria nuova: dal balcone vedevo il Parco del Valentino mutare colori e la luce giocava pavimenti geometrici sul parquet vecchio. I momenti di solitudine divennero una veranda accogliente: ridevo col caffè che preparavo piano, sentendo il profumo di crostata che arrivava dalla finestra della vicina.
Mi trovai un lavoro al Libraccio: non per i soldi, quanto per la compagnia delle storie. I libri erano compagni di viaggio, le copertine lucide come stelle. Mi piaceva aiutare la gente a trovare romanzi, osservare i clienti che si perdevano tra i dizionari. A volte mi fermavo a guardarli, come se fossero personaggi di un teatro.
Un pomeriggio, sistemandone alcuni nel reparto arte, mi scontrai quasi testa contro testa con un ragazzo. Alto, occhi caldi e mani gentili. Stava cercando un tomo su Caravaggio; la sua voce aveva il timbro delle canzoni alla radio la domenica mattina.
Mi scusi dissi, arrossendo, quasi lasciando cadere una piramide di libri illustrati.
Colpa mia. Cerco qualcosa sullarte italiana, potresti aiutarmi?
Il suo nome era Stefano. Da quel giorno, ogni settimana passava a comprare volumi sempre più strani, e poi, senza fretta, rimaneva a parlare con me di De Chirico, Calvino o del tempo che era cambiato.
Un giorno, mi invitò per una cioccolata calda in un bar sotto i portici una latteria color pastello che sembrava uscita da una fiaba. Mi tremava la voce, il cuore accelerava per ogni piccolo rumore inatteso. Avevo paura che un gesto lo sorprendesse, che alzando la voce il passato tornasse.
Stefano non faceva domande, aspettava. Bastava un sorriso, una battuta leggera, per farmi sentire che potevo raccontare chi ero. Una sera raccolsi tutto il mio coraggio e, fra lacrime e risate, gli raccontai tutto: i giorni in cui vivere era camminare in punta di piedi, la voglia di chiamare la felicità per nome.
Stefano mi prese la mano: Non dovrai mai dimostrare nulla. Se vuoi, ci penso io a chiamare una persona per le pulizie. Voglio solo che tu sia te stessa, che ti piaccia respirare la mia aria, senza paura.
Le sue parole erano morbide come la crema di mascarpone. Sapevo che era vero, perché mi guardava senza pretendere nulla.
***
Tutto qui, cara mia, disse Cecilia a Giulia, la voce sottile come un accordo di violino, ma col sorriso di chi ha attraversato tempeste e sa ancora danzare. Non sacrificarti mai per una famiglia da cartolina. Lamore vero è quello che abbraccia i nostri difetti: senza condizioni, come fa chi ti vuole davvero bene.
In quellistante, Arturo saltò sul grembo di Cecilia, vibrando come una vecchia Vespa. Lei lo accarezzò, sussurrando:
Questo qui non sarà perfetto: mi ruba lo strofinaccio, si arrampica sulle tende. Ma lo amo così come è, con i suoi difetti e tutto il resto.
Giulia passò un fazzoletto alla sua amica, senza parole, facendo attenzione a non romperne la delicata serenità. Nel suo sguardo cera la dedizione delle lune.
Sei coraggiosa, Ceci Non so se ce lavrei fatta, io.
Ci riusciresti, te lo assicuro rispose Cecilia, guardando fuori dalla finestra, dove le prime stelle riempivano di argento i tetti di Torino. E voglio che tu stia bene, che sia amata come meriti. Non avere fretta. Vivi con Andrea: osserva come reagisce al caos, come si comporta se qualcosa va diverso dai suoi piani. Lamore è sentirsi accolti anche nella debolezza, imparare a dire aiutami senza vergogna, e riposare in una carezza.
Giulia annuì, giocando con la zampetta di Arturo, che intanto si era arrotolato come una chiocciola, diffondendo il suono vibrante del suo motore sognante. Nella stanza danzavano le ombre dorate della fiamma del camino, e lorologio a pendolo disegnava il tempo lento.
Grazie, Cecilia sussurrò Giulia, lo sguardo acceso da una nuova consapevolezza. Davvero, grazie. Ora saprò cosa fare.
Cecilia sollevò la sua tazzina, godendo del retrogusto amaro del caffè ormai freddo, che stranamente era meno triste di altre volte. Si sentiva finalmente libera di scegliere per sé, di tracciare confini e dispensare carezze solo a chi le meritava. Gli altri restavano nella luce fioca delle stelle, appena oltre la finestra proprio lì dove dovevano essere.
Il futuro, in quella notte sospesa, aveva il sapore della serenità e il profumo del pane caldo. E la vita, adesso, sembrava finalmente disposta ad assomigliarle almeno un po.







